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Hoser: “Medjugorje nel mirino delle mafie?

 
Il visitatore permanente di Papa Francesco nel paese delle apparizioni ha denunciato la presenza di clan napoletani «in cerca di profitti» 
 
A Medjugorje «stanno penetrando le mafie», segno di «azioni demoniache che stanno cercando di fare tutto per rovinare quel luogo». È una denuncia seria quella di monsignor Henryk Hoser, arcivescovo emerito di Warszawa-Praga in Polonia, nominato da Papa Francesco lo scorso 31 maggio «visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje, a tempo indeterminato» e a disposizione della Santa Sede. Il prelato ha parlato di infiltrazioni mafiose nel paesino dell'Erzegovina divenuto da decenni meta di milioni di pellegrini a motivo delle prolungate e non ancora concluse apparizioni raccontate a partire dall'estate 1981 da un gruppo di veggenti. Lo ha fatto durante l'omelia della messa celebrata il 4 luglio 2018 nella cappella dell’aeroporto Chopin di Varsavia: il resoconto è stato riportato del settimanale cattolico polacco Niedziela e della Radio EM, ripresa in Italia da Tv2000. 

 

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Sara e Agar: Promessa di Dio e lacerazioni umane (di MASSIMO GRILLI)

 
La storia di Sara e Agar risponde all’intento di ripensare la vita religiosa a partire dall’umano, senza tuttavia dimenticare che siamo "affidati a una Promessa".
 
Sara e Agar sono due donne diverse: una libera e l’altra schiava, una figlia d’Israele e l’altra egiziana, una impossibilitata a generare (paradossalmente è la libera, figlia di Israele) e l’altra con il potere di procreare figli e figlie. Due donne che vivono in una situazione lacerata da divisioni e sperimentano queste lacerazioni sulla propria pelle. È, in fondo, la storia di due donne vittime dell’ingiustizia della società e della cultura, da cui una è più colpita dell’altra; ma è anche la storia di un Dio "che vede" e che di fronte all’ingiustizia fa sempre una scelta di campo, abbattendo i muri di separazione. La storia è raccontata nei capitoli 16,1-15 e 21,8-19 della Genesi. 

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Il peso sulla coscienza delle nazioni

 
A Bari durante l’incontro di preghiera con i patriarchi del Medio oriente il Papa denuncia la tragica condizione delle comunità cristiane ·
 
Nell’area mediorientale «da anni, un numero spaventoso di piccoli piange morti violente in famiglia e vede insidiata la terra natia, spesso con l’unica prospettiva di dover fuggire. Questa è la morte della speranza. L’umanità ascolti — vi prego — il grido dei bambini», perché solo «asciugando le loro lacrime il mondo ritroverà la dignità»: è l’accorato appello lanciato da Papa Francesco a Bari, sul sagrato della basilica di San Nicola, nella tarda mattinata di sabato 7 luglio, a conclusione della giornata di preghiera e di riflessione per la pace in Medio oriente, vissuta con i patriarchi della regione. Più volte interrotto dall’applauso dei settantamila presenti, il Pontefice ha supplicato «non dimentichiamo i bambini!» perché, ha spiegato, «gli occhi di troppi fanciulli hanno passato la maggior parte della vita a vedere macerie». 

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Nel nome di san Nicola

 
La giornata ecumenica di preghiera per la pace in Medio oriente ·
 
La scelta del capoluogo pugliese è inequivocabilmente legata a quel peculiare clima ecumenico che si è creato attorno alla santità del vescovo Nicola di Myra. Nel discernimento dei segni dei tempi, la comunità diocesana e quella domenicana, che custodisce le reliquie del santo, si sono sempre più rese conto, soprattutto a partire dal concilio Vaticano II, che Nicola attrae attorno a sé una fortissima devozione del popolo ortodosso. Tanti erano, infatti, gli osservatori orientali invitati al concilio che, prima di rientrare nelle proprie diocesi, passavano da Bari in pellegrinaggio. Questo portò già nel 1966 a creare, all’interno della cripta che custodisce il corpo del santo, una cappella dedicata al culto ortodosso, fatto totalmente eccezionale per una chiesa cattolica.

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Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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