Home Eventi L'Obbedienza che non rattrista (don Giuseppe Forlai)

L'Obbedienza che non rattrista (don Giuseppe Forlai)

 
Accorgimenti per curare le malattie dell'anima
 
Con la traduzione dall’originale latino del gesuita Giuliano Raffo viene ristampato in questi giorni un piccolo ma prezioso vademecum sull’esercizio dell’autorità spirituale, in particolare nelle comunità religiose, scritto dal padre Claudio Acquaviva (1543-1615) quinto preposito generale della Compagnia di Gesù (Accorgimenti per curare le malattie dell’anima, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 142, euro 14,00). Pubblichiamo stralci della presentazione a firma del direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore. Il Signore Gesù con le autorità religiose del tempo non è stato tenero. Non solo perché ha sempre stigmatizzato le perversioni del potere e le inique intenzioni dei grandi di questo mondo, ma soprattutto perché ha mostrato che il più grande potere delle persone libere sta nel dare la vita per amore senza farsela strappare da nessuno (cfr. Giovanni, 10, 17- 18).
 
La sua incondizionata fiducia nel Padre lo ha spinto a reclamare l’esclusiva dipendenza di ogni uomo dal Creatore, in perfetta sintonia con il credo d’Israele: «E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Matteo , 23, 9). L’apostolo Paolo, assumendo la lezione di Gesù, ricorderà ai corinzi che l’unica gerarchia ammessa nelle cose dello spirito è quella che dal Cristo ci lega direttamente al Padre: «Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Corinzi, 3, 23). 
Parole nette e inequivocabili se si pensa che furono rivolte a cristiani tentati continuamente di affiliarsi a padri spirituali estemporanei. Il supremo magistero della Parola sul tema dell’autorità spirituale non può dare adito a equivoci: la vita del battezzato è do- 30). In altre parole, dopo la risurrezione, conserva senso pieno solamente quell’autorità che indica al credente non tanto il “da farsi”, quanto piuttosto ciò che è da desiderarsi in Cristo per il Regno. 
 
Su questa linea si colloca in maniera sorprendente il piccolo vademecum del quinto preposito generale della Compagnia di Gesù, il padre Claudio Acquaviva, rarissimo e prezioso lascito letterario sull’arte dell’esercizio dell’autorità spirituale nella Chiesa, e in particolare nella comunità religiosa. Il testo è scorrevole, mai ripetitivo, sobrio e analitico al contempo. Fin dalle prime pagine si evincono facilmente le fonti dell’Acquaviva. La prima è certamente la Scrittura recepita e commentata dai grandi padri monastici. Un ricamo a inchiostro di rara bellezza e pertinenza ove il meglio della tradizione monastica si travasa nella vita quotidiana di un corpo prettamente apostolico, come è quello della Compagnia di Gesù, svelando così la profonda continuità tra le varie forme storiche in cui la vita consacrata si è espressa, al di là di eccessive frammentazioni o stereotipate tipologie. La seconda fonte alla quale l’autore attinge è la sua esperienza personale di superiore (prima sapienza cenobitica delle grandi regole — specialmente basiliana e benedettina — in cui l’abbà fungeva da riflesso della paternità di Dio, della sua misericordia e forza terapeutica. Non meraviglia allora che l’Acquaviva inviti i superiori della Compagnia a non crearsi alibi di fronte all’altezza del compito: Dio chiederà conto del progresso spirituale del fratello sottoposto alla loro giurisdizione.
 
In questo orizzonte si comprende appieno anche il valore dell’obbedienza “cieca” richiesta da Ignazio di Loyola ai suoi nelle Costituzioni e nelle lettere. Il suddito si affida con serenità alla missione assegnata dal superiore perché quest’ultimo è anche padre dell’anima sua; la missio affidata non sarà mai capriccio personale o cedimento sconsiderato alle urgenze apostoliche, ma profonda rispondenza ai desideri dello Spirito suscitati nel cuore del suddito per il bene della Chiesa. Desideri che il superiore conosce grazie all’apertura di coscienza annuale del fratello. L’obbedienza “cieca” gesuitica rivela la sua grandezza umanistica solo se si ricorda (e sovente non lo si fa) che essa viene prestata a un “superiore-padre” che conosce il soggetto intus et in cute (interiormente ed esternamente) e non a un generale di corpo d’armata che sposta pedine senza volto nello scacchiere delle conquiste apostoliche. In ciò Ignazio è ancora oggi più moderno di tanti contemporanei che goffamente lo citano. Per l’autore degli Esercizi , superiore e suddito sono servi delle “mozioni” che la divina consolazione deposita nei cuori di ciascuno: quelle — e non altro — indicano la volontà di Dio per il bene della missione della Chiesa. Assecondarle significa mettersi sotto la bandiera del Re eterno. Al superiore l’arte di sposare progetti apostolici e desideri personali autentici. 
 
Ciò posto risulterà ancora più chiara la posta in gioco: se il Regno di Dio si serve discernendo le mozioni interiori dei religiosi, allora sarà quanto mai opportuno che i soggetti interessati all’impresa evangelica siano sempre più radicati nella libertas indifferentiae , ossia emancipati da malattie spirituali condizionanti o svianti dal retto agire e sentire. Santità, libertà, apostolicità sono così ricondotte all’unica visione e all’unica sollecitudine paterna. In tale orizzonte integrale si comprende perché risulterebbe insipiente il superiore preoccupato esclusivamente di assegnare compiti o distribuire mansioni. La figura di superiore che l’Acquaviva tratteggia è quella di un “leader trasformazionale”, capace cioè di aiutare le persone a diventare quello che sono chiamate a essere; per far questo deve saper riconoscere e respingere dal suo cuore la duplice tentazione che lo inciterebbe a rivestire ora i panni del gendarme-censore che reprime i vizi, ora quelli di colui che per debolezza “lascia correre” senza mai compromettersi nella correzione.
 
 
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

gesumaestro