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Sintesi di preghiera e di cultura popolare

 
 
La lunga storia della laude religiosa ·
 
 
«O del cielo gran regina, tutti corrono ai tuoi piè», «Mira il tuo popolo o bella Signora», «Lodate Maria, o lingue fedeli». Tante generazioni di credenti hanno invocato il Signore, ma più ancora la Madonna ed i santi, con questi versi ingenui, ma spontanei, espressione di una fede sincera e profonda. La storia di quella, che i musicologi definiscono “canzoncina devota”, si dipana in un arco di tempo lungo otto secoli, dal tredicesimo al ventesimo, fino al concilio Vaticano II, la lingua del culto solenne era il latino ed in tale idioma nacquero migliaia di canti sacri di tutti i livelli. Accanto a questo repertorio però in tutti i paesi dell’Europa occidentale se ne formò uno più semplice, il “canto degli umili”.
 
 
Erano canzoni facili, dal contenuto di solito didattico, con melodie orecchiabili. Il loro uso era circoscritto al culto non solenne ed alle azioni paraliturgiche. In Italia esse nacquero insieme al “Volgare”. Il Cantico delle Creature di san Francesco ne fu il primo esempio, ma la sua melodia originale non ci è pervenuta. Già nel tredicesimo secolo si cominciarono a comporre le laudi, canti strofici, che spiegavano la vita di Gesù, di Maria e dei santi. Le strofe, cantate di solito da un solista o da pochi “laudesi”, erano intercalate da un ritornello, che ribadiva il concetto di fondo ed era eseguito da tutti gli astanti. I laudari di Cortona e Magliabechiano (fiorentino), risalenti rispettivamente al XIII ed al XIV secolo, ci tramandano 123 laudi con le relative melodie. La lauda decadde nei secoli successivi; poche eccezioni ne rimasero e tra queste la graziosa cantilena Ecco l’Messia, composta da Lucrezia Tornabuoni, la colta madre di Lorenzo il Magnifico. Gli umanisti, come Feo Belcari, Lorenzo Giustiniani ed altri, sostituirono la lauda con canzoni dal contenuto profondo, ma non più alla portata dei fedeli più semplici. Fanno però eccezione le Laudi Filippine, nate nell’oratorio di San Filippo Neri nel tardo Cinquecento e diffuse poi dallo stesso ordine dei Filippini.
 
Una nuova spinta verso un canto popolare didattico si ebbe a partire dal XVII secolo. L’esempio venne dall’estero: in Francia, Spagna, ma soprattutto nei paesi tedeschi e fiamminghi, si diffondevano canzoni nella lingua parlata e ciò veniva favorito dalla distinzione tra culto solenne, cantato esclusivamente in latino, e culto non solenne. In quest’ultimo si diffuse la prassi di alternare prima, sovrapporre poi alla recitazione latina del celebrante canti in volgare, che commentavano l’azione sacra. Nel 1675 il cardinale Pier Matteo Petrucci, filippino, pubblicò un libretto di preghiere e canti per i pellegrini che si recavano al santuario di Loreto. Era intitolato Poesie Sacre e Spirituali e conteneva una ventina di canzoni. Due di esse si diffusero in tutta Italia: Su lodate valli e monti e Lodate Maria, o lingue fedeli. Quest’ultima, eseguita ancor oggi, si può a ragione considerare la capostipite della canzone mariana in lingua italiana. Il ritornello “Lodate, lodate, lodate Maria” la rendeva accessibile anche alle masse più umili,
 
La melodia venne poi rielaborata da vari compositori, generandosi così false attribuzioni. Nel Settecento nacquero canzoncine devote in molte regioni: Ai già esistenti repertori dialettali (basti citare come esempio i Gosos sardi) si affiancarono canti in italiano. Ecco il giudizio di Oreste Gregorio nell’Enciclopedia Cattolica: «Così la poesia devota, appresa in chiesa durante la predicazione e penetrata nelle famiglie, aleggiava in mezzo alle strade ed ai campi, soppiantando le canzonette profane. Aiutava con il canto la memoria a ritenere un mistero di Cristo, una prerogativa della Madonna ed a ricapitolare tutto un sermone».
 
