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Un pezzo di storia del pensiero · Nel museo del Pontificio istituto biblico

 
L’interno del Pontificio istituto biblico
 
Un museo racchiude più di quanto contiene. Si tratta della componente immateriale che ogni singolo oggetto assume attraverso la propria storia collezionistica caricandosi di valori attraverso le epoche, così come un dono di omerica memoria acquistava pregio in base a chi lo aveva posseduto. Ciò si verifica in modo peculiare nelle collezioni che con il proprio contenuto finiscono per narrare anche un capitolo della storia del pensiero e della cultura. Uno di questi capitoli è rappresentato dal museo del Pontificio istituto biblico, le cui sezioni storiche, archeologiche, numismatiche ed etnologiche furono depositate e affidate ai Musei vaticani nel 1982, per oltre seimilatrecento oggetti a oggi inventariati.
 
Di una parte di questi tratta il catalogo Materiali etrusco-italici e greci da Vulci (scavi Gsell) e di provenienza varia (Città del Vaticano, Edizioni Musei Vaticani, 2017, i volume, pagine 448, euro 90), presentato il 28 settembre nei Musei vaticani, dedicato ai materiali etrusco-italici e greci per un totale di duecentododici oggetti compresi tra il ix e il i secolo prima dell’era cristiana. Si tratta del volume di esordio della Collana dedicata all’edizione integrale di questo fondo museale, di cui è autore Ferdinando Sciacca, con un contributo di Lucina Vattuone e la cura scientifica di chi scrive. A opera di altri, seguiranno i cataloghi dedicati alle ingenti testimonianze del Vicino oriente antico e dell’Egitto. 
 
Tale programma editoriale intende assicurare la più ampia conoscenza e valorizzazione a un ingente patrimonio. Ogni singolo oggetto, illustrato nel dettaglio, apparirà al contempo reintegrato nel suo contesto, dalla provenienza alla collezione. In tal modo verrà restituito a nuova visibilità quanto, in oltre un secolo, è passato dalle mani degli scopritori e dei collezionisti alle teche densamente e variamente allestite del museo del Biblico. 
Al suo innesto nella storia plurisecolare dei Musei vaticani il museo del Biblico aveva maturato una vita relativamente breve, circa un settantennio. Il Pontificio istituto biblico, fondato il 7 maggio 1909 da Pio X e affidato alla Compagnia di Gesù, avrebbe raggiunto nel 1911 la storica e prestigiosa sede del seicentesco Palazzo Muti Papazzurri in piazza della Pilotta a Roma. L’istituto, votato allo studio scientifico delle sacre scritture e del contesto delle terre bibliche, inclusi gli aspetti naturalistici e archeologici, si era perciò dotato di un museo chiamato a fornire la base documentaria empirica nello studio e nella formazione didattica generale. La Collezione costituisce una felice combinazione di casualità e di selettivo discernimento e, nel suo insieme, vede rappresentati tutti i continenti e una prospettiva temporale che dal Paleolitico giunge all’epoca contemporanea. Mentre i materiali italiani in essa presenti si legano principalmente alle vicende del collezionismo e alla liberalità dei possessori, quelli del Vicino oriente si devono anche ai viaggi di studio e alla crescente attività archeologica sul terreno concentratasi poi nella sede di Gerusalemme. 
 
I Musei vaticani vengono individuati come destinatari naturali delle collezioni del Biblico non solo per essere entrambi istituzioni della Santa Sede, ma anche e soprattutto per l’attinenza alla storia e alla natura delle proprie raccolte, nel caso specifico del Museo etrusco e del Museo egizio. I due musei, fondati a poca distanza da Gregorio XVI nel 1837 e nel 1839, recano l’impronta personale del dotto monaco camaldolese, sollecitato principalmente dalle scoperte archeologiche e dