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Tre do-mande si presentano davanti a noi: come lascio riposare lo Spirito sopra di me? Quali sono i cardini della mia vita spirituale? Quali sono i tempi e momenti in cui si esprime la mia vita spirituale?
 
1. Come lascio riposare lo Spirito sopra di me?
 
Un prete che vive nella Chiesa locale deve poter dire: Lo Spirito del Signore ri-posa sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione (v. 18). Se lo Spirito ri-posa sopra di lui, allora la vita spirituale gli è compagna di viaggio. Siamo chiamati a ritrovare il volto autentico della vita spirituale del prete. Non preti animatori e affaristi, non presbiteri indaffarati e carrieristi, ma capaci di custodire la propria interiorità, nella semplicità del cuore e della vita, nella custodia della vita spirituale di chi ci è affidato, in uno scambio con la vita dei giovani che faticano a crescere e con le famiglie che stentano ad essere luogo di comunione e vita.
 
Ai tempi della mia giovinezza presbiterale ci aveva affascinato una formula: “il credente che diventa prete”, per significare che l’essere credente deve fiorire e rimane-re nell’essere prete, che il ministero è una forma specifica della fede, il modo con cui un cristiano si prende cura della fede altrui. Ora che è passato tanto tempo, mi appare in bella evidenza che la formula può essere capovolta: “il prete che resta credente”. Così espressa, però, la formula diventa provocante, perché allude al grave pericolo che si può essere preti  (e vescovi) praticanti, senza rimanere credenti. Si resta credenti se lo Spirito riposa su di noi. Ma quando lo Spirito non rimane su di noi? 
 
Mi sembra che lo Spirito non scenda su di noi, quando il nostro ministero è narcisista, cioè quando ciò che lo muove è la continua ricerca di approvazione e ammi-razione, quando facciamo anche cose belle, ma esse diventano come diamanti per la nostra corona di gloria; quando abbiamo bisogno di specchiarci in Facebook ed Insta-gram, e quando il nostro è un ministero preoccupato, anche se non è sul web, del pro-prio profilo e dei like che raccoglie. Mi sembra che lo Spirito non scenda su di noi, quando il nostro ministero è iperattivista, quando si disperde in mille iniziative per sen-tirsi vivo, si strema in molte incombenze e non riesce a condividerle con i laici, quando alla sera facendo il conto delle cose fatte vede che si è lasciato guidare dalle cose ed è giunto trafelato sulla soglia della notte. Mi sembra che lo Spirito non scenda su di noi, quando il nostro ministero è depresso, quando tira a campare, si lascia guidare dal “si è sempre fatto così”, quando uno vive il proprio ministero da solo e non si vede mai, quando si trascina stanco e demotivato a gestire l’ordinario, senza mai alzare lo sguar-do verso l’orizzonte ed è incapace di gettare il cuore oltre l’ostacolo.
 
Lo Spirito, invece, scende su di noi, quando il nostro ministero è umile e dutti-le, si lascia educare il cuore, riserva spazio a sé e agli altri, è capace di ascolto e di pre-ghiera, preferisce arrivare un giorno dopo con una persona in più, assume il ritmo dei preti vicini, coltiva un senso profondo di fraternità, si lascia animare dalla carità verso i piccoli e i poveri. Oggi, voglio lodare la grande “maggioranza silenziosa”, che è qui presente, quella che non dà troppi grattacapi al vescovo, ma che lavora umilmente, che ha il senso della chiesa, che è presente con naturalezza agli incontri comuni, che è posi-tiva e costruttiva, che propone l’immagine di un presbitero solare che trasmette fiducia e speranza. Ringraziamo il Signore che la maggioranza dei nostri fratelli preti sono uomini spirituali, ciascuno col suo volto, ma tutti insieme icone viventi della vita spiri-tuale, quelli che sono – come ho detto sabato ai nostri giovani – “persone finestra”. Sì, “persone finestra” con vista sulla vita dello Spirito! 
 
2. Quali sono i cardini della mia vita spirituale?
 
  Da questa breve considerazione sul ministero che ci fa vivere come uomini spi-rituali proviene la seconda domanda: quali sono i cardini della mia vita spirituale? Oggi direi che è necessaria una vita spirituale cristocentrica, eucaristica e “sinodale”.
“Cristocentrica”, perché è una vita “vestigia Christi sequentes”! Proviamo a ve-dere come la nostra predicazione e il nostro annuncio sia incentrato su Cristo, il “Si-gnore che si fa servo”, perché aiuti i nostri fratelli ad essere “servi che diventano (co-me) il Signore”. Proviamo a registrare per alcuni mesi la nostra omelia, per vedere se è moralistica o stravagante, impressionistica o precettistica, ma fatica ad “assumere i contorni” del Signore Gesù che cammina sulle nostre strade. Proviamo a vedere come è la nostra consegna alla Parola di Dio. In questi ultimi cinque anni a quale libro della Bibbia abbiamo dato un tempo di studio, di meditazione e di traduzione pastorale.
 
