Home Spiritualità Una questione di forza · Per la fecondità nella Chiesa

Una questione di forza · Per la fecondità nella Chiesa

 
Perché parlare della forza e del dono della forza in un convegno il cui tema è «Frutti»? Secondo me, non si può parlare di frutti, e dunque di fecondità, senza ricordare la loro fonte od origine.
 
Nella parabola della vite nel vangelo secondo san Giovanni (cfr. 15, 1-10), il Signore Gesù ci dice che siamo i frutti della vite solo se restiamo attaccati, radicati e legati alla linfa. Questa linfa che scorre e fa crescere i tralci della vite è lo Spirito santo nella sua forza viva e nella sua energia creatrice. Nella vita, se non c’è linfa, non ci sono frutti; nella vita spirituale la forza produce frutti come l’audacia, il coraggio e la fiducia. È per questo che cercherò di spiegarvi che cos’è questa forza sul piano umano e sul piano spirituale grazie a un’immagine, grazie a esempi, e soprattutto grazie a testimonianze di ciò che la forza genera quando la si lascia agire in se stessi.
Per immaginare e comprendere che cos’è la forza, sul piano simbolico e artistico, possiamo avvalerci di un archetipo pagano nel Giardino dei tarocchi, non lontano da Roma. In questo luogo l’artista Niki de Saint Phalle ha in effetti immaginato e scolpito la carta del tarocco che rappresenta la forza. Ha raffigurato una giovane che, con in mano un filo invisibile, conduce un feroce drago. L’artista spiega che il mostro che la giovane deve domare è dentro di lei. Deve sconfiggere i propri demoni, poiché attraverso quella difficile prova scoprirà la sua stessa forza. Questo archetipo simboleggia dunque il coraggio e la forza legata alla femminilità e ci fa vedere che è da una forma di controllo di sé e delle proprie energie che si può attingere forza. 
 
Sul piano filosofico, a farci meditare sulla nozione di forza è la filosofa Simone Weil. In piena seconda guerra mondiale, scriveva in L’Iliade o il poema della forza, che «la forza è ciò che fa di chiunque le sia sottoposto una cosa. Quando è esercitata fino in fondo, fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale, poiché di fatto ne fa un cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è nessuno […]. La forza che uccide è una forma sommaria, grossolana della forza. La forza esercitata da altri è imperiosa sull’anima come la fame estrema, in quanto consiste in un potere perpetuo di vita e di morte. Tanto impietosamente la forza schiaccia, tanto impietosamente inebria chiunque la possiede, o crede di possederla». E più avanti nello stesso saggio, riferendosi ai vangeli e al racconto della Passione di Cristo, scrive: «Si può amare ed essere giusti solo se si conosce l’impero della forza e si è capaci di non rispettarlo». 
 
Questo non rispetto della forza omicida è illustrato dalle due testimonianze che seguono. La prima appartiene alla letteratura francese, ai Dialoghi delle Carmelitane, unica opera teatrale dello scrittore Georges Bernanos. La storia si svolge all’alba della rivoluzione francese, il personaggio principale è Blanche de la Force, una giovane aristocratica segnata fin dalla nascita dalla paura e che decide di rifugiarsi in un convento carmelitano. Divenuta novizia, Blanche de la Force vive gli ultimi giorni della sua comunità: un drappello di rivoluzionari irrompe nel convento, ma Blanche riesce a fuggire. Gli ordini religiosi sono violentemente soppressi e le religiose brutalmente condannate a morte. Sola e abbandonata, Blanche de la Force si ritrova a piazza della Rivoluzione, proprio lei che era giudicata da tutte paurosa, fragile e debole. Lì vede le sue consorelle salire sul patibolo. E all’improvviso si fa avanti, si unisce a loro sul luogo del supplizio e intona con voce chiara e decisa il Veni Creator: «Sia gloria a Dio Padre, al Figlio, che è risorto dai morti e allo Spirito santo per tutti i secoli dei secoli». 
 
