Home Eventi DELPINI: «CHI VA A MESSA NON SIA INDIFFERENTE AI FRATELLI CHE MUOIONO IN MARE»

DELPINI: «CHI VA A MESSA NON SIA INDIFFERENTE AI FRATELLI CHE MUOIONO IN MARE»

 
Un documento firmato dall’Arcivescovo di Milano insieme al Consiglio pastorale della Diocesi richiama i cristiani che ignorano il dramma dei migranti: «Vorremmo che nessuno rimanga indifferente, dorma tranquillo, si sottragga a una preghiera e declini le sue responsabilità».
 
In campo anche i vescovi di Torino, Nosiglia, e Firenze, Betori: no all’indifferenza «Quello che succede, nel Mediterraneo, in Italia e in Europa può lasciare indifferenti i cristiani? Possono i cristiani stare tranquilli e ignorare i drammi che si svolgono sotto i loro occhi? Possono coloro che partecipano alla Messa della domenica essere muti e sordi di fronte al dramma di tanti poveri, che sono, per i discepoli del Signore, fratelli e sorelle?». Sabato scorso aveva benedetto la città che accoglie, si impegna nel volontariato, ha a cuore la sorte degli ultimi, riesce a fare “rete” nella solidarietà. Domenica, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha firmato, insieme al Consiglio pastorale diocesano, un documento durissimo per incalzare e richiamare l’altra Milano: quella che, anche tra i cristiani, volta la testa dall’altra parte e perde di vista la carità.
 
L’occasione è stata la riunione a Triuggio del Consiglio pastorale diocesano (di cui fanno parte un centinaio fra presbiteri, diaconi, consacrati e soprattutto laici), convocato per l’assemblea del Sinodo Minore, indetto da Delpini, sulla “chiesa delle genti”.
 
L’Arcivescovo di Milano si rivolge anzitutto ai cristiani che vanno a Messa: «Vorremmo che nessuno rimanga indifferente, che nessuno dorma tranquillo, che nessuno si sottragga a una preghiera, che nessuno declini le sue responsabilità». E incalza: «Gli innumerevoli gesti di solidarietà, la straordinaria generosità delle nostre comunità può consentire di “avere la coscienza a posto” mentre intorno a noi c’è gente che soffre troppo, che fa troppa fatica, che paga a troppo caro prezzo una speranza di libertà e di benessere?».
 
Nel suo intervento del giorno prima al Parco Sempione di Milano, Delpini aveva premesso di non voler fare nessun discorso politico. Ma nel documento le domande sono anche per chi oggi è al governo del Paese e gestisce il fenomeno, imponente, dell’immigrazione con toni accesi e fuori dalle righe: «Di fronte al fenomeno tanto complesso della mobilità umana, delle migrazioni, delle tragedie che convincono ad affrontare qualsiasi pericolo e sofferenza pur di scappare dal proprio paese, la comunità internazionale, l’Europa, l’Italia possono rassegnarsi all’impotenza, a interventi maldestri, a logorarsi in discussioni e contenziosi, mentre uomini e donne, bambini e bambine muoiono in mare, vittime di mercanti di esseri umani?», chiede Delpini. «I governanti che i cittadini italiani hanno eletto possono sottrarsi al compito di spiegare quello che stanno facendo, di argomentare di fronte ai cittadini il loro progetto politico, che onori la costituzione, la tradizione del popolo italiano, i sentimenti della nostra gente?».
 
L’Arcivescovo invita a non affrontare questi temi con slogan ma con un’analisi che tenga conto della complessità del fenomeno che riguarda, sempre e comunque, vite umane: «Può bastare un titolo di giornale per leggere una situazione? Può bastare uno slogan per giustificare una decisione? Pensiamo di aver diritto a una informazione comprensibile, pacata, argomentata», è l’appello.
 
Sabato scorso, monsignor Delpini era intervenuto al pranzo multietnico promosso dal Comune di Milano con diverse associazioni per la conclusione del mese di “Insieme senza muri”. Una tavolata lunga oltre 2,5 chilometri dove hanno mangiato insieme più di diecimila persone di nazionalità diverse. Cinesi, africani, sudamericani, italiani, tutti insieme a condividere il cibo e le loro ricette tipiche. Una festa sulla quale è scesa la benedizione dell’arcivescovo: «Benedetta Milano perché sei capace di operare con efficienza e solidarietà, per la folla sterminata che si dedica a fare del bene. Per la pluralità delle confessioni che cercano di essere insieme lode a Dio. Benedetta perché dà da mangiare a tutti quelli che arrivano qui e perché dà voce a coloro che non hanno voce e soccorre quelli che non hanno soccorso».
 
L'AFFONDO DI NOSIGLIA: «IN CERTO DIBATTITO PUBBLICO VINCE IL “PADRONE DEL CIRCO”»
 
Oltre a Delpini, anche gli altri vescovi italiani hanno fatto sentire la propria voce mettendo in guardia da chiusure e venti di razzismo. A Torino, l'arcivescovo Cesare Nosiglia nell’omelia della festa patronale di San Giovanni Battista, ha lanciato un affondo contro «l'esplodere di polemiche, l'aver trasformato certo dibattito pubblico in un'area in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre “il padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti». Poi monsignor Nosiglia ha invitato a pranzo in arcivescovado tre famiglie di diverse etnie, provenienza e religione: una famiglia rom proveniente dai campi della città, composta da 6 persone tra cui 4 minori e seguita dalla associazione Aizo; una famiglia italiana di 5 persone tra cui 3 minori. La famiglia è stata sfrattata, ed è stata inserita nel progetto «Sister», che la Caritas diocesana ha realizzato utilizzando i fondi che papa Francesco ha voluto lasciare per i bisognosi di Torino dopo la sua visita del giugno 2015 e una famiglia congolese di 8 persone tra cui 6 minori, aiutata e seguita da Fondazione Migrantes.
 
Sul dramma dei migranti è intervenuto anche il cardinale di Firenze, Giuseppe Betori: tutti i Paesi in Europa «devono condividere» gli sforzi dell'Italia, ma «la ricerca di un maggiore coinvolgimento degli altri, non può giustificare - ha sottolineato l'arcivescovo - nostre chiusure». «Un clima di divisione - ha aggiunto - è sempre nocivo per una società, soprattutto quando prende a pretesto le origini etniche. La dignità della persona umana è un principio irrinunciabile e precede cittadinanza, provenienza, etnia, cultura, religione». E allora occorre aprire «corridoi umanitari», promuovere politiche di sviluppo «nei paesi di partenza dei migranti, se ne accompagni l'accoglienza con percorsi di integrazione e non si mettano i poveri contro i poveri per scopi di propaganda», ha concluso Betori.