“Eucaristica”, perché è una vita di comunione al “sacrificio di Gesù”. Proviamo a vedere come celebriamo la nostra messa. Il rito che  celebriamo è un’insidia grande: basta aprire il messale ed è tutto pronto. Se Karl Barth preparava il “sermone” già  al lunedì, chi di noi prepara la messa (il rito, i canti, la preghiera dei fedeli, un segno, la chiesa) durante la settimana, e con chi la prepara? Proviamo a vedere se la messa non è diventata nostra proprietà, e non è più la divina liturgia della Chiesa, perché decidiamo noi che cosa fare, come imbellettarla e renderla stravagante, magari seguendo mode che  assolutizzano un aspetto del rito fino a farlo diventare l’unico. La messa non è per far “socializzare” la gente, ma per far crescere la comunione; la messa non è per insi-nuare il senso del “misterioso” con orpelli e incensi, con paramenti strani e cose astru-se, ma per custodire il mistero santo del corpo e sangue di Gesù sacrificato! Non siamo noi a dover cambiare la messa, ma è la messa che cambia noi! Qui tutti gli estremismi mettono in luce le nostre paure e le nostre paturnie, non la docilità alla grande Tradi-zione della Chiesa!
 
“Sinodale”, perché è una vita capace di prendere il respiro dei fratelli e della gente. La parola “sinodale” è ormai così usata, da essere abusata. In genere chi la usa come un’arma chiede una chiesa sinodale sopra di lui, ma sotto di sé è difficile che sia capace di ascolto e comunione. Eppure il termine va difeso nel suo senso più tradizio-nale. Se Crisostomo diceva che “sinodo è il nome stesso della Chiesa”, significa che una spiritualità presbiterale ha bisogno oggi di comunione sinodale. La comunione è più facile da scrivere, che da praticare nelle Unità Pastorali Missionarie; la sinodalità è più forbita sulla bocca, che nella cura diuturna delle relazioni di fiducia e coinvolgi-mento. Il tempo perso a stare insieme, ad ascoltare, a pensare in comune, a discutere, a smussare i propri punti di vista, pur geniali, a trovare vie di convergenza, non esigono una forte presenza dello Spirito? Il tempo dedicato a stare con i giovani e con le fami-glie, a sentire e curare le povertà materiali e spirituali, non è l’atmosfera più autentica che ci fa trovare il senso della vita spirituale, la paternità del ministero che si curva sul-le ferite dell’umano per sanare l’umano piagato e disperato? Questo è il senso radicale della “sinodalità”: non è solo una forma banale di democraticismo, ma è l’avventura di camminare e abitare con l’umano e nell’umanità della nostra gente!
 
3. Quali sono i tempi e momenti in cui si esprime la mia vita spirituale?
 
E infine, carissimi, la terza domanda: quali sono i tempi e momenti in cui si esprime la mia vita spirituale? La vita spirituale, come l’amore umano, ha bisogno di tempi e momenti. Guardiamoci dentro con sincerità: scriviamo sul nostro “quaderno intimo” quanto tempo abbiamo dedicato alla preghiera, allo studio, alla meditazione, alla confessione, agli esercizi spirituali, alla devozione, alla cura della propria persona, alla custodia dei nostri sentimenti, alla fraternità ecclesiale, alla cura spirituale della gente, alla comprensione del nostro tempo. Questo elenco, che è completo solo per di-fetto, descrive i grandi capitoli della vita spirituale. 
 
A questo punto volevo far  passare un po’ di capitoli che ritenevo importanti, ma lo Spirito mi ha detto: “perché non indichi a loro questa sfida per la seconda parte dell’anno?”. Durante quest’anno ci siamo appassionati per i travagli che stanno attra-versando la Chiesa, a livello universale e anche locale, e tutti avranno detto la loro, schierandosi da una parte e dall’altra, magari imperversando e sdottorando sui blog. 
 
Tutto questo va bene, ma mi resta un senso di amaro in bocca. Vi chiedo una cosa più essenziale: da questo Giovedì santo alla fine dell’anno pastorale, prendetevi una giornata di solitudine, e fate passare alla lente di ingrandimento di queste mie po-che e povere parole gli ultimi cinque anni, per rispondere a questa semplice domanda: la mia vita spirituale è armonica e capace di darmi gioia e serenità, anche attraverso le fatiche del ministero? Se si aprirà la finestra della vostra persona, avremo già fatto cre-scere il tasso di ossigeno  nella Chiesa, locale e universale, a cui talvolta sembra manca-re l’aria… E avremo già riaperto la partita della nostra testimonianza nel mondo.