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La preghiera cristiana

La spiritualità cristiana: la preghiera (1)

DSCN1922Spazio privilegiato, in cui si coltiva la vita nello Spirito è l’esperienza di preghiera. La preghiera è via alla fede, e molte delle nostre più profonde intuizioni spirituali nascono dallo stare in ascolto e in preghiera davanti a Dio. Pregare, ovviamente, non è recitare parole per convincere Dio a fare ciò che noi desideriamo. Quasi tutti veniamo da una cattiva o se non altro ambigua educazione alla preghiera. Purtroppo, fin da piccoli fummo educati a «dire preghiere», meno, molto meno, a «stare davanti a Dio». Educati a dire parole nella preghiera, con il conseguente inganno di pensare che dal numero delle preghiere sia misurata la religiosità di ciascuno di noi. Eppure Gesù aveva detto: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate» (Mt 6, 7-8). Scrive Anthony Bloom, metropolita della chiesa ortodossa russa: «Ricordo che una delle prime persone che venne a chiedermi consigli dopo che ero stato ordinato presbitero fu una vecchia signora che disse: “Padre, ho pregato quasi incessantemente per quattordici anni, e non ho mai avvertito la presenza di Dio”.

Allora le dissi: “Gli ha dato una chance di proferire anche solo una parola?”. “Oh no” mi disse, “ho parlato io per tutto il tempo, non è forse questa la preghiera?”. Le dissi: “No, non penso che lo sia, e quel che le suggerisco è di mettere da parte quindici minuti ogni giorno, restando seduta a sferruzzare davanti al volto di Dio”. E così fece. Con quale risultato? Presto venne da me e disse: “È straordinario, quando prego Dio, in altre parole gli parlo, non sento nulla, ma quando mi siedo nella calma, faccia a faccia con lui, allora mi sento avvolta dalla sua presenza”. Non sarai mai in grado di pregare Dio realmente e con tutto il tuo cuore, se non impari a tacere e gioire a causa del miracolo della sua presenza, o se preferisci, del tuo stare faccia a faccia con lui anche se non lo vedi» (La preghiera giorno dopo giorno, Edizioni Qiqajon).  

Pregare è esperienza in cui ascoltiamo Dio. Esperienza in cui creiamo uno spazio a lui e pieghiamo il nostro cuore a custodire la sua presenza. È un invito a Dio perché intervenga nella nostra vita, perché la sua volontà prenda in mano le nostre intenzioni e le nostre decisioni. È l’aprirgli una finestra sulla nostra volontà, uno sforzo per farlo diventare il Signore della nostra vita. Per l’Archimandrita Sofronio, la porta che ci consente di lasciarci toccare da Dio è la preghiera (questa prospettiva era cara a S. Teresa d’Avila). Così scrive: «La preghiera è un’opera infinita, un’arte che supera ogni arte e scienza. Nella preghiera entriamo in comunione con l’Essere che non ha inizio. O ancora: la vita stessa di Dio, colui che realmente è, viene in noi per questa porta. La preghiera è un’operazione della più alta sapienza, di una bellezza e dignità superiori a ogni cosa. In essa risiede la santa ebbrezza del nostro spirito».

Di conseguenza egli esorta a perseverare nella preghiera: «Dobbiamo restare nella preghiera, il più a lungo possibile, affinché la sua forza invincibile penetri in noi e ci renda capaci di resistere a ogni influenza distruttiva. Quando dentro di noi sorgerà questa forza, rifulgerà in noi la gioia della speranza nella vittoria definitiva. La preghiera ridesterà in noi quell’alito divino che “Dio ha soffiato in Adamo” e grazie a cui “Adamo è divenuto un essere vivente” (Gen 2,7). Il nostro spirito, da essa rigenerato, inizia a meravigliarsi del grande mistero dell’Essere. E un entusiasmo particolare per questo potente flusso ci pervade la mente: “L’Essere! Che mistero stupendo… Come è possibile?... Dio è meraviglioso, e meravigliosa è la sua creazione”. Sperimentiamo il senso delle parole di Cristo: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Abbondanza! Ed è così in verit໹.   Anche, Madeleine Delbrêl nel momento in cui decide di pregare, «sin dalla prima volta, scrive, ... leggendo e riflettendo, ho trovato Dio; ma pregando ho creduto che Dio mi trovasse e che egli è la verità vivente, e che lo si può amare come si ama una persona»2. Pregare è essere abbracciati da Dio, ed è un abbraccio che stritola, è un abbraccio/lotta che distrugge ed edifica, come avviene, per esempio nell'abbraccio Dio-Giacobbe (Gen 32,23-32). A. Zarri, con sentire poetico ma anche con linguaggio concreto così descrive la realtà della preghiera: «Pregare non è dire preghiere: / pregare è rotolare / nel buio / della tua luce / e lasciarci raccogliere, / e lasciarci parlare, / e lasciarci tacere / da te. / Pregare sei tu / che preghi, / tu che respiri, / tu che mi ami; / ed io mi lascio amare / da te. / Pregare è un prato d'erba; / e tu ci passi sopra».

