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Presentazione dell’esortazione apostolica di Papa Francesco "Gaudete et exsultate" (Giovanni Mazzillo)

 
"Gaudete et exsultate": chiamata alla santità nel mondo contemporaneo
 
La mia presentazione procede per approfondimenti successivi. I livelli  di riflessione si possono ricavare da alcuni concetti fondamentali contenuti nel titolo. 1° livello di riflessione:  il valore della santità per il (più che nel)  mondo contemporaneo, sottolineando le novità del testo del Papa e del mondo attuale, così come sono state recepite dai  media nello slogan «la santità della porta accanto»; 2° livello: le novità sull’origine e la declinazione della santità come sono nel testo e nel pensiero teologico di Papa Francesco e che ruotano intorno alla gioia ed esultanza, temi che aprono l’esortazione e ricompaiono alla fine con queste parole: «Condividere una felicità che il mondo non ci potrà togliere»; 3° livello di riflessione: la chiamata alla santità come chiamata al Regno di Dio e alla sua giustizia, pertanto oltre la giustizia degli scribi e dei farisei e oltre l’amore dei pagani.
 
Tutto ciò nella lettura, con particolari annotazione dei 5 capitoli, che sono:
 
1) La chiamata alla santità;  2) Due sottili nemici della santità; 3) alla luce del Maestro; 
4) Caratteristiche della santità nel mondo attuale; 5) Combattimento, vigilanza e discernimento
 
1) Il valore della santità per il mondo contemporaneo
 
Quello che i media hanno registrato dell’esortazione apostolica di Papa Francesco si può riassumere sotto il titolo «la santità della porta accanto», espressione effettivamente presente nel testo, ma per sottolineare la diffusione e la penetrazione della santità anche oltre quella più nota dei “Santi” già riconosciuti come tali.  Citando E. Stein, Verborgenes Leben und Epiphanie, (Vita nascosta ed epifania) Papa Francesco scrive al n. 6: 
«Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché “Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità”».
Ne chiarisce il senso facendo esempi concreti: i genitori nell’amore con cui crescono i figli, quelli che faticano per portare il pane a casa, i malati e gli anziani, “le religiose anziane” che continuano a sorridere.  Costituiscono la «classe media della santità»  (n. 7).
 
Se questo è nel testo, avrete anche voi notato le eccedenze e le violenze verbali alla Socci di giornali ormai dichiaratamente ostili a Papa Francesco, come Il Giornale, Libero, ecc.  Quest’ultimo, all’uscita dell’esortazione, nell’edizione on line del 10/04/18 riducendo tutto all’appello all’accoglienza, non sapeva scrivere altro che questo: «Non è roba da comunisti. Papa senza precedenti, dove si spinge sugli immigrati». Altri giornali meno prevenuti, come il Corriere della sera, avevano riassunto (il giorno prima) l’esortazione così: «Terza esortazione di Papa Francesco: “Non aver paura dei santi della porta accanto”». Spiegando: «Si intitola “Gaudete et Exsultate” ed è incentrata “sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”. Francesco sa di dire cose scomode e invita ad andare controcorrente» e su questa linea venivano citati stralci del testo, tesi in primo luogo ad evidenziare il pensiero “sociale” del Papa. In maniera giornalisticamente più corretta, una testata pur non filogovernativa come Adista, ha riassunto: «“Gaudete et exultate”: Papa Francesco libera la santità», spiegando analiticamente le novità in questi termini:
 
«(L’esortazione) verte sulla “chiamata alla santità nel mondo contemporaneo” e c’è da credere che non mancherà di suscitare reazioni, soprattutto quelle polemiche... Non è probabilmente uno dei testi più forti del papa, ma vi ritornano diversi temi a lui particolarmente cari: l’impegno sociale, la critica ai “burocrati” nella Chiesa e l’esortazione a vivere la fede evangelica nel tempo presente» . Adista ha comunque sottolineato qualcosa che non si trova altrove, e cioè che «si tratta di una descrizione della “santità” alla luce del Concilio Vaticano II e della Costituzione Lumen Gentium sul ruolo dei laici nella Chiesa: ennesima (e importante) attestazione della volontà di Bergoglio di praticare la lezione conciliare».
 
