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"E' la povertà a scrivere la mia vita" (Mons. Galantino, nuovo segr. CEI)

 

Mons Galantino arriva dalla periferia e dice che a convertirlo sono state le persone

Il vescovo che Papa Francesco ha portato al vertice della Cei si considera innanzitutto un pastore. In ascolto della parola di Dio. Ad ascoltarlo (Intervista di Annachiara Valle su Famiglia Cristiana) non si direbbe che monsignor Nunzio Galantino sia segretario generale della Cei da meno di due mesi. Si muove sicuro cercando di evitare le “trappole” di cui è disseminato il terreno. «Voi giornalisti», dice tra il serio e il divertito, «ascoltate poco e scrivete spesso tesi già preconfezionate. E poi siete contraddittori: se noi vescovi ci esprimiamo all’unanimità dite che non siamo democratici, se abbiamo opinioni diverse, scrivete che siamo divisi». Però è vero che, per esempio, sulla riforma dello Statuto chiesta da papa Francesco sembrate un po’ in disaccordo. Non è così? «Credo che siano sfuggite alcune questioni: intanto che il Consiglio permanente di gennaio è stato soltanto la prima delle tappe che dovranno portare l’Assemblea dei vescovi a fare la sua proposta di nuovo Statuto al Papa. Quindi non tutto si è chiuso con il 31 gennaio, come molti hanno scritto. C’è stato un primo confronto che ha avuto un percorso molto interessante perché, attraverso le Conferenze episcopali regionali, sono stati consultati tutti i vescovi italiani. Ci sono state posizioni molto diverse. Però, torno a dire, se ci fossimo espressi tutti nello stesso modo allora saremmo state persone che mancano di fantasia, che sono appiattite. Invece ci sono state, grazie a Dio, proposte diverse. Le sedici Conferenze episcopali regionali si sono espresse perché hanno voglia di fare le cose per bene».

Ultimo aggiornamento ( Martedì 18 Febbraio 2014 15:10 )

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"Sì, sarebbe bello, ma siamo pochi a crederci"

 

Sale e luce per dare sapore e colore ad ogni vita

317636 252625721454352 1035760087 nÈ diffusa l’idea che, per cambiare una realtà sociale o ecclesiale, si debba essere in tanti, e moltissime riunioni di associazioni e gruppi si concludono con l’amara constatazione: “Sì, sarebbe bello, ma siamo in pochi a crederci!”. Tanti sogni si trasformano in chimere perché si ritiene erroneamente che si debba essere in tanti a sognare e con la stessa intensità. Tu parteggi per quelli che invocano le folle e le sottoscrizioni voluminose o appartieni a quel piccolo gruppo che ritiene che il cambiamento principi dal poco e dal singolo? Credi che un solo uomo possa cambiare un secolo intero? Francesco e Chiara di Assisi rivoluzionarono non solo la loro cittadina alle falde del Subasio, ma un intero secolo e la Chiesa dei secoli seguenti, fino ad oggi. Alla domanda che fa abortire tanti miracoli: “Perché proprio io?” preferirono l’altra, madre di tanti mutamenti: “Perché non io?”.

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Credere oggi (Salvatore Natoli)

 

Il più della nostra vita, nonostante la scienza, si svolge nell'ambito della fede

549505 437559492960973 1704070586 nVaria è la grammatica del "credere". Credere, infatti, può significare "essere convinti di qualcosa secondo la formula abituale " non c'è dubbio"; oppure "avere una propria opinione" nella forma "io credo che...". Ma "io credo" può anche significare "avere fede in qualcuno" nel senso di concedere fiducia, di prendere per vero qualcosa in base alle parole di un altro ritenuto credibile, appunto, degno di fede. Viviamo da tempo nell'epoca della scienza. In quest'epoca è possibile più che in ogni altra avere opinioni. Ma questo è tutt'altra cosa che possedere verità. In un mondo siffatto, le opinioni sono tutte suscettibili discussione, di dibattito. E, però, difficile assumerle come vere. Tranne che non vengano sottoposte al cosiddetto "vaglio della ragione". E nel mondo moderno "razionale per eccellenza" è la scienza. In questo tipo di razionalità - almeno secondo Popper - una teoria può essere assunta come valida fino a che non venga smentita dall'esperienza (più esattamente dalla sperimentazione ). Da questo punto di vista nessuna teoria può essere in assoluto vera. Infatti è possibile solo confutarla, mai verificarla nella sua interezza. Questo modello allarga - e di molto - l'ambito delle ipotesi; restringe - e di molto - quello della verità. Ma gli asserti "validi" sono troppo pochi per aiutare a vivere. Se l'uomo dovesse vivere di quelle verità non vivrebbe affatto. Allora vale il contrario: l'uomo vive di fede.

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L'altezza di quel gesto (Pierangelo Sequeri)

 

Un anno dopo la rinuncia di Benedetto XVI
 
benedetto-xvi 100 75Quell’attimo da brivido, che sembrò asciugare il tempo, durò davvero un attimo. Il popolo di Dio - dobbiamo dirlo - fu il primo a riaversi. Intanto che i dottori discutevano, nel tempio e fuori del tempio, il senso della fede incominciò a far circolare un’aura di rispetto, di ammirazione, di comprensione e di riconoscenza, così spontanea e avvolgente, che anche i dottori smisero di agitarsi e incominciarono a riflettere.  Per un attimo, la sobria compostezza dell’annuncio non ci era apparsa come il chiaro segno della sua meditata ispirazione: prima patita, poi accolta e infine risolta nella pacificazione dello Spirito. Per un attimo, l’umiltà del gesto ci ha sgomentati - e persino mortificati - come fosse un’umiliazione del ministero petrino, invece che l’esaltazione della sua integra restituzione alla Chiesa che il Signore guida.  Per un attimo, la serena determinazione di quell’atto estremo - atto di magistero e di ministero del Papa pur esso, non dimentichiamolo - ci è apparso come un gesto di umana e comprensibile liberazione dai pesi. Invece, era l’imprevedibile audacia della libertà cristiana, la quale riprende interamente su di sé, per non gravarla sul ministero ecclesiale, la fragilità del vaso di creta in cui tutti portiamo il mistero.

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