Promotori di questa azione furono i gesuiti, i francescani, i lazzaristi, i pii operai e poi i redentoristi, che avranno un ruolo centrale in materia. Tra di essi spicca la figura di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), che a Napoli prima, a Sant’Agata dei Goti poi, compose alcune decine di canzoni. Tra esse spiccano O bella mia speranza, Gesù mio con dure funi, ma soprattutto Tu scendi dalle stelle. Quest’ultima, composta nel 1755, divenne subito popolarissima al punto che un secolo più tardi lo stesso Giuseppe Verdi disse: «Natale non sarebbe Natale senza il Tu scendi dalle stelle». Sono attribuite a Sant’ Alfonso le celebri Mira il tuo popolo, e Sacro Cuor d’amor ferito il cui ritornello “Dolce cuor del mio Gesù, fa ch’io ti ami sempre più” è ancora universale.
 
Il repertorio alfonsiano è in italiano; solo in pochi casi vi compare il dialetto. Ciò è importante perché a quel tempo ed anche nel secolo successivo le masse popolari si esprimevano nei rispettivi dialetti e la canzone religiosa era per loro l’unico esempio di lingua italiana. Le canzoni profane allora in uso erano quasi tutte nei vari vernacoli. Nell’Ottocento nacquero migliaia di canzoni religiose di ogni tipo. Mentre però nel Settecento anche musicisti di fama, come Casciolini, Lotti, Orlandini, Tartini e Zingarelli vi avevano composto melodie, durante il diciannovesimo secolo gli esempi in materia furono pochissimi. Il caso di maggior rilievo è quello di Simone Mayr, musicista tedesco insegnante al Conservatorio di Bergamo, dove ebbe come allievo Gaetano Donizetti. Autore di sinfonie, opere e canzoni profane (celebre rimase La biondina in gondoleta) Mayr compose da vecchio la melodia di “O del cielo gran regina, tutti corrono ai tuoi piè”, definendola il suo testamento spirituale. Analoga fu la parabola di Silvio Pellico.
 
Uscito dal carcere dello Spielberg l’ormai anziano poeta conobbe a Torino l’allora giovane don Giovanni Bosco, il futuro santo, e su sua richiesta scrisse varie poesie (da cinque a dieci). Don Bosco, valente musicista, ne compose le melodie. I testi, riportati dal bel libretto di devozione Il giovane provveduto, restarono in uso fino al ventesimo secolo. I titoli più noti sono: Cuor di Maria che gli angioli, e la natalizia Ah si canti in suon di giubilo. I compositori di canzoni devote furono soprattutto dei presbiteri, quali Raffaele Casimiri, Giovanni Luca Conforti, Luigi Guida e soprattutto Lorenzo Perosi. Oltre ad essi sono da citare Luigi Picchi e Francesco Tavoni, autore della nota Inni e canti sciogliamo, fedeli.
 
A Malta nel 1913 il sacerdote poeta e musicista locale Dun Karm Psaila (autore anche dell’inno nazionale maltese) compose il testo e la melodia di T’adoriam Ostia Divina, che ebbe poi grandissima diffusione in tutta Italia. Nella canzone ottocentesca l’elemento didattico cede spesso il posto all’invocazione ed alla preghiera, talora con slanci lirici come «Prendi il mio cuore, o Vergine» o «Pietosa mostrati all’alma mia» o ancora «Dall’alto veglia ancora, o Madre su di noi». Solo pochi canti stranieri entrarono nel nostro repertorio tradizionale prima del concilio Vaticano II. Sono da citare il tedesco Christ ist erstanden, divenuto Cristo risusciti ed il francese Nous voulons Dieu, Vierge Marie (Noi vogliam Dio, Vergin Maria), composto presumibilmente durante la controrivoluzione vandeana e divenuto inno dello Stato pontificio per un periodo del XIX secolo. Ad essi va aggiunto l’ottocentesco canto della Medaglia Miracolosa J’irai la voir un jour, Andrò a vederla un dì. Questa è in sintesi la storia della “canzoncina devota”. Un fenomeno di pietà spontanea e sincera, ma anche il primo passo verso l’unità linguistica in Italia.
 
di Benno Scharf

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

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(Gal. 2,20)

 

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