Riportando in sintesi i contenuti dei 5 capitoli, veniva annotata per il primo il superamento dei «modelli nocivi di devozione» a vantaggio della  strada delle Beatitudini, essendo queste «poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato», anche se «molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie». Riprendendo i due pericoli del 2° capito, lo gnosticismo ed il pelagianesimo», il commento menzionava gli ostacoli alla santità che Papa Francesco descrive nel n. 57 e che riguardano: «L’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo». 
 
In ogni caso si annotavano le novità positive del 3° capitolo, menzionando le beatitudini evangeliche nell’attualizzazione che ne fa il Papa e soffermandosi sull’accoglienza, vista come «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati» e mettendo in guardia ancora contro il doppio, contrapposto pericolo: trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», senza la sua «luminosa spiritualità», oppure, al contrario, diffidare sistematicamente dell’impegno sociale, considerandolo di volta in volta  «superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista» (n. 101). In questo contesto si evidenziava la difesa dell’innocente, da quello cui è negata la possibilità di nascere e la difesa dei poveri «che sono nati, ma che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto» (ivi). Qui è davvero importante la denuncia di Papa Francesco sull’insensibilità di alcuni, i quali definiscono questi temi come secondari rispetto ai temi “seri” della bioetica. «In effetti, troviamo scritto, la loro accoglienza ci è richiesta da Gesù, che ci giudicherà anche sul comportamento da noi tenuto verso di lui come forestiero (cfr Mt 25,35)» (n. 102). Il pericolo indicato da Papa Francesco è chiudersi in forme pseudo spirituali, come l’individualismo, lo spiritualismo, la ricerca di sistemazione, o la «ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme». Troviamo tale riprovazione al n. 134, mentre il n. 138 contiene un binomio su cui torneremo e che evoca un binomio inscindibile tra preghiera e prassi evangelica, annuncio e servizio. 
 
Ciò viene additato nell’esempio di tanti preti, religiose e laici, che, è scritto, «si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita ... La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (n. 138). Potremmo dire, a nostra volta: annunciare e servire senza l’accento sulla e deve farci arrivare, nella prassi, ad accentarla, dicendo: «annunciare è (verbo) servire». Vi si arriva, parlando della santità come risposta alla nostra attesa messianica e alla costruzione del regno di Dio 
Dell’ultimo capitolo, il 5°, si riporta, infine, la lotta contro il diavolo, «principe del male», la necessità del discernimento, che oltre ad essere un dovere è anche un dono da  chiedere, l’obbedienza al Vangelo, seguendo le indicazioni del Magistero che lo custodisce. Per concludere con queste parole: «Chiediamo che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito. Così condivideremo una felicità che il mondo non ci potrà togliere».
 
2) «Condividere una felicità che il mondo non ci potrà togliere»
 
Proprio queste ultime parole, per me determinanti per quello che sto per dire, sono state, però, tagliate nel precedente sommario di Adista, che per il resto è abbastanza corretto e fedele al testo. E tuttavia ciò fa la differenza. Pur trattandosi di esortazione, infatti, il messaggio non è un testo meramente esortativo.  È invece un messaggio e un annuncio. Si potrebbe dire, in un trittico che risale a don Tonino Bello, è un messaggio che contiene un annuncio, una denuncia e l’invito a una rinuncia, la rinuncia ad una vita mediocre, mondana, burocratica per accogliere tutta la gioia contenuta nelle beatitudini evangeliche. 
Per facilità espositiva, cominciamo dalla denuncia. Il pensiero di Papa Francesco denuncia chiaramente alcune impostazioni sbagliate e pertanto deleterie della santità. In sintesi si può dire che la santità non è perfezione e compimento straordinario di virtù e di supremo eroismo, ma è radicalità nella sequela di Gesù.
 