Poi, nella storia degli Stati Uniti, a farci riflettere è la testimonianza di una donna americana che non si piega davanti alla forza politica e sociale. Siamo negli anni Cinquanta, ogni sabato a mezzogiorno in tutti gli Stati Uniti le sirene della Difesa civile ululavano per ricordare alla gente che bisognava mettersi al riparo all’approssimarsi di un nemico. Dorothy Day odiava questo esercizio e le tecniche ipocrite utilizzate dal governo per creare un clima di tensione non commisurato alla realtà. Nel 1955, quando la città di New York richiese la partecipazione obbligatoria agli esercizi settimanali di difesa contro i raid aerei, Dorothy Day si rifiutò di obbedire. Nei cinque anni che seguirono, lei e i suoi collaboratori furono regolarmente portati in tribunale, ammoniti e mandati in prigione. Trattata come una criminale comune, dovette subire l’umiliazione di essere denudata, messa sotto una doccia e privata dei suoi vestiti ed effetti personali, e detenuta in carcere con criminali pericolosi. Alla fine le autorità, che avevano capito che non si sarebbe lasciata intimorire, smisero di arrestare sia lei sia gli altri dissidenti. Poco tempo dopo, le sirene che obbligavano agli esercizi di difesa contro i raid aerei tornarono a tacere. Nel suo ultimo discorso pubblico nel 1975, per la commemorazione della distruzione di Hiroshima, disse: «Dio ci ha dato la vita, e l’eucaristia per sostenere la nostra vita». 
 
Questi esempi ci mostrano la complessità di quell’energia vitale che è la forza. Da una parte c’è la forza allo stato grezzo, selvaggio, violento e crudele, dall’altra la forza interiore allo stato “dolce”, purificato, pacificato, domato e orientato. 
 
L’ultima volta che Gesù risorto si rivolge ai suoi discepoli turbati e preoccupati, dice così: «Avrete forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi» ( Atti degli Apostoli 1, 8). Qual è dunque questa “forza” che caratterizza lo Spirito santo? La Bibbia ci dice che è quella che si diffonde sulle acque all’alba della creazione; che è anche quella che risolleva Gesù dalla morte e che fa partire Pietro e gli Apostoli per predicare il Vangelo fino ai confini della terra. Lo Spirito santo è dunque forza, forza che lancia e smuove, che spinge e propulsa la Chiesa fino alla fine del mondo, forza che suscita e risuscita incessantemente la vita. 
 
Le metafore bibliche dicono di Lui, lo Spirito santo, che è soffio e acqua; ciò significa che, nella sua azione vivificante e creatrice, è una forza che, come il vento o la tempesta, fa muovere, disorienta e trascina verso orizzonti inimmaginabili, solleva montagne e apre alla speranza. Come non si può afferrare il vento o l’acqua, così lo Spirito di forza resta una realtà che ci trascende e sulla quale non si può mettere le mani. Questa forza dello Spirito si riceve come un dono che si può diffondere se gli permettiamo di trasformarci interiormente. Ebbene, lo Spirito santo, «Dono di Dio» (cfr. Giovanni 4, 10), agisce in noi proprio a mo’ di dono, ovvero genera e porta all’amore, alla semplicità, alla pace, alla fiducia e al coraggio. È con noi per comunicarci doni spirituali: sono «i doni del santo Spirito». 
 
C’è un ordine nei sette doni dello Spirito santo, che corrisponde al modo in cui lo Spirito santo ci vuole guidare. Il dono della fortezza sta al primo posto, permette di sostenere da un capo all’altro gli altri sei doni. Si può dire di lui che è “l’architrave”: ossia quel blocco unico di pietra nei templi antichi che è posto sulle colonne e che sostiene il fregio e la cornice. Il dono della forza è in un certo senso “l’architrave” di tutti i doni, quello che corona o sostiene gli altri, ossia il timore e la pietà, il consiglio e la scienza, la sapienza e l’intelletto. O per dirla con le parole del Papa, durante le sue catechesi sui doni dello Spirito santo: il dono della fortezza è «la nota di fondo del nostro essere cristiani». 
 
La testimonianza che segue incarna tutto ciò in un altro modo, in un contesto anch’esso politico e religioso. È quello di Jocelyne Khoueiry, cristiana maronita che vive ancora oggi in Libano. Nel 1975, quando scoppia la guerra contro i palestinesi, lei si arruola nella milizia armata guidata da Bachir Gemayel. A vent’anni assume il comando di un gruppo di giovani e partecipa ai combattimenti che infuriano nella capitale. Nel 1976, grazie alla sua audacia, riesce a salvare la vita di centinaia di persone e avverte una forte presenza di Dio. Poco a poco abbandona i combattimenti e mette la sua vita nelle mani di Maria. Bachir Gemayal le affida un’altra missione: prendersi cura delle giovani cristiane che vagano per le strade senza guida. Jocelyne Khoueiry ha cambiato lotta e anche guerra: ora la sua missione è formare umanamente e spiritualmente quelle donne, ascoltare molto e non contare più solo sulle proprie forze. Il suo messaggio si ripercuote su tutti i fronti e alcuni religiosi aprono cappellanie nelle varie caserme; è un periodo di grandi conversioni. Dal 1985 la sua missione di difendere il valore sacro della vita s’intensifica sempre più. Fonda prima la Libanaise 31 Mai, per incoraggiare le donne a costruire una società più umana, poi, nel 1995, un’associazione, Oui à la Vie, e nel 2000 un centro Jean Paul ii, che fornisce alle donne i mezzi per vivere in coerenza con il Vangelo. Accompagnando tutte quelle donne su un cammino di vita, Jocelyne si è resa perfettamente conto che non era più la guerra a decidere i suoi comportamenti ma che era ormai libera interiormente per costruire la pace. 
 
