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Per la chiesa è sempre tempo di riforma (Enzo Bianchi)

 
La riforma è azione per riportare alla forma canonica ciò che con il passare del tempo è stato oscurato, ferito o addirittura perduto: è azione di conversione, di ritorno
 
Nella nostra lettura della storia abbiamo sempre bisogno che ogni “svolta epocale” sia contrassegnata da una data, un luogo e un evento precisi e – qualora questi non siano sufficientemente definiti o significativi, li si colora di enfasi e di risvolti non sempre verificabili. Così il lento processo che conduce a una realtà non immaginabile fino a poco tempo prima si cristallizza in un punto preciso della storia fino a fargli assumere connotazioni leggendarie. È avvenuto così per la riforma protestante. È ormai opinione prevalente tra gli storici che l’immagine così nitida del monaco agostiniano Martino Lutero – che il mattino del 31 ottobre 1517 affigge sul portone della chiesa del castello di Wittenberg un foglio contenente 95 tesi – sia con ogni probabilità un evento mai avvenuto nelle modalità che l’iconografia classica ha descritto per secoli. Eppure oggi, a cinquecento anni esatti da quel giorno, ci ritroviamo giustamente a fare memoria di tutto ciò che quell’immagine racchiude: un profondo, sofferto desiderio di riforma evangelica dell’unica Chiesa di Dio.

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Léon Bloy, l’esagerato

 
 
Il 3 novembre di un secolo fa moriva lo scrittore francese 
 
«Bloy è una gargolla di cattedrale che vomita l’acqua del cielo su buoni e cattivi», scrisse Barbey d’Aurevilly. E quell’indiscriminato vomito celeste procurò a Léon Bloy (1846-1917) l’odio peloso dei suoi contemporanei, un odio così orgoglioso e ruggente che Bloy arrivò a chiedersi con sarcasmo «se non facesse parte dei diritti del cittadino». Per lui, ovviamente, era un odio ingiustificato; ma si sa già che a Bloy piaceva esagerare. E anche che era un uomo di angelica innocenza. Panflettista feroce, spietato polemista, censore implacabile di tutte le piaghe sociali, Léon Bloy è come un banco di prova. Chi ha il coraggio di leggere i suoi libri non reagisce con indifferenza o tiepidezza. Bloy ripugna o incanta, la sua scrittura non ammette compromessi, le sue parole di fuoco bruciano a tal punto il lettore sprovveduto da non lasciargli altra via d’uscita se non ardere di furore o di entusiasmo.
 

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L'eredità di Dio è la libertà (Luigino Bruni)

 
La Bibbia è anche un grande trattato sulla nascita, sviluppo e giustificazione delle ideologie. È una sintassi e, spesso, una semantica della natura tremenda del pensiero e dell’agire ideologico
 
Quanto più a lungo si protrae il nostro sradicamento dall’ambito vitale che ci è proprio, sia dal punto di vista professionale che da quello personale, tanto più fortemente ci è dato percepire che la nostra vita, a differenza di quella dei nostri genitori, ha un carattere frammentario. La nostra esistenza spirituale resta incompiuta (Dietrich Bonhoeffer Lettera a Eberhard Bethge, 1944). L’ideologia è l’anti-speranza. La speranza nasce dentro la realtà imperfetta dell’oggi e si nutre di un domani migliore che ancora non conosce ma attende. È la virtù-dono degli attraversamenti dei deserti, quando si cammina nell’arsura sapendo che alla fine ci aspetta una terra promessa, che è reale anche se nessuno l’ha mai vista. La speranza ci fa vedere Canaan mentre siamo ancora a nelle acque di Meriba. L’ideologia, invece, vive di un oggi già perfetto, e non attende nulla di ciò che non conosce già. Ci lascia schiavi in Egitto per tutta la vita, ma ha la capacità straordinaria di trasformare la schiavitù delle fabbriche di mattoni nel "paese dove scorre latte e miele".

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Una fede per vivere/1 (Romano Penna)

La fede in Dio

Il termine ‘fede’ è tra quelli abusati, come succede per altri vocaboli come ‘amore, laico, storia’, la cui semantica oscilla tra significati molto diversi e persino contrastanti (si pensi per esempio alla storia d’Italia e alla storia di cappuccetto rosso!). Così si può parlare di fede nel progresso o nelle proprie idee o in se stessi, e di buona fede, per non dire del verbo ‘credere’, che nella parlata corrente può addirittura esprimere una incertezza se non proprio un dubbio. Qui però parliamo di ‘fede’ in senso religioso, sapendo comunque che già il termine ‘religione’ è equivoco, poiché è un latinismo che non ha nessun corrispettivo esatto nelle lingue bibliche, né in greco né in ebraico. Propriamente quindi parliamo di fede come espressione di un rapporto dell’uomo nei confronti di Dio (del Dio d’Israele) e della sua rivelazione avvenuta soprattutto in Gesù Cristo.

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(Gal. 2,20)

 

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