Pertanto non è puro e umano sforzo ascetico per raggiungere vette eccelse, ma è vita quotidiana evangelicamente vissuta. Vissuta evangelicamente, sia per ciò che riguarda il modo di impostare l’esistenza, sia per ciò che riguarda i contenuti del Vangelo stesso. Il Papa riprende ciò che è nel Vangelo: lo straordinario non è semplicemente ed esclusivamente nel cielo, evitando la terra, ma è nella scoperta del cielo nella nostra stessa terra. Santità è imparare a cogliere, vivendo di conseguenza, l’eternità nel quotidiano, perché come sa chiunque inizi un corso di teologia biblica giovannea, la vita eterna non è quella che avremo un giorno, al momento della morte, ma l’abbiamo ogni qualvolta intercettiamo Cristo e ci lasciamo coinvolgere da lui nel suo sogno umano-divino di migliorare il mondo cominciando a migliorare noi stessi.
 
È la dimensione dell’esortazione che possiamo definire l’annuncio. In effetti è fondamentale cogliere nel testo di Papa Francesco la gioia e l’esultanza, per sconfiggere la tristezza. La tristezza che ha tanti volti e appare in tante forme: dalla mediocrità alla rassegnazione, dall’immobilismo alla rigorosità senza avere più la capacità di sognare e perciò di cambiare. Da dove nasce una tale tristezza? Papa Francesco indica di volta in volta le cause della tristezza connessa con l’implicita o esplicita rinuncia a camminare sul sentiero della santità. Individua due atteggiamenti più culturali che spirituali che ne sono concause se non proprio cause principali lo gnosticismo ed il pelagianesimo. In sintesi: ritenere che è vero solo ciò è comprensibile e razionalmente conoscibile, pensando di poter conseguire la meta della propria esistenza umana, il pieno rapporto con Dio, semplicemente con le proprie forze ed i propri sforzi.
 
Né l’uno né l’altro orientamento della propria vita centrano l’obiettivo, né tanto meno danno la felicità. Come mai? La risposta è una sola: perché in essi difetta l’amore, l’amore che accoglie e riceve e sa che tutto è dono e tutto viene da Dio. La felicità manca perché questa non è mai il conseguimento di uno sforzo compiuto dal basso o impostosi, seppure con eroica disciplina. La felicità è invece frutto dell’amore ed essa stessa è un dono. Perciò è per-dono, è misericordia, è tenerezza, è vita spesa per gli altri. Pertanto è anche rinuncia, oltre ad essere annuncio e denuncia: rinuncia a vivere per se stessi, narcisisticamente, individualisticamente.
 
Da qui allora la proposta di Papa Francesco di vivere, conquistati e condotti da Gesù, esclusivamente per lui, per gli altri, per la comunità dei fratelli, per la Chiesa. In questa maniera si vive per il Signore e per il suo Regno. Qui si ritrova e si realizza la gioia. Ma secondo quali modalità specifiche e in quali interconnessioni teologiche?
Per rispondere a queste domande riprendo ora, approfondendole, le linee teologiche del pensiero di papa Francesco, da me indicate a Cetraro il l’8 Maggio 2014 e che in quell’occasione avevano due punti di riferimento: l’Evangelii gaudium e il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa . Formulavo per non perdermi tre tesi: 1) Non c’è annuncio senza gioia, perché la gioia nasce dal vivere rapporti liberi, liberati e liberanti (con gli altri e per altri): 2) La consacrazione presbiterale è anche unzione profetica per la liberazione dell’uomo e nella scelta preferenziale dei poveri; 3) Cercare il Regno di Dio e la sua giustizia e non il proprio prestigio.
 
