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Crisi vuol dire trasformazione

 
«Per tutti noi è chiaro come sia importante fare emergere tutta la verità sugli abusi. Dobbiamo però anche approfondire, cercare le cause per poter trovare dei rimedi".
 
Crisi che trasforma: è stato questo il filo rosso che ha legato il dibattito svolto sabato 23 fra i partecipanti all’incontro dei Vescovi voluto da Papa. I primi passi verso un mutamento di atteggiamento, di linguaggio, di cultura sul tema degli abusi cominciano a muoversi. Lo hanno spiegato, nel corso del briefing di metà giornata, il cardinale Reinhard Marx, l’arcivescovo Charles J. Scicluna, padre Arturo Sosa Abascal, preposito generale della Compagnia di Gesù, suor Veronica Openibo, superiora generale della Società del Santo Bambino Gesù, Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione, e il gesuita padre Federico Lombardi, moderatore dell’incontro, illustrando appunto quanto accaduto a partire dal pomeriggio di venerdì, quando un’altra drammatica testimonianza è stata consegnata ai partecipanti.
 
«Finora — ha detto padre Lombardi — è stato il momento più toccante e ha rappresentato un grande passo avanti per tutti noi. Devo dire che nonostante l’estrema brevità di questo incontro c’è già un effetto positivo. Il tipo di comunicazione che abbiamo sperimentato in questi giorni è molto cresciuto rispetto a ciò che sarebbe potuto accadere 15 anni fa. C’è una ricchezza di contributi, di proposte, di idee di cui non potremo rendere conto completamente prima della fine dei lavori, ma che dovremo utilizzare in futuro attraverso modalità da decidere». Del resto, la direzione è solo una: avanti. Si tratta di una convinzione condivisa. Nei dibattiti, ha raccontato Paolo Ruffini, è emersa la consapevolezza che questo incontro rappresenta un «punto di non ritorno», il vertice di una crisi, appunto, che cambierà necessariamente il modo di essere Chiesa, nella consapevolezza del legame sempre più stretto con la società. I partecipanti all’incontro hanno infatti parlato, ha riferito ancora Ruffini, del ruolo dei laci, delle donne, della famiglia, dato che la crisi di quest’ultima si ripercuote anche sui futuri sacerdoti, la cui formazione così come il loro ministero conseguente non può essere mai un’esperienza solitaria ma vissuta in condivisione. Ed è emersa anche la proposta di un’ora di preghiera in tutte le diocesi del mondo come via di pentimento e purificazione.
 
Qualcuno, ha osservato il cardinale Marx, potrebbe chiedersi se c’era bisogno di questo vertice: «Alla fine penso che tutti ritengano che sia stato importante. Abbiamo parlato fra noi in un modo tale che solo qualche tempo fa sarebbe stato inimmaginabile. Qualcuno dice che nella Chiesa si parla molto e si fa poco. Ha ragione. Ma questa è solo la tappa di un cammino che non è certo finito. È ora importante trovare il modo di far convergere tante idee, tanti impulsi che dovranno essere tradotti in pratica con il sostegno della Santa Sede. Io mi sento rafforzato nella mia responsabilità. Questa è anche una prova. Riuscire a superarla è molto importante. Ma mi impegnerò affinché questa esperienza di incontro si possa ripetere senza aspettare cinque anni».
 
Il preposito generale dei gesuiti, padre Sosa Ascabal, si è soffermato sulla prevenzione: «Per tutti noi è chiaro come sia importante fare emergere tutta la verità sugli abusi. Dobbiamo però anche approfondire, cercare le cause per poter trovare dei rimedi. L’atteggiamento culturale a volte presenta profili di opacità. Invece bisogna assolutamente portare alla luce tutti i fatti. Dobbiamo accompagnare la maturità affettiva dei membri della Chiesa, che consenta di avere delle relazioni sane con gli altri. Dobbiamo prestare attenzione quindi sulla formazione: dei seminaristi ma anche dei battezzati. Dobbiamo aiutarci con la fede. In queste giornate sto sperimentando un’esperienza di trasformazione verso una vita riconciliata, un’esperienza di crescita comune, con laici e religiosi».
 
Fra i partecipanti all’incontro c’è tuttavia coscienza delle difficoltà che si presentano sulla strada. «Tutto quello che è accaduto non avrà termine definitivamente. Ma possiamo proteggere i nostri giovani con qualcosa di concreto. Tuttavia — ha spiegato suor Openibo — è successo qualcosa in quell’aula. Ho sentito la capacità di ascoltare, di essere empatici». Uno dei doni al femminile, di cui ha parlato anche l’arcivescovo Scicluna: «Abbiamo ascoltato l’esperienza di una donna che ha sofferto tantissimo a causa di un sacerdote. Eppure ci ha dato così tanto». Un dolore cristallino nella sua drammaticità, speculare all’assoluta necessità di trasparenza. Ce n’è bisogno, ha detto Scicluna, «non solo nella comunicazione con le vittime ma anche al nostro interno».
 
Una strada è quella della pubblicazione da parte delle Conferenze episcopali delle linee guida sugli abusi che, sebbene adattate al contesto locale, dovranno contenere punti comuni imprescindibili, anzitutto la facilità di trovare interlocutori appropriati in caso di denunce. La Congregazione per la dottrina della fede, ha spiegato monsignor Scicluna, sta elaborando poi un vademecum di facile utilizzo, con domande e risposte, attraverso le quali si saprà come procedere correttamente. Accanto a questo, occorrerà mantenere un collegamento costante con le vittime, perché in certi casi, ha rivelato ancora il presule, esse «non sanno neanche che il processo avviato a partire dalle loro accuse si è concluso e il sacerdote è stato rimosso». Così come, in alcuni casi, sulle denunce è necessario mantenere la riservatezza chiesta dalle stesse vittime. È il caso, ha spiegato l’arcivescovo Scicluna, di quelle raccolte fra le vittime di abusi in Cile, le quali hanno espresso il desiderio che le loro storie fossero consegnate solo al Papa, il quale, ha osservato il presule, «immagino desideri rispettare questo desiderio di riservatezza».
 
di Marco Bellizi
 

 

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