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Volersi uniti e amarsi diversi (Carlo Molari)

 

I cambiamenti culturali in corso esigono stili nuovi di dialogo e collaborazione non solo negli ambienti ecclesiali

DSC00407Il problema affrontato in questo articolo non si pone in modo esclusivo per i presbiteri  perché deriva dai mutamenti culturali in corso, che hanno assunto un ritmo veloce e una dimensione planetaria e i coinvolgono perciò tutti gli strati sociali. Per coloro però che devono collaborare in lavori che richiedono sintonia spirituale e convergenza di interpretazioni, come nella scuola, negli studi di psicologia e di psichiatria, negli ospedali ecc., la difficoltà è maggiore. Lo stesso accade nell’ambito della pastorale ecclesiale. Nella Chiesa inoltre il problema si presenta in modo più grave dato che la vita ecclesiale si sviluppa attraverso dinamiche di comunione. Quando queste diventano difficili tutta la Chiesa ne soffre. Quando poi la difficoltà di dialogo riguarda i presbiteri il rischio delle fazioni è molto facile e lo spettro della sterilità pastorale è incombente.La presunzione della perfezione ha caratterizzato le culture umane per molto tempo. Ora l’umanità avverte la necessità di una convergenza planetaria per il bene comune, il bisogno di una ricerca collettiva della verità, l’urgenza della diffusione nel mondo di democrazia fondata sulla dignità della persona. Tutte esigenze che richiedono stili nuovi di dialogo interpersonale e interculturale.

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Figli nel Figlio: crescere come figli di Dio (Carlo Molari)

Diventare figli è dono, ma richiede coinvolgimento ed esige decisioni

mosaico Cristo nNei confronti di Dio, Gesù nella sua esistenza ha sviluppato una attitudine filiale straordinaria. I suoi discepoli ne hanno seguito le orme. Al suo atteggiamento filiale essi si riferiscono per crescere anch’essi come figli di Dio. Diventare figli è dono, ma un dono che sollecita coinvolgimento ed esige decisioni: figli di Dio si diventa, non si nasce perché l’offerta deve essere accolta e interiorizzata. Credo sia utile individuare alcune caratteristiche del rapporto vissuto da Gesù con Dio. Se infatti la sua esperienza reli¬giosa è stata autentica, ciò che ne è emerso è rivelativo di Dio e indicativo del cammino che l’uomo deve compiere per giungere alla vita. Il motivo per cui l’esperienza di Gesù è normativa dipende dal fatto che essa è perfettamente umana. Il che significa che egli ha espresso la perfezione divina come era possibile declinarla nel contesto culturale del suo tempo. Il messaggio espresso è divino, la modulazione è umana e segnata dal contesto culturale. In questo connubio sta il valore salvifico della esperienza di Gesù.

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Paolo modello di persona unificata in Cristo (Ugo Vanni)

 

Il segreto dell’unità di vita e della libertà è far diventare Cristo Signore della vita.

ConvSanPaoloSe accettiamo Cristo come assoluto della vita saremo persone unificate dentro; altrimenti sperimenteremo molteplicità e frammentarietà dentro di noi. Cristo, accettato con fede, costituisce il nuovo nucleo di ideali e di valori che rende Paolo unificato. E’ bene sottolineare che ha impiegato anni e anni per raggiungere l’esperienza di un’assimilazione di Cristo; è stato un cammino graduale. La strada per arrivare all’unità è quella che ha seguito Paolo e cioè un’accettazione veramente totale, senza compromessi, di Cristo. Poi, una volta fatta questa accettazione, il coraggio di continuarla nella vita scoprendo che una vita donata a Cristo, in cui Cristo diventa veramente Signore, colui che guida tutto, è una vita che deve avere  per forza una freschezza, una novità irrepetibile. Paolo sa mettere in contatto con la croce di Cristo tutto quello che appesantisce, opprime la persona; Paolo dona tutto a Cristo, mette tutto in contatto con la morte di Cristo e questo contatto con la morte di Cristo, libera Paolo da quella pesantezza che diventerebbe inerzia, divisione, causata dalle nostre miserie, dalle nostre debolezze, come se non ci fosse una via d’uscita.

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La nuova "banalità del male" (Bruno Forte)

Il grave e sottile male della mentalità del "così fan tutti"

2518 579502708740292 61574269 nEsattamente cinquant'anni fa Hannah Arendt, la filosofa ebrea tedesca allieva di Martin Heidegger e di Karl Jaspers, pubblicava l'edizione definitiva del suo libro "La banalità del male", frutto del lavoro svolto a Gerusalemme come inviata del "New Yorker" per seguire lo storico processo ad Adolf Eichmann. La tesi che emerge dalle straordinarie pagine di questo testo è per molti aspetti sconcertante: «Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali.Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme» (282). Il messaggio che scaturiva dal caso Eichmann, quello «che il suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato», era per la Arendt «la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male» (259).  Su questa lezione mi sembra importante ritornare perché, fatte salve le ovvie differenze fra quello che fu "il male assoluto" e quelli che sono i mali del nostro presente, non c'è dubbio che molti di essi derivino dalla mentalità del "così fan tutti", giustificata dai cattivi maestri della scena pubblica, in particolare di quella politica.

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