Ritengo questa sintesi ancora valida e di esse soprattutto la prima e la terza ricevono una più che autorevole conferma nell’esortazione Gaudete et exsultate. 
Infatti, non solo non c’è annuncio senza gioia, ma non c’è gioia senza annuncio.  La Evangelii gaudium si apriva grandiosamente così: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». La Gaudete et exsultate si apre con le parole: «”Rallegratevi ed esultate” (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente».
Dal confronto risulta chiaro che peccato, tristezza, vuoto interiore, isolamento sono causa ed ulteriore effetto di «un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente». Sono in realtà proprio ciò che in un punto non sempre evidenziato della prima esortazione viene espresso con parole più decise: «n. 265. Abbiamo a disposizione un tesoro di vita e di amore che non può ingannare, il messaggio che non può manipolare né illudere. È una risposta che scende nel più profondo dell’essere umano e che può sostenerlo ed elevarlo. È la verità che non passa di moda perché è in grado di penetrare là dove nient’altro può arrivare. La nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito amore».
 
La tristezza infinita, che si cura con un infinito amore, si cura con l’accoglienza di un annuncio e la promulgazione dello stesso annuncio: l’annuncio di una vita alternativa, una vita “altra”, quella delle beatitudini. È l’appello alla santità e l’annuncio della santità possibile, senza averne paura, perché Papa Francesco rivolgendosi a ciascuno di noi, Vangelo alla mano, assicura che la santità «non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità» (n. 32).
La santità è possibile perché è possibile ed è realistica, anzi è l’unica cosa che ci resta da fare. È camminare alla presenza di Dio, come Abramo, una presenza tutta da riscoprire perché «una volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7)» (n. 51).
 
3) La chiamata alla santità è chiamata al Regno di Dio e alla sua giustizia 
 
Papa Francesco ci ricorda anche l’inscindibile rapporto tra l’amore di Dio e il servizio concreto al fratello. Dice chiaramente che per la santità è discriminante la riscoperta dell’altro come fratello: si può affermare che non scopriamo davvero Dio e pertanto non rispondiamo alla sua chiamata alla santità, se non scopriamo l’altro. Come fratello, non concorrente o avversario con il quale spartire l’eredità, ma fratello da amare, accompagnare, servire. Servirlo e metterlo al centro delle nostre preoccupazioni, se Cristo è davvero al centro della nostra vita, andandolo a cercare nelle periferie tanto della vita quanto della società, perché, come troviamo al n. 135, «Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura! Non ha paura! Va sempre al di là dei nostri schemi e non teme le periferie. Egli stesso si è fatto periferia (cfr Fil 2,6-8; Gv 1,14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, là lo troveremo: Lui sarà già lì. Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì».   
 
Non è, come dice qualcuno, il «ritornello della periferia» che sta a cuore al Papa, ma piuttosto ciò che fa la differenza nel ripartire continuamente sul sentiero della santità.  È la ricerca del fratello come ricerca del «Regno di Dio e della sua giustizia». È, secondo le parole di Gesù, andare oltre la giustizia degli scribi e dei farisei e oltre l’amore praticato già dai pagani. Alcune parole del Signore ci indicano un chiaro, indispensabile, improrogabile orientamento di rotta della nostra vita: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 5,20) e  ancora: «… se  amate  quelli che vi amano, quale   merito   ne  avete?  Non  fanno  così  anche  i pubblicani?  E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,46-47), per concludere: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). «Siate perfetti» sembra rievocare «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44), invito che Luca traduce così:  «Siate misericordiosi,  come  il  Padre  vostro  è misericordioso»  (Lc 6,6). Evidentemente misericordia e perfezione si sovrappongono in Dio e dobbiamo tendervi anche noi.
 
Ma soffermiamoci sull’invito: «Siate perfetti» (telèioi). Da qualcuno è stato interpretato, a ragione, non nel senso di una perfezione come vertice, come sublimità, come eroismo, ma come radicalità, come atto totale di affidamento a Dio, cioè come atto “perfetto”, perché radicale nell’amore . In questo senso si deve superare la “giustizia” degli scribi e dei farisei, da una parte, e quella dei pubblicani e dei pagani dall’altra, perché, evidentemente, i primi puntavano alla minuziosità e non alla radicalità della legge e i  secondi ad un amore tutto naturale, che però diventava scambio di mutui favori. Ma la prassi delle beatitudini supera ogni calcolo e ogni sforzo etico.  Ciò che costituisce la santità cristiana è la radicalità dell’amore. Questo è contenuto nelle beatitudini.
 
