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Le opere di Dio da ricordare e alle quali ispirarsi sono quelle improntate all’amore

 
Ci ha colpiti il legame ideologico degli attentatori, che non abbiamo paura di chiamare terroristi, a Christchurch in Nuova Zelanda, con la glorificazione della battaglia di Lepanto.
 
È presentata come modello per la soluzione dello scontro di civiltà e culture diverse e accostata all’esaltazione della violenza e della forza fisica come unica possibilità di sopravvivere al mutare della storia, per non essere spazzati via dagli altri, sulle tracce di quello che lo scrittore francese Renaud Camus chiama «la grande sostituzione».Nell’immaginario comune la battaglia di Lepanto è stata presentata come «una grande opera di Dio», specialmente in Italia, in Spagna e nei paesi germanici. Ad una attenta lettura teologica della storia non si può mantenere questa interpretazione.
 
Le grandi opere di Dio accompagnano la fede del popolo di Dio che si affida a Lui nel cammino della storia. Secondo il salmo 77 (Cei), la preghiera del credente accompagna l’atto di fiducia con il ricordo delle «grandi opere di Dio»: i padri «sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi».
 
Le opere di Dio da ricordare e alle quali ispirarsi sono quelle improntate all’amore, alla liberazione e alla felicità. Sono quelle che con entusiasmo proclamarono gli apostoli dopo la Pentecoste e tutti compresero: «Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio» (Atti 2,11).
 
Ci torna alla mente la bella riflessione teologica del cardinale Jean Danielou [1] sulla storia e sulle opere che Dio compie in essa. Queste segnano i passaggi epocali con una speciale effusione dello Spirito Santo verso una pienezza della creazione. «Si può dunque dire che l’uscita dall’Egitto, la Resurrezione del Cristo, il Battesimo cristiano sono tra loro nella più rigorosa connessione logica, tre grandi opere di liberazione compiute dalla potenza dello Spirito di Dio nelle tre grandi epoche del mondo».
 
L’operare di Dio nella storia deve essere colto per il bene di tutti gli uomini, secondo una visione di un’unica storia umana nella quale Dio s’immerge, non in funzione di vantaggi di una parte sull’altra.
 
Non entra nella storia come un dominatore potente, e difensore di alcuni eletti (bianchi, fisicamente in salute, materialmente ricchi e personalmente felici) che per difendere il vangelo della prosperità combattono a turno tutti gli altri (i “negri”, gli ebrei, gli zingari, le femministe, gli immigrati, i musulmani, le persone con diversi orientamenti sessuali), i quali secondo loro sono stati esclusi da Dio.
 
La massima espressione della entrata di Dio nella storia è Cristo, suo Figlio che si fa uomo. Egli cambia definitivamente l’orientamento. È Lui che scende in mezzo a noi, che ci viene incontro, e che si rivolge a tutti, nessuno escluso. Il disegno di Dio guida la storia sacra dentro la storia umana.
 
Da Cristo in poi è inevitabile il cozzo tra coloro che accolgono questo modo di Dio di camminare nel mondo con l’amore, e i potenti della terra, «gli uomini carnali che rappresentano le vedute del mondo» [2] e che interpretano il cammino della storia come un dominio, una prepotenza, una vittoria.
 
Non è Lepanto a spiegare la novità di Cristo nel mondo. Si tratta di un evento, ma non di una «grande opera di Dio». Nonostante il contesto storico e la necessità di difendersi, la Chiesa aveva capito il pericolo di esaltare la battaglia opera della forza militare dei popoli europei. C’era il rischio di cambiare il vero volto del cristianesimo. Ecco che il 7 ottobre la festa della Madonna della Vittoria fu subito dopo trasformata nella festa della Madonna del Rosario.
 
Abbiamo apprezzato molto l’intervento del rabbino Haim Fabrizio Cipriani che condanna la violenza dell’attentato in Nuova Zelanda: «Qualsiasi comportamento che, davanti a fatti di questo genere, manifesti una qualsiasi forma di tolleranza, o di attenuazione della gravità, è di per sé una forma di apologia implicita della violenza, e costituisce un affronto per tutti coloro che hanno subito aggressioni di questo genere nel corso della Storia. La violenza, ogni violenza, è un atto spregevole e intollerabile, poco importa quale sia la cultura o l’etnia che ne sono oggetto».
 
Per tutti noi cristiani che abbiamo subito violenza, Lepanto non può essere il punto di riferimento, se vogliamo cogliere un cambiamento nella storia dell’umanità. È arrivato il momento di credere nell’amore.
 
«I profeti e i loro successori, gli Apostoli, sono strumenti che lo Spirito Santo fa uscire dalle loro proprie visuali e introduce nel segreto dei disegni divini per farne i testimoni in opere e in parole» [3]. Non sono certamente i terroristi di Christchurch ad interpretare i disegni di Dio nella storia di oggi e mostrare le sue grandi opere.
 
Siamo in un momento di cambio epocale, lo grida Papa Francesco, ed è indispensabile cogliere la presenza dello Spirito Santo, lo Spirito di Cristo che agisce in questo mondo. Bisogna avere il senso della realtà e rapportarci con gli uomini reali. Invita i cristiani ad essere profeti, a vivere l’amore nelle piccole cose della vita quotidiana, a relazionarci con tutti nella gioia e nel dolore, a rigettare la violenza e il male, a superare ogni forma di egoismo. «All’odio e alla violenza rispondiamo con la preghiera e gesti di pace».
 
In questi giorni piangiamo e preghiamo per i nostri morti, tutti i nostri morti, siano essi neozelandesi, nigeriani, israeliani, kenioti, olandesi uccisi dai terroristi. I terroristi sono gli uomini dell’odio.
 
NOTE
 
1) Jean Danielou, Le mystère de l’Avent, Editions du Seuil, Paris 1948.
 
2) Ibidem.
 
3) Ibidem.
 
Don Paolo Scarafoni e Filomena Rizzo  autori dell'articolo insegnano insieme teologia in Italia e in Africa, ad Addis Abeba. Sono autori di libri e articoli di teologia
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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