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Allenamento alla gioia

 
In un saggio di Catherine Aubin 
 
È veramente molto bella e profonda questa riflessione sulla gioia di Catherine Aubin (Prier avec son coeur. La joie retrouvée, Paris, Editions Salvator, 2017, pagine 144, euro 14,90), suora domenicana autrice di importanti studi sulla preghiera in san Domenico. Non è frequente, nella foresta di libri di “spiritualità” che escono presso le case editrici cattoliche, imbattersi in un libro così vivo, così parlante, che sa scuotere l’anima del lettore. Questo accade perché si sente che Aubin narra esperienze vere, perché le citazioni — non troppe — che ci offre sono state masticate a lungo nella meditazione personale, non sono lì a fare sfoggio di cultura.
 
Io voglio che la vostra gioia sia perfetta, dice Gesù nel vangelo di Giovanni, e Aubin lo prende sul serio, perché «chi dice gioia in un certo senso dice Dio» scrive, e chi parla di gioia parla di Dio anche senza saperlo.
 
Il libro è composto da tre parti. In primo luogo, un inno alla gioia attraverso le nostre esperienze gioiose e quelle che hanno fatto riscoprire all’autrice la gioia, come l’amicizia, la capacità di vivere nel presente e nella Presenza, dando così un senso e una intenzione a ogni giorno. Aubin passa poi a esaminare gli ostacoli che si frappongono alla gioia — la paura e l’oblio — e infine, nella terza parte, i punti di riferimento che servono a coltivare la gioia, cioè la fiducia, la forza, la gratitudine e il canto.
 
«Ciò che è stato decisivo nel mio percorso — scrive Aubin — è stata la gioia dell’amicizia», perché ogni volta che abbiamo fatto esperienza dell’amicizia noi siamo stati toccati dalla gioia. Possiamo sperimentare la gioia di Dio nelle parole dei nostri amici. Solo l’istante presente è punto di incontro con Dio, ci dà la possibilità — e quindi la gioia — di incontrarlo.
 
La paura che — confessa l’autrice — l’ha segnata fin dall’infanzia è uno degli ostacoli principali alla gioia, una paura che può essere di due tipi: la paura di Dio e la paura degli altri. Le prime parole di Adamo davanti a Dio, la prima volta che usa il pronome personale io, sono una confessione di paura. Ed è a causa della paura che si produce in noi un fenomeno di anestesia, di paralisi, un blocco: Gesù non condanna mai la paura nei discepoli, li invita a non provarla più tendendo loro la mano, rassicurandoli con la sua presenza.
 
La parabole del pubblicano e del fariseo servono ad Aubin a illustrare il tema della dimenticanza: il fariseo dimentica la sua umanità reale, non la accetta, e dimentica quindi tutte le volte che ha avuto bisogno di Dio e Dio gli è venuto in soccorso. Nega così quella presenza amorevole che gli avrebbe riempito il cuore di gioia. Dimentica che Dio si ricorda sempre di noi.
 
La gioia va coltivata con la fiducia e la forza, «una forza che, come il vento o la tempesta, ci fa muovere, ci porta fuori strada verso orizzonti insospettati, solleva le montagne e apre alla speranza».
 
La gioia è legata a due momenti sacri, la benedizione e il canto. La benedizione «restituisce al creato la sua natura di dono», scrive l’autrice, «benedire è il segno di un cuore riconciliato, di un cuore abitato e riempito di senso». Di un cuore gioioso, che spande la sua gioia nel canto, «che ha un significato quasi misterico, perché è un avvenimento, un luogo di incontro».
 
In conclusione, «per radicarsi nella gioia l’importante è accogliere e integrare tutto quello che viene — anche se doloroso, sgradevole, insopportabile — (...) in una pasta umana che lo Spirito Santo farà lievitare».
 
di Lucetta Scaraffia