Papa Francesco lo afferma con forza: le beatitudini sono l’indicazione e l’appello per una novità di vita, perché sono la narrazione di una radicale accoglienza di Dio e delle sue meraviglie in questo nostro mondo. Narrazione e invito per un modo di essere totalmente altro dall’ordinario. Cioè altro dal modo abituale di intendere la religione e dal modo solito di impostare i rapporti umani. L’invito diventa perciò una chiamata alla radicalità e vale per noi e per l’intero popolo di Dio. È da praticare nella radicalità di chi ama senza riserve, con i propri limiti, e tuttavia senza deroghe. Come accade con l’innamorato, che può amare perdutamente, pur con i suoi limiti, perché l’amore, anche il più folle, non cancella i limiti; tuttavia chi ama sa che non può non amare, sa che la sua vita non esisterebbe senza quell’amore.  
La domanda è quanto siamo innamorati di Gesù fino a scorgere con lui e in lui la possibilità dell’affermarsi Regno di Dio già nel nostro mondo: nelle nostre comunità, nel nostro rapporto con le cose, con il denaro, con noi stessi. Certamente, si tratta di un Regno che viene da Dio, ma è il regno messianico, il cui Messia è già venuto e lo ha avviato, caratterizzandolo definitivamente come Regno di pace (Sal 72,3-77). È quel Regno salutato come salvezza e come liberazione per un servizio senza timore «in santità e giustizia».
 
La chiamata alla santità è pertanto chiamata alla zedaqah, alla giustezza delle relazioni e dell’ordinamento del mondo, perché è vocazione continua al Regno alternativo a tutti gli altri. Tutti i regni della terra offerti dal divisore, dal diabolos, a Gesù sono sotto il dominio diabolico e richiedono l’adorazione del divisore e della divisione, dell’accaparramento dei beni per se stesso e a danno degli altri . Creano ricchezza per pochi e povertà, emarginazione e oppressione per i più. Il Regno di Dio predicato da Gesù, invece, è per i poveri ed i perseguitati («di essi è il Regno dei cieli»). Appartiene, persino, a chi, all’ultimo momento, riconosce finalmente in Gesù il vero Re, sebbene morente sulla croce accanto a lui, come lui. È l’opposto dei re terreni nei quali uno come il “malfattore” aveva posto la sua fiducia, tanto che questi «disse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". Gli rispose: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso"» (Lc 23,42-43). 
 
La salvezza del Paradiso inizia già sulla terra. Ci raggiunge e ci è donata, ma vuole e deve proseguire con noi. Per questo è insieme santità e giustizia, dal momento che Dio ci conferisce una «salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano», concedendoci «liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni (Lc 1, 71.74-75). Santità e giustizia vanno allora insieme, sono inseparabili come la pace e la giustizia, perché attributi costitutivi del Dio biblico. Essere chiamati alla santità è «rivestire l'uomo nuovo che è creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità» (Ef 4,24). Maria di Nazaret, di cui parla il n. 176, è l'esempio più alto tra le creature umane di una  santità realizzata, di una santità che si rivolge agli altri, a noi, per aiutarci nel nostro cammino.
 
Per tutte queste ragioni cercare di vivere la santità è per Papa Francesco ciò che è per Gesù: è vivere nell’ottica del Regno di Dio. Per non sbagliare occorre vigilare, resistere e praticare il discernimento, salvandosi dalla «corruzione spirituale» che ci insidia, perché «senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (n. 167). A una santità continuamente da discernere Gesù ci chiama e ri-chiama, dicendoci ogni volta: «Il Padre vostro celeste, sa [di tutto ciò di cui] avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 32-33).