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È da qui che Francesco parte, reiterando che la kènosis di Cristo non appartiene al passato, ma è una garanzia attuale per scoprire e sperimentare la sua presenza operante nella storia. Perché la kènosis attesta che la salvezza di Dio non si produce in una forma astratta, ma davvero attraversa la realtà come essa è, facendosi vicina alla vita concreta, con le sue ferite e contraddizioni, con la sua sete e la sua speranza. 
 
In questo senso, la kènosis di Cristo rappresenta una chiamata a lasciarci alle spalle il piano virtuale, quello delle idealizzazioni e dei discorsi di circostanza, e ad abbracciare la vita reale, permettendole di imprimere nella comunità ecclesiale (nelle nostre priorità, gusti e scelte) un segno effettivo. Non possiamo rimanere indifferenti davanti alle sofferenze delle moltitudini di esclusi, di coloro che sono catalogati come merce di scarto, che vengono retrocessi in “serie b” e la cui dignità non è presa in considerazione nell’ordine sociale e del progresso. Non possiamo dimenticare, insiste papa Francesco citando una frase di Bernanos, che «un vero dolore che esce dall’uomo appartiene anzitutto a Dio». È importante ricordare che il termine kènosis non è, di per sé, un termine biblico, per quanto si ispiri indiscutibilmente alle Scritture. Esso fu coniato tardivamente, per mano dei Padri greci, e ha conosciuto una rilevante maturazione nella storia della teologia e della spiritualità, ma risale direttamente a quella insolita formula che fa la sua comparsa nell’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2,7) quando si dice che Cristo «svuotò se stesso» (heauton ekenosen). 
 
È l’unica volta, in tutte le Sacre Scritture, che il verbo kenoun — un verbo che nel Nuovo Testamento soltanto Paolo utilizza — conosce un uso riflessivo. Paolo riprende il verbo in altri quattro passi delle sue lettere (1 Corinzi 1,17; 9,15; 2 Corinzi 9,3 e Romani 4,14), con sfumature diverse di significato ma che convergono tutte nell’idea di “spogliare”, “svuotare”, “privare di forza”, “ridurre a niente”, “annullare”. 
 
In tutti questi passi, però, il verbo appare all’interno di una clausola di negazione: l’obiettivo è, in questi casi, evitare lo “svuotamento”, sia esso quello del valore della croce di Cristo, o della fede, o della credibilità dell’apostolo. Ma in Filippesi 2,7 assistiamo a una clamorosa inversione: è Gesù stesso che prende l’iniziativa di svuotarsi: «[Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio], ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo...». In verità, questo “svuotamento”, questa kènosis, non è solo una singolarità di questo affascinante elogio di Cristo che Paolo inserisce nella Lettera ai Filippesi, facendosi probabilmente eco di una tradizione preesistente, e che possiamo descrivere come una sorta di icona per pensare e amare Cristo. 
La kènosis è una caratteristica permanente del cammino di Gesù, al punto che possiamo dire che tutto il suo cammino fra gli uomini fu un abbassamento continuo, espresso nel dono radicale di sé. Il modo in cui Gesù assunse la condizione umana fu, sino alla fine, un servizio amorevole ai fratelli, riservando per sé l’ultimo posto, disponendosi a una progressiva umiliazione, ubbidendo fino alla morte, e morte di croce. Ma questa kènosis assunta da Gesù non eclissò la sua divinità: anzi, precisamente attraverso di essa Gesù rivelò la sua divinità e quella del Padre, poiché «Dio è amore» (1 Giovanni 4,8). 
E proprio nel corpo degli scritti giovannei troviamo un’immagine che ci spiega la stranezza dell’affermazione dell’inno di Filippesi. Si tratta del capitolo 13 del Vangelo di Giovanni, quando Gesù si spoglia, depone le sue vesti e si mette a lavare i piedi dei discepoli. 
 
Il Maestro e Signore che diviene Servo per lasciare un esempio: «Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri… perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Giovanni 13,14-15). 
 
Nel suo discorso di Panama, papa Francesco ci ha aiutato, una volta di più, a capire in quale circostanza la Chiesa si allontana da Cristo: quando, invece della kènosis, la Chiesa si chiude, per paura o per orgoglio, in una logica di autosufficienza; o quando il modello funzionalista e burocratico si sovrappone all’esperienza effettiva della fraternità, dove la capacità di piangere le lacrime gli uni degli altri e di condividere reciprocamente le gioie diventa la norma scritta nel cuore; oppure quando il clericalismo, fattosi feticcio e ideologia di dominio, fa un uso abusivo del potere. Francesco propone alla Chiesa d’oggi di porsi nella dipendenza di Cristo, interpretando la sua missione non solo genericamente nell’ottica di Cristo, ma come partecipazione reale alla missione di Cristo. 
Ora, la sapienza cristologica si differenzia da ogni altra sapienza umana, e agli occhi di quest’ultima potrà apparire mancanza di sapienza, auto-svuotamento di sé, spreco dell’io e follia. Ma non esiste costruzione dell’identità cristiana senza questa imitatio della kènosis di Cristo. Il Santo Padre indica tre elementi concreti e attuali di tale imitatio. 
 
La Chiesa è chiamata a riscoprire la centralità della compassione. «La kènosis di Cristo è l’espressione massima della compassione del Padre. La Chiesa di Cristo è la Chiesa della compassione, e questo inizia a casa», ci ricorda Francesco. È molto facile, anche negli ambienti ecclesiali, lasciarsi contaminare da una logica di condanna del fratello invece di far prevalere i dinamismi della carità fraterna. 
Dobbiamo ridar vita a quello che Paolo scrive nella Lettera ai Filippesi quando ci insegna che la “vanagloria” (kenodoxia) è l’opposto di quell’umiltà che è così indispensabile alla kènosis: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso» (Filippesi 2,3). 
La Chiesa è chiamata a riscoprire l’importanza dell’ascolto. Essa è minacciata da un grande rischio, tanto nella complessità organizzativa come nella quotidianità della vita ecclesiale: senza rendercene conto permettiamo che prevalga uno spirito amministrativo al posto di uno spirito di ascolto. 
 
Ci occupiamo così tanto della funzionalità del sistema da perdere di vista le persone e la necessità di metterle al centro della missione ecclesiale. 
Ben presto ci ritroviamo senza più tempo per ascoltarci, le porte si chiudono, e i monologhi sradicano quello che dovrebbe essere, al di sopra di tutto, lo spazio di dialogo e di mutua edificazione. 
La Chiesa è chiamata a riscoprire la forza generatrice della povertà. La Chiesa approfondisce il proprio mistero quando riscopre che la povertà la rende più materna e meglio fortificata per quella che è la sua vera forza: le braccia stese e impotenti del Crocifisso. 
 
In questo modo la Chiesa rivive le parole di Pietro e di Giovanni negli Atti degli Apostoli: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3,6). La povertà evangelica serve alla Chiesa da bastione, poiché la protegge dalla mondanità spirituale, dal potere senza discernimento, e dai cedimenti alle forze esterne (siano esse politiche o economiche) che poi limitano la sua libertà di predicare profeticamente il Vangelo di Cristo. Questa povertà è certamente un esercizio di kènosis, ma anche una condizione per la fecondità di una Chiesa che si vuole oggi configurata a Gesù.
 
di José Tolentino Mendonca