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Quando cielo e terra tacquero

 
Giotto e il silenzio nell’arte 
 
«Silenzio, Polifonia di Dio»: è questo il titolo del convegno promosso dalla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana nei giorni 7, 8 e 9 marzo. L’idea alla base del simposio nasce dall’esperienza del silenzio in cui trova spazio la parola, la musica, la vita: parlare, pensare, guardare, pregare il silenzio è l’invito rivolto ai partecipanti. Proponiamo il contributo di uno dei relatori, docente alla facoltà di Storia e Beni della Chiesa della Gregoriana. Per partecipare al convegno è necessario registrarsi entro il 15 febbraio all’indirizzo web bit.ly/UniGre22. Com’è la musica del Cielo? Incessante, per quel poco che ci è dato immaginare, come incessante è la lode a Dio da parte dei suoi serafini che non smettono mai di ripetere giorno e notte «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!» (Apocalisse 4, 8).
 
Eppure, in questo moto perpetuo, continuo e costante fin dall’alba dei tempi e in aeternum, per ben due volte cielo e terra conoscono un silenzio assoluto: al momento dell’Incarnazione e dell’Apocalisse. Ce lo insegna Giotto a Padova, nella sua Cappella degli Scrovegni, inaugurata il 25 marzo del 1305, contrapponendo l’Annunciazione sull’arco trionfale, orientato a est, al Giudizio sulla controfacciata, volta a ovest. Così, culmine visivo ed escatologico delle sue historiae, i due momenti-chiave del piano di Dio seguono un itinerario di luce: l’Inizio e la Fine, la venuta del Verbo Incarnato e il ritorno del Verbo Redentore.
 
Ma come dipinge Giotto il silenzio? Ne è una traduzione visiva il coro che circonda il trono del Padre. Osservando, tra cantori e musicanti, due angeli catturano la nostra attenzione: uno vestito di verde, le labbra dischiuse nel canto, compie un gesto insolito, inarcando le dita, mentre il suo vicino, dalla tunica rossa, la bocca semiaperta, con la mano gli tocca la spalla. Il gesto del primo rimanda alla notazione chironomica, grazie alla quale, in assenza di spartito, i monaci medioevali memorizzavano, alzando e abbassando le dita, le altezze dei suoni; il gesto del secondo allude a una vera e propria interruzione, che distoglie l’altro dal canto. Ma perché? Per richiamarne l’attenzione verso la scena straordinaria posta al centro. Qui Dio Padre sta consegnando l’Annuncio al suo messo, l’arcangelo Gabriele, che vediamo triplicarsi nella sua obbedienza: a destra ascolta e attende, incrociando le braccia sul petto, a sinistra sale i gradini per afferrare il rotolo dalle mani del Padre, in basso si inginocchia davanti all’avvenuta Incarnazione nel grembo di Maria. È come una specie di detto-fatto, Gabriele, rapidissimo nella sua obbedienza, è quasi un’emanazione della volontà del Padre, la sua voce nell’angelica confabulazione è una riverberazione acustica della voce di Dio. Per questo gli angeli del coro interrompono l’abituale Sanctus, Sanctus, Sanctus e, contemplando l’Incarnazione, evento chiave di tutta la Creazione, interpretano una vera e propria musica interrupta. Del resto, l’Annunciazione è il momento dell’incontro tra eternità e storia, tra Dio e Uomo, tra cielo e terra. Per cui l’ordinario canto angelico cessa per dar vita a un silenzio stra-ordinario, silenzio che non è assenza, ma potenziale presenza di tutti i suoni contenuti nel Verbo stesso, il Verbo che sta per farsi carne, germogliando dal fiat cantante di Maria.
 
Tra la domanda di Maria «Come è possibile, non conosco uomo» (Luca 1, 34) e la spiegazione dell’angelo, culminante nel «Niente è impossibile a Dio» (Luca 1, 37), tra la negazione dell’impossibilità divina e l’adesione della possibilità umana, si apre uno sconvolgente abisso silenzioso. I mistici e i padri della Chiesa parlano di questo silenzio. San Bernardo lo “sente” nitidamente e vorrebbe colmarlo apostrofando Maria con curiosi imperativi: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato... O Signora, dà quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa... Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!».
 
Dio, invece, rispettando la libertà della sua creatura, attende e tace. Questo silenzio verticale, tra Dio e l’Umanità, corrisponde a un silenzio orizzontale, di Dio e dei suoi angeli che lo attorniano immobili e silenti, appunto, in attesa dell’Incarnazione. Questa “sospensione” umile del Padre corrisponde all’umiliazione della kénosis del Figlio: entrambi attendono silenziosamente. Come commenta san Giovanni Paolo II «la particolare unione della Theotókos con Dio (...) è pura grazia e, come tale, un dono dello Spirito. Nello stesso tempo, però, mediante la risposta di fede Maria esprime la sua libera volontà, e dunque la piena partecipazione dell’“io” personale e femminile all’evento dell’Incarnazione. (...) Tutta l’azione di Dio nella storia degli uomini rispetta sempre la libera volontà dell’“io” umano. Lo stesso avviene nell’Annunciazione a Nazareth».
 