Pregare, allora, «è convertire, rivoltare il nostro spirito, il nostro cuore, la nostra volontà dalla parte di Dio che è senza posa per noi creatore e padre»3. La preghiera, quindi, si pone nell'ordine dell'amore, è già amore, chiede amore, riceve amore. Come si esprime Teresa di Lisieux «la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il Cielo, è un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia, insomma è qualche cosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l'anima e mi unisce a Gesù»4.   Non è facile pregare. La preghiera, quindi, si pone nell'ordine dell'amore, della gratuità. Ma poiché noi spesso siamo negati all'amore, la preghiera facilmente diventa faticosa, dolorosa, sconcertante perché ci coinvolge nel ritmo di Dio e noi alla sua danza imprevedibile preferiamo il nostro sicuro e sperimentato esercizio di ginnastica. Noi preferiamo il nostro esercizio di ginnastica perché la preghiera vera ci mette a nudo: smaschera la proiezione, sotto forma di dialogo, dei nostri bisogni insoddisfatti e strappa dalle pastoie del narcisismo, e dalla sufficienza spirituale. La preghiera vera fa luce sulle illusioni accarezzate dalla propria volontà e ci obbliga ad affrontare il Dio vivente, che è fuoco che divora5. L’esperienza di preghiera è decisiva, dicevamo, per il cammino spirituale, ma l’uomo abitualmente fa fatica a pregare e trova tanti motivi per sottrarsi a questa esperienza.   Scriveva Romano Guardini: «In generale l’uomo non prega volentieri. È facile che egli provi, nel pregare, un senso di noia, un imbarazzo, una ripugnanza, un'ostilità addirittura. Qualunque altra cosa gli sembra allora più attraente e più importante. Dice di non aver tempo, di avere altri impegni urgenti, ma appena ha tralasciato di pregare eccolo mettersi a fare le cose più inutili. L'uomo deve smettere di ingannare Dio e se stesso. È molto meglio dire apertamente: "Non voglio pregare", piuttosto che usare simili astuzie. È molto meglio non trincerarsi dietro giustificazioni come quella di essere troppo stanchi e dire chiaro e tondo: "Non ho voglia". L'impressione che si riceve non è troppo bella e rivela tutta la meschinità dell'uomo; ma è verità, e partendo dalla verità si va molto più facilmente avanti che non partendo dalla dissimulazione»6.

