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Caro Donato, 
Il Segretario di Stato Pietro Parolin, inaugurando l’anno accademico del seminario di Bologna, ha riconosciuto che sul tema dei migranti il Vaticano e in genere le gerarchie ecclesiastiche hanno perso un po’ la sintonia con l’opinione pubblica italiana. Però il cardinale ha ribadito che la Chiesa non può non usare parole di accoglienza. Quando Matteo Salvini ha giurato sul Vangelo e sul rosario, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha ricordato che quei simboli appartengono a tutti i fedeli, non a un partito politico. Di recente Salvini, che non si era mai segnalato come un cattolico così convinto, ha raccontato di aver mandato quel giorno un collaboratore a comprare il tutto alla Feltrinelli. 
 
Non c’è dubbio però che la mossa in campagna elettorale sia servita. Chiudere i Papi nelle gabbie delle definizioni laiche di destra e sinistra è sempre sbagliato. Anche solo definirli conservatori o progressisti è complesso. Prenda Giovanni Paolo II. Lo incontrai due volte, a Parigi e ad Assisi, ed è senz’altro la personalità più carismatica che abbia mai visto; però non saprei come definirla. 
 
Poteva avere tratti reazionari e tratti rivoluzionari. Poteva sembrare ora un mistico medievale, ora un uomo di straordinaria modernità; come quando chiese perdono per le colpe della Chiesa, un gesto che solo un Papa forte poteva concepire. Tenga conto, però, che almeno dal punto di vista dell’orientamento elettorale il clero e i cattolici praticanti tendono a essere naturaliter conservatori. Con rare eccezioni, è stato così fino al Concilio. E oggi le analisi indicano che i consensi alla Lega sono in media più alti tra chi va a messa tutte le domeniche che nel resto della popolazione.