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Perché i figli non ci ascoltano più

 
Perché i nostri figli, ma più in generale i giovani, non ci ascoltano più? Da molte parti si stanno alzando voci che denunciano l’interruzione di quella trasmissione di saperi, valori, insegnamenti e principi morali fra le generazioni che aveva sempre assicurato una tenuta morale e culturale del tessuto sociale. E naturalmente anche della tradizione cristiana: tanto è vero che il tema sarà al centro del prossimo sinodo.
 
Nel libro Riprendiamoci i nostri figli (Marsilio) Antonio Polito ha avuto il coraggio di uno sguardo attento e impietoso sul mondo dei giovani, che conosce attraverso tre figli di età molto diverse. Con l’idea giusta che prima di decidere che fare bisogna capire bene cosa sta succedendo, e soprattutto bisogna individuare le forze che stanno lavorando per portare via i figli da quel progetto di trasmissione che sta al cuore di ogni percorso educativo. Certo, un problema è quello della piramide demografica rovesciata, che vede al centro delle attenzioni di varie generazioni di adulti pochi giovani, giovani che non conoscono l’eguaglianza, non hanno mai sperimentato la fratellanza, perché non hanno fratelli. Da lì deriva la diffusione rapida del male del secolo, il narcisismo, e questo fa sì che siamo di fronte a una generazione che rivela una estrema sensibilità verso i rimproveri, perché non è abituata a essere criticata.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 15 Gennaio 2018 12:40 )

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Gli intellettuali del Novecento affascinati da Cristo (Gianfranco Ravasi)

 
La cultura del XX secolo si è allontanata dalla religione ma ha tenuto alta l’attenzione per la spiritualità: da Russell a Borges, da Wittgenstein a Gould
 
Filosofo, matematico, scrittore (Nobel 1950 della letteratura) ma soprattutto agnostico, tant’e vero che poteva intitolare un suo saggio del 1927 Perché non sono cristiano: sarà proprio Bertrand Russell l’autore nel 1918 di uno scritto sorprendente fin dal titolo, Misticismo e logica. In quelle pagine senza remore o imbarazzi asseriva che «i più grandi filosofi hanno sentito il bisogno sia della scienza sia della mistica». E tentava anche una definizione di questa realtà apparentemente così fluida e allergica a ogni stampo classificatorio: «La mistica è, in sostanza, poco più di una certa intensità e profondità di sentimento nei riguardi di ciò che si pensa a proposito dell’universo». 

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La vita spirituale del prete (E. Bianchi)

 
Cari fratelli presbiteri nella chiesa di Dio, il vescovo di questa chiesa mi ha chiesto di essere oggi qui tra di voi perché possa offrirvi una riflessione sulla vita spirituale del presbitero.
 
Sono un semplice monaco, «un povero laico», definizione che Pacomio dava di sé al grande Atanasio patriarca di Alessandria, ma ho accettato perché in questi ultimi vent'anni, senza che io l'abbia voluto o scelto, mi sono trovato impegnato sovente - su invito soprattutto dei vescovi di Milano e di Torino, ma anche di varie altre diocesi - nel riflettere su problemi riguardanti il presbitero, oltre che nella predicazione di esercizi spirituali ai presbiteri e nell'accompagnamento spirituale di molti di loro. Cercherò di essere soltanto eco della Parola di Dio e una voce di ciò che ho a lungo ascoltato dal vissuto ecclesiale e presbiterale, e condividerò con voi alcuni pensieri che sulla base della mia esperienza giudico utili, se non addirittura urgenti, per una vita presbiterale vissuta nello Spirito santo e in fedeltà all'Evangelo.

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Al Mondo la vera gioia

 
Dopo la morte di Papa Montini «La Civiltà Cattolica» scriveva: «Il passo più importante e più nuovo che la Chiesa ha compiuto con Paolo VI nei suoi rapporti col mondo è stato il fatto che essa ha preso coscienza che (...) deve farsi carico (...) di tutti i problemi dell’uomo».
 
Il manifesto di questo assunto era già la costituzione Gaudium et spes. Paolo VI definisce i termini di un «nuovo umanesimo» che sviluppa in tutto il suo ministero, nello sforzo di ricostruire una mentalità cristiana sull’uomo, e convinto della missione non esclusivamente religiosa, ma insieme umana e civile della Chiesa, «che osserva, che ama, che soffre, che serve». La passione per l’uomo è la molla dell’impegno ecclesiale e civile del Montini prete, educatore, arcivescovo e pontefice. Giovane sacerdote, in una lettera del 1921 all’amico Cesare Trebeschi lamenta: «Non ne avremo mai a sufficienza di uomini completi». E due anni dopo, nel breve, sofferto incarico alla nunziatura di Varsavia, conferma al fratello Lodovico il proposito di «cercare l’uomo per cercare Dio».

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

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ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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