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L’intento dello scritto, come lo stesso autore del testo testimonia, è dunque quello di offrire un aiuto a questa missione «pur non avendo più da emerito alcuna diretta responsabilità». Perciò, dopo i contatti avuti sia con il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, sia con lo stesso Pontefice, Ratzinger ha deciso di pubblicare il testo, non omettendo di ringraziare papa Francesco «per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata».
 
L’articolo ha una struttura tripartita. Si parte dalla rivoluzione sessuale degli anni ’60, per notare che proprio in quel periodo la pedofilia è stata considerata «come permessa» e anche «conveniente». Un periodo in cui si registra anche «il collasso delle vocazioni sacerdotali» e «l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale», come pure un altro «collasso», quello della teologia morale cattolica, che - ricorda Benedetto XVI - inizia a cedere al relativismo. Alcune correnti teologiche, sottolinea infatti, sostengono che «non poteva esserci qualcosa di assolutamente buono né tantomeno qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio». In questo contesto, segnato anche dalla protesta contro il magistero della Chiesa e contro Giovanni Paolo II di alcuni ambienti teologici, vede la luce nel 1993 l’enciclica Veritatis splendor, pubblicata nel 1993, che ricorda a tutti come ci siano azioni «che non possono mai diventare buone».
 
Alla luce di tutto ciò, Benedetto XVI entra dunque nella seconda e nella terza parte del testo più specificamente sul problema degli abusi. Nella seconda parte ricorda infatti che il clima post sessantottino non fu senza conseguenze sulla formazione e la vita dei sacerdoti. «In diversi seminari – scrive – si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente». E inoltre «il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momento, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo». Quanto poi alla pedofilia sacerdotale, il problema, afferma, divenne «scottante solo nella seconda metà degli anni ’80» e in un primo momento venne affrontato in un’ottica garantista dei diritti degli accusati. Per questo, egli concordò con Giovanni Paolo II sulla necessità di spostare la competenza degli abusi sui minori alla Congregazione per la dottrina della fede, in modo da giungere alla dimissione dallo stato clericale dopo un processo penale. La grande mole di lavoro che ne conseguì causo però dei ritardi, che hanno indotto papa Francesco, nota lo stesso Ratzinger, a varare «ulteriori riforme».
 
Si giunge così alla terza parte in cui Benedetto XVI riflette sulle giuste risposte della Chiesa. Abbandonarsi all’amore di Dio, scrive, «è il vero antidoto al male». «Un mondo senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso». L’esempio della pedofilia, «diffusasi sempre più» rafforza questa tesi. Perciò occorre tornare a «riconoscere Dio come fondamento della nostra vita». A tal fine Ratzinger ricorda la centralità dell’Eucaristia, mette in guardia dalla tentazione di pensare a una Chiesa «fatta da noi» e fa riferimento alle menzogne del diavolo. Sì, dice, il peccato e il male nella Chiesa ci sono,«ma anche oggi la Chiesa santa è indistruttibile».
 
Fin qui il testo. Sul quale cominciano a fiorire diverse interpretazioni. Vanno però respinti con forza i tentativi di usare lo scritto del Papa emerito contro l’azione pastorale di Francesco. Basterebbero le ultime parole di ringraziamento al Papa per smentire questa tesi perniciosa. Che del resto viene ampiamente contraddetta anche dallo spirito dell’articolo: offrire un contributo di idee per combattere l’orrenda piaga della pedofilia. Contributo che si fonda su una costante del pensiero ratzingeriano - la crisi della cultura occidentale e la perdita di senso - ampiamente condivisa da papa Bergoglio.