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Clerc, il silenzio di Dio abita vette impervie

 
Amico dello scrittore Emmanuel Carrère, già autore di un saggio sul “buddhismo comune”, scettico verso i monoteismi ma sensibile alle tracce del sacro: un suo libro sul mistero divino
 
«Fin dall’infanzia egli si è chiesto: che cosa ci faccio qui? E chi è “io”? Molte persone possono anche vivere tutta la loro esistenza senza neppure essere sfiorate da queste domande – o, se lo sono, ciò accade fuggevolmente, e non faticano a passare oltre. Ma vi sono anche altri generi di persone. Per loro è diverso. Sono più o meno saggi dei primi, su questo si può discutere all’infinito: il fatto è che non si sono mai ripresi da quella specie di stupore che impedisce loro di vivere senza chiedersi perché vivono, qual è il senso di tutto ciò, se pure ve n’è uno. Per costoro, l’esistenza è un punto interrogativo; e, anche se non possono escludere che a questa domanda non vi sia alcuna risposta, pure la cercano, è più forte di loro».
 
Così Emmanuel Carrère, nel suo libro Il Regno, descrive l’amico Hervé Clerc. Ed è il perfetto ritratto dell’inquieto, dell’uomo che si pone in ricerca della verità. Nel libro dello scrittore francese, dedicato al cristianesimo, v’è il racconto dei dialoghi fra i due, delle loro camminate in montagna. Entrambi sempre in ricerca, entrambi agnostici.
 
Ora Adelphi manda in libreria un volume di Hervé, giornalista a lungo impegnato su vari fronti di guerra: una sorta di corpo a corpo con Dio ove s’intrecciano filosofia e teologia e in particolar modo le tradizioni religiose dell’islam e dell’induismo, dopo che già Clerc aveva dedicato un saggio al buddhismo. Si riaffaccia poi la teologia negativa adombrata dai mistici, da Meister Eckhart ai maestri sufi Rumi e Ibn ’Arabi. A Dio per la parete nordè il titolo del volume, un tentativo singolare di andare oltre la concezione del Dio personale propria dei tre monoteismi. Un’operazione già tentata da Nietzsche, quando nella Gaia scienzaannunciò che «Dio è morto», riferendosi ovviamente al Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e soprattutto al Dio del cristianesimo. Clerc si riconosce nel verdetto inoppugnabile di Nietzsche eppure, pur non credendo nell’esistenza di un Essere personale, «amico e guida degli uomini », ha il coraggio di mettersi a nudo e di rivelare che sin da bambino ha avvertito una “presenza”, qualcosa di «intensamente personale» cui dava del «tu».
 
Una realtà con la quale, diventando vecchio, scopre di dover fare i conti: «Ritardatario sulla terra, comprendo che è giunto il momento di sporgermi di nuovo verso la misteriosa presenza». Un’esperienza – precisa subito – libera da ogni dogma e da ogni appartenenza religiosa. Come l’amico Carrère, anch’egli ha avuto una madrina, Jacqueline Frié, che li ha avvicinati al cristianesimo, ma è stata per entrambi una parentesi breve ed essi hanno verso le religioni un atteggiamento di rispetto ma anche di scetticismo. Solo che Carrère al cristianesimo ha dedicato un libro originalissimo, il già citato Il Regno, mentre Clerc ha preferito guardare a Oriente, studiando l’induismo, il buddhismo e l’islam. Di quest’ultimo ha avuto modo di apprezzare il sufismo, andando oltre l’idea dell’islam come religione immobile, idea che ben conosciamo in Occidente nella versione parodistica che ne danno gli integralisti. Quello sufi invece è un islam aperto ed è esso che dobbiamo riscoprire se vogliamo far prevalere il dialogo e il confronto e non la violenza. A sua volta l’induismo è saggezza e tolleranza. E niente affatto politeista, come siamo abituati a credere: lo è solo nel suo aspetto superficiale ed esteriore. In realtà «gli indù sanno perfettamente che il fondo delle cose è uno solo».
 
Il modello di Clerc è l’intellettuale dell’Umanesimo, che riuscì a conciliare la cultura giudeocristiana e quella grecolatina: da lì nacque l’Europa. «Oggi – scrive – questo lavoro è più complicato di un tempo. Per arrivare a una visione aperta del mondo l’umanista non deve più dipanare solo due matasse, ma tre: i monoteismi, islam incluso; il polo greco, portatore dell’indispensabile pensiero critico; i poli indiano e cinese». Cosa rimane alla fine di questo lungo viaggio, di cui va sottolineata l’assoluta sincerità, di Hervé Clerc? La drammatica presa d’atto della desolazione del mondo postmoderno, cui fa da contraltare l’emergere della «faccia desertica di Dio». Così, il Dio della parete nord cui l’autore si rivolge è una realtà abissale, impersonale, senza forma né volto. Un Dio che dà le vertigini e che non si può nemmeno nominare. Quello che egli vede all’orizzonte è il riproporsi del “Dio nudo” di mistici come Plotino e Meister Eckhart. Ed è un Dio impossibile da vedere, sinonimo quasi di “nulla” e di “vuoto”. Un Dio che si fa deserto. Qui si rischia la bancarotta del senso, lo ammette lo stesso Clerc, ma forse si intravede «l’abbozzo di un altro senso, ancora intatto, che è sempre Dio, ma visto sull’altro versante, nella sua faccia oscura, nella sua immensa discrepanza rispetto a tutto ciò che abbiamo saputo, immaginato, pensato e detto di Dio finora».
 
Questo Dio assomiglia molto all’“ultimo Dio” di Heidegger e, come diceva Pareyson, certamente l’immagine del nuovo Dio che deve comparire all’orizzonte resta vaga, nebulosa, sospesa. Alquanto lontana dal Dio dei cristiani. Eppure, forse che questo “vuoto”, che poi non è altro che il “silenzio”, la “reticenza” dei mistici, non è già di per sé una chiamata dell’anima a Dio? Come diceva Michel de Certeau, «la frase mistica è un artefatto del silenzio che vela più cose di quelle che sveli». Il suo carattere sostanziale si ritrova nella formula di Bonaventura del «trovare Dio in tutte le cose». Quali che siano le conclusioni di Clerc, gli va dato atto che la sua ricerca attesta il ruolo centrale della meditazione per la vita dell’uomo. Tuttavia, a parte una citazione di Michael Lonsdale, l’attore protagonista del film Uomini di Dio («la causa della diffusione del male nel mondo è l’impotenza di Dio, perché nella sua lotta contro il male l’unica arma di Dio è l’amore. Dio non costringe nessuno»), ciò che manca nel suo libro è la dimensione del prossimo, del-l’altro, dell’agape. Che emerge in tutta la sua forza ed evidenza alla fine del libro di Carrère, quando lo scrittore racconta la condivisione di alcuni giorni nella comunità dell’Arche di Jean Vanier. «Anche se lo trovo un po’ imbarazzante – commenta – mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo».
 
E dopo aver danzato con una ragazza down ospite della comunità, conclude: «Devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos’è il Regno». Che non è molto diverso da quanto scrive Marguerite Yourcenar, citata da Clerc con ammirazione. Leggiamo cosa mette in bocca a un monaco nel romanzo storico L’opera al nero: «Per quante notti ho respinto l’idea che Dio lassù non è che un tiranno o un monarca incapace, e che l’ateo che lo nega è il solo a non bestemmiarlo... Poi una luce s’è fatta in me [...]. E se ci ingannassimo postulando la sua onnipotenza e vedendo nei nostri mali l’effetto della sua volontà? Se dipendesse da noi ottenere che giunga il suo Regno? Ho già detto che Dio si delega; mi spingerò oltre... Forse egli non è che una fiammella nelle nostre mani, e dipende da noi alimentarla e non lasciarla spegnere; forse siamo la punta più avanzata alla quale egli perviene. Quanti infelici offesi dall’idea della sua onnipotenza accorrerebbero dal fondo del loro sconforto se si chiedesse loro di venire in aiuto alla debolezza di Dio?».