Questa difficoltà che proviamo oggi a pregare non costituisce una novità, la preghiera è stata sempre esperienza problematica prima di tutto per i discepoli di Gesù e, poi, nella lunga tradizione cristiana. Tra i Detti dei Padri del deserto viene riportato anche questo: «I fratelli chiesero ad abba Agatone: ‘Abba, nella vita spirituale quale virtù richiede maggior fatica?’. Dice loro: 'Perdonatemi, ma penso che non vi sia fatica così grande come pregare Dio. Infatti, quando l’uomo vuole pregare, i nemici cercano di impedirlo, ben sapendo che da nulla sono così ostacolati come dalla preghiera. Qualsiasi opera l'uomo intraprenda, se persevera in essa, possederà la quiete. La preghiera invece richiede lotta fino all'ultimo respiro’»7. Le difficoltà che si incontrano nella preghiera sono le stesse di quelle che si incontrano nell’esperienza di fede perché la preghiera scaturisce dalla fede e porta alla fede.   Tutto è preghiera. Proprio perché ci riesce difficile pregare, a volte, diciamo che non è necessario pregare in modo esplicito, perché lavorare è già pregare. Si dice: tutto è preghiera. È un luogo comune questo che ha un suo fondo di verità e quindi una capacità accattivante. Infatti, se pregare è incontrare Dio, e aprirsi silenziosamente, alla sua presenza che tutto opera, è ovvio che ogni incontro, ogni gesto, ogni presenza può essere un luogo teologico, una trasparenza di Dio ed allora tutta la vita diventa una esperienza di preghiera. Mi sembra questo lo stato abituale dei mistici. Ma realisticamente bisogna riconoscere che il quotidiano spesso è ambiguo. In esso incontriamo gesti di bontà in cui è facile leggere il volto di Dio. Ma il quotidiano è intriso anche di malvagità, violenza, di paura, di tradimento, di morte e allora è facile essere travolti, entrare in questa logica, dimenticare l’amore, la presenza di Dio, svanisce l’atteggiamento di preghiera, si opera come uno svuotamento e Dio inevitabilmente è messo fuori dalla propria vita.   Per evitare tutto questo è necessario che l’atteggiamento di preghiera in certi momenti si espliciti in esercizio di preghiera, in momento dichiarato di stupore silenzioso, di lode, di supplica, di gratitudine, di adorazione del Dio vivente. Se non facciamo ciò in breve vivremo nell'ambiguità, senza più sapere per che cosa stiamo agendo. Subentrano infatti altri concorrenti nella nostra vita che disputano il posto a Dio. È la preghiera che ci libera dalle incrostazioni delle ambiguità di ogni giorno, ci pone in cuore una presenza nuova che imprime un carattere evangelico alla nostra azione e ci rimette in cammino con una speranza dentro. Ed allora pregare por il cristiano è importante quanto lavorare e mangiare, non può darsi vita autenticamente cristiana senza preghiera.   Preghiera e responsabilità del mondo. La preghiera sottrae la persona dalla banalità e da una logica perversa e di disordine, dalle alienazioni, la rende consapevole della sua dignità e della sua vocazione e rimette il credente in relazione, in libertà e senza paura, con l’Altro e con gli altri. La preghiera ci fa stare nel mondo da responsabili perché ci mette negli occhi l’orizzonte di Dio.  Se la preghiera ci introduce nel ritmo di Dio, ci fa vedere meglio la volontà del Padre, essa ci aiuta pure a penetrare più profondamente la realtà. Per dirla con Isacco di Ninive, essa è «visione delle fiamme delle cose» e di tutte le cose ci fa assumere la responsabilità con la stessa dedizione di colui che ci abita e impedisce alla nostra carità di disincarnarsi. Pregando, allora, non abbandoniamo il mondo e i suoi drammi, ma impariamo a vederlo semplicemente in una mutata disposizione.   È esperienza in cui viene spostato il centro del nostro pensare e del nostro agire: dall’io a Dio. Egli diventa la sorgente che coinvolge tutte le nostre potenzialità e le spinge al compimento. Nella preghiera veniamo coinvolti da colui che ci visita a vivere da figli, da uomini liberi, e veniamo anche rassicurati: «Non abbiate paura, sono io» (Gv 6,20), dove quel “sono io” vuol dire io vi do il mio respiro, io vi accompagno, vi apro la strada della vita. Se, nella preghiera, ci affidiamo a lui e ci lasciamo plasmare dallo Spirito di Gesù, che si è aperto al futuro, agli altri fino a donare la vita, allora, assieme a lui impariamo anche noi ad aprirci e a saper donare la vita. Quando impariamo ad accettare di “dare la vita”, allora qualsiasi paura svanirà, perché  «il dono di sé, consumato fino alla fine in obbedienza al Padre, è la difficile ma liberante risposta della fede alla paura»8. Così è stato e così è per i veri testimoni della fede, anche di quelli che saranno presentati in questi nostri incontri del mercoledì.   Ad Auschwitz si è pregato. Racconta J. B, Metz: «Alla fine del 1967 si tenne a Münster una tavola rotonda tra il filosofo cecoslovacco Milan Macovec, Karl Rahner e me. Verso la fine Macovec ricordò la frase di Adorno, “dopo Auschwitz non esiste più poesia”, e chiese, rivolgendosi a me, se dopo Auschwitz per noi cristiani esistesse ancora la preghiera. Risposi come risponderei ancora oggi: dopo Auschwitz noi possiamo ancora pregare, perché anche ad Auschwitz si è pregato»9. E la preghiera ha consentito a molti testimoni di respirare e di reagire da viventi nei luoghi dell’abbrutimento e della morte.   a) L’esperienza del carmelitano olandese Tito Brandsma. Si è certamente pregato ad Auschwitz e anche a Dachau. Uno che prega in questo campo della morte è p. Tito. È impossibile sopravvivere in un tunnel profondo senza l’ossigeno. Dachau è il tunnel della disperazione e dell'abbrutimento. L'ossigeno che permette a Tito di ritrovare la vita, di immergersi nel mistero di Cristo, di ritrovare la sua dignità di uomo è l’esperienza di preghiera. Già nella cella n. 577 di Scheveningen, all'inizio del suo calvario, così pregava:

«Quando ti guardo, o Gesù comprendo che tu mi ami, come il più caro degli amici, e sento di amarti come il mio bene supremo. Il tuo amore, lo so, richiede sofferenza e coraggio: ma la sofferenza è l’unica strada alla tua gloria. Se nuovi dolori si aggiungono nel mio cuore. li considero come un dolce dono: perché mi fanno più simile a te, perché mi uniscono a te. Lasciatemi solo, in questo freddo: non ho più bisogno di nessuno, la solitudine non mi incute paura, perché tu sei vicino a me. Fermati Gesù, non mi lasciare! La tua divina presenza rende facile e bella ogni cosa».   Così, ripeto, pregava Tito Brandsma nella prigione di Scheveningen dove resterà dal 20 gennaio al 12 marzo 1942. Qui, su una mensoletta, con delle immagini, Tito compone una specie di altarino, e lì davanti in ginocchio sulle coperte messe sopra la stuoia, egli passa alcune ore della giornata, prega e medita sulla vita di Gesù e sulla propria vita (cfr. Sum, 501-511). Con serena riconoscenza canta: «Sono solo, è vero, ma mai il Signore mi è stato così vicino. Sento la voglia di gridare per la gioia perché egli di nuovo nella sua pienezza si è fatto trovare da me. [...] Egli è il mio unico rifugio e mi sento protetto e felice» (Sum, 504). Questa esperienza di preghiera continua ad essergli familiare nel campo di Amersfoort; un compagno di sorte testimonia: «Tante volte l’ho veduto pregare, perché assolutamente non lo faceva di nascosto. Del resto credo che tutta la sua vita di Amersfoort fu una preghiera» (Sum, 522). E poi, anche a Dachau, sebbene sfinito, relitto umano, «era uno che pregava silenziosamente, pregava anche quando stava fermo sul piazzale dell'appello, meditando e pregando» (Sum, 349). La preghiera gli dà, la forza di stare moralmente in piedi davanti agli aguzzini, e un respiro nuovo, fresco che gli permette di farsi attenzione, voce amabile ai fratelli straziati come lui.   b) La testimonianza di E. Hillesum. Il 18 agosto 1943 questa ragazza ebrea scriveva ad una sua amica: «Oggi pomeriggio, mentre riposavo nella mia cuccetta, mi è venuto di scrivere queste cose, ora le mando a te: Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico, grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te…»10. Il luogo in cui fu scritta e da cui arrivò a destinazione la lettera a cui appartengono queste frasi era un campo di concentramento nazista.   c) L’unica salvezza possibile: salvare l’umanità in noi stessi. Etty non è una ragazza abituata a pregare. Non possiede le sicurezze e le garanzie di una fede. E forse  proprio questa sua nudità è per lei, paradossalmente, un vantaggio: «Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi.[…] Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini.   Sì, mio Dio, sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che ormai sono ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia»11.   Quindi, giustamente, si è risposto che è possibile pregare dopo Auschwitz perché ad Auschwitz si è pregato; è possibile perché ebrei e cristiani sono morti recitando lo Shemà e invocando il Padre nostro. Ma soprattutto il cristiano, che confessa Signore e Figlio di Dio «Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,2), fonda la possibilità della sua preghiera nella situazione di silenzio e di abbandono da parte di Dio, sull'invocazione che Gesù ha fatto sulla croce. Lì il Figlio, nel silenzio e nell'abbandono del Padre, gli ha mantenuto la sua fedeltà continuando a invocarlo come il 'suo Dio': «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; Mt 27, 46).   La preghiera del Cristo nella situazione di vergogna, nella morte infamante, sul legno che lo dichiara pubblico peccatore, maledetto da Dio, scomunicato dalla società religiosa e bandito dal consorzio sociale, nella situazione a-tea, senza Dio della croce è il fondamento della preghiera del cristiano negli inferni dell'esistenza. Gridando nella preghiera la sua adesione al Dio che l’abbandona, Gesù attua quel definitivo spossesso di sé, quella definitiva autoalienazione che realizza in lui la volontà di Dio: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta». A quel punto la comunione di volontà è anche piena comunione nella passione, è piena compassione.     Alberto Neglia     ¹ Archimandrita Sofronio, La preghiera un’opera infinita, Qiqajon, Magnano (BI) 2001, 5-7. 2 M. Delbrel, Ville marxiste, terre de mission, Du Cerf, Paris 1957, p. 225, citato in M. L. Coppadoro, Abbagliata da Dio. La preghiera in Madeleine Delbrêl, Ancora, Milano 1994, p. 12. 3 Id., La gioia di credere, Ed. Club della Famiglia, Milano 1991, p. 76. 4 S. Teresa di G. B., Gli Scritti, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1979, p. 289. 5 Cf. A. Louf, Lo Spirito prega in noi, Ed. Qiqajon, Magnano (VC) 1995, p. 118. 6 R. Guardini, Introduzione alla preghiera, Brescia, Morcelliana, 1973,13. 7 Agatone 9: in Vita e detti dei Padri del deserto, I, a c. di L. Mortari, Roma Città Nuova, 1975,1I7. 8 B. Costacurta, La vita minacciata. Il tema della paura nella Bibbia Ebraica, PIB, Roma 1988, 285. 9 J.B. Metz, Al cospetto degli ebrei. La teologia cristiana dopo Auschuitz, in Concilium, XX(1984)5, 57. 10 E. Hillesum, lettera in appendice al Diario, Adelphi, V ed. 1992, 253 - 54. 11 Ivi, 169 - 170.