La forza è dunque, per così dire, l’accettazione dell’aggressività e lo sforzo quotidiano per sottometterla all’amore, al dono e al perdono. Attraverso la vita di Jocelyne Khoueiry, ci viene mostrato che il dono della forza somiglia a un’energia, quella del desiderio, messa in atto ovunque e indispensabile per la realizzazione concreta di azioni e di iniziative in ogni ambito. Tale dono rende capaci di camminare, di avanzare, di lavorare, di donare se stessi, non in funzione dei limiti personali, siano essi di salute, d’intelligenza o d’amore, ma semplicemente nella misura concessa dallo Spirito santo. 
Come Blanche de la Force nell’opera di Bernanos, Etty Hillesum nel campo di concentramento descrive alcuni religiosi. «Avanzano tra due baracche oscure recitando il loro rosario, imperturbabili, come se procedessero in fila nel chiostro della loro abbazia». 
 
Concluderò dunque con la sua testimonianza che non smette di turbare tutti, uomini, donne, cristiani, ebrei e non. Lei, che ribalta i nostri schemi e le nostre certezze attraverso i suoi scritti e la forza che l’ha animata per tutto il suo pellegrinaggio nei campi di concentramento della seconda guerra mondiale. Lei, che vuole risvegliare la vita in ogni persona, lasciando che in lei Dio ascolti Dio in quelli che lei incontra, per aiutare Dio a essere Dio. 
 
I suoi ultimi scritti testimoniano una forza interiore che ci lascia senza parole. Raccontano la sua resistenza spirituale che si rifiuta di cedere alla disperazione, all’odio e alla vendetta. Scrive ai suoi amici: «Dopo la guerra, dovremo costruire un mondo completamente nuovo e a ogni nuova atrocità dovremo opporre un piccolo supplemento di amore e di bontà da conquistare su noi stessi». Da dove prende dunque questa forza? Etty cerca una forza che nulla e nessuno sembra in grado di comunicarle. Una forza che ha un’affinità con la sua anima e che la terrebbe in prossimità di quella parte indistruttibile di sé che vorrebbe trasmettere. Allora lei si esercita e lo fa soprattutto con la preghiera, una preghiera che vorrebbe fosse ininterrotta. Questa è per lei, un «modo di restare in vita», e non di sopravvivere. Vi vede l’unico mezzo per preparare tempi nuovi. Si tratta di cambiare se stessi per «minare il male alla base». Scrive: «Ho spezzato il mio corpo come il pane e l’ho condiviso tra gli uomini, perché erano affamati […]. Si vorrebbe essere un balsamo versato su tante piaghe». 
 
Che cosa dicono oggi queste donne a noi, donne e uomini nella Chiesa del XXI secolo? Tutte hanno conosciuto la paura, il conformismo dilagante, la violenza, l’oppressione, l’odio e ogni sorta di abuso, il rifiuto e l’esclusione. Hanno osato parlare, hanno superato limiti, infranto silenzi di abuso di potere e di fiducia, hanno osato alzarsi per denunciare ciò che non era servizio ma servitù od oppressione, anzi addirittura schiavitù. Lo hanno fatto alla loro maniera, spostando gradualmente i limiti. Tutte sanno che il primo “terreno” da convertire è il loro; da lì provengono la loro fecondità e gli innumerevoli frutti che hanno trasmesso. Queste donne ci parlano della forza che agisce e genera azioni, e che ci porta sempre più vicino alla fonte della nostra vera vita, che è Cristo. 
 
Con questo dono della forza si può camminare sull’acqua, come san Pietro. A volte andremo a fondo, ma l’importante sarà riprendere la traversata, coraggiosamente, e passare giorno dopo giorno da una riva all’altra fino all’ultimo passaggio, fino al nostro ultimo respiro dicendo con Gesù: «Padre, sia fatta la tua volontà, non la mia». Perché come dice il salmo: «Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio»!
 
di Catherine Aubin