Quanto al Giudizio, nella Bibbia si legge «Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora» (Apocalisse 8, 1). Con la rottura del settimo sigillo il libro è interamente aperto e questo momento cruciale per l’umanità è sottolineato da un silenzio solenne e prolungato. Nell’affresco di Giotto, quattro angeli trombettisti circondano Cristo con le loro buccine. San Giovanni ricorda di aver udito la voce di Dio e la descrive in termini musicali: «Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba». L’iconografia musicale, sempre presente in ogni scena del Giudizio, ricalca il testo giovanneo che prosegue citando una a una le trombe fino all’ultimo suono. Curiosamente Giotto dipinge solo quattro angeli sonanti, mentre gli altri tacciono. Perché si interrompe proprio qui? Ripercorrendo il testo, il pittore cristallizza il racconto al momento della quarta tromba, ovvero dell’oscuramento del cielo, tralasciando la fine del Mondo: «Il quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente» (Apocalisse 8, 12).
 
Nella sua vis narrativa, Giotto sceglie il gerundio: il mondo sta finendo, non è finito. Le sue storie sono incomplete perché in fieri, si svolgono davanti ai nostri occhi. È qui che il visitatore può ammirare la pergamena arrotolarsi, facendo intravedere la dorata Gerusalemme celeste. Stiamo ancora contemplando, quasi “sfogliando” il grande libro della Storia, mentre solvet saeculum e gli angeli annunciano la fine. Di qui il legame con l’inizio, decorato di fronte, nella parte opposta.
 
Una musica nascosta si cela nel Vangelo affrescato da Giotto. Non è stata ancora commentata dalla critica, infatti, l’iconografia musicale della Natività. In questa scena meravigliosa, un’invisibile musica interrupta è interpretata dai due pastori, ritratti di spalle, le vesti lacerate, le maniche rattoppate, umilmente calzati di sandali fatti di povera paglia. Anche i pastori, come gli angeli suonano, glorificando quel Dio fatto uomo che Maria stringe tra le braccia. O meglio, stavano suonando e cantando fino a un istante fa, quando, ancora una volta, una scena straordinaria ha catturato la loro attenzione. Quello di destra regge un flauto sospeso tra le labbra e il petto, quello di sinistra mantiene il dorso della mano inarcato, con le dita a mezz’aria, alludendo alla nota interrotta appena eseguita. Così, cielo e terra si rispondono. Al coro interrotto degli angeli dell’Annuncio corrisponde la musica distratta degli umili pastori. Nel frattempo altri angeli sono scesi in terra, eseguendo una danza silenziosa sul tetto della capanna di Betlemme, dove alternatamente si innalzano e si abbassano, alludendo forse al mistero della discesa di Dio all’uomo e dell’ascesa dell’uomo a Dio. Così Incarnazione in fieri (Annunciazione) e Incarnazione in acto (Natività) si corrispondono. Ancora una volta la musica humana tace per lasciare spazio al silenzio della musica mundana, quella musica delle sfere tanto amata da Pitagora e Platone, e ripresa da Boezio e Agostino. Come dice Papa Francesco, «Dio ha sempre avuto cura del mistero, ha coperto il mistero. Il mistero della maternità verginale di Maria è coperto per tutta la vita (...) È il nostro mistero dell’incontro col Signore. È il silenzio che copre il mistero. Custodire il mistero col silenzio (...) La Madonna non ha capito quando l’ha concepito, né quando l’ha ritrovato nel tempio, né quando l’ha deposto, ma col suo silenzio ha lasciato che questo mistero potesse crescere e fiorire in speranza».
 
Allora il silenzio non è solamente pura assenza di parole e di suoni, ma è una pace profonda che ci rende capaci di una più vera ed eloquente contemplazione.
 
«Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte giungeva a metà del suo corso, la Tua Parola onnipotente è scesa dal Cielo dal Tuo trono regale» (Sapienza 18, 14). Riferito all’Ultimo Giorno, questo brano, tratto dal libro della Sapienza, non a caso si leggeva un tempo a Natale, collegando in un solo nodo il mistero dell’Incarnazione a quello dell’Apocalisse, Giotto docet.
 
Dipingendo il silenzio dopo di lui, alla sua “scuola” potremmo dire, anche Beato Angelico, Gaudenzio Ferrari, Lorenzo di Credi, Jan Van Eyck, Michelangelo, fino ad arrivare a Odilon Redon, Felice Casorati, Arturo Martini, Filippo Rossi esprimono questo mistero con mezzi puramente visivi: corridoi attraversati da ombre, bifore penetrate dalla luce, colori diafani, pentagrammi interrotti.
 
E torna in mente l’ascolto dell’Et incarnatus est di Bach. Qui, tra la proposta angelica che scende e la risposta mariana che sale, tra l’incessante Sanctus, Sanctus, Sanctus e la sua sospensione avviene il miracolo dell’Incarnazione nel silenzio di quella pausa che precede l’ultima parola: et homo factus est. Nell’impercettibile silenzio tra factus ed est c’è tutto l’ineffabile, paradossale, folle amore di un Dio che fin dall’eternità attende in silenzio il ritorno, dopo la Caduta, della sua creatura.
 
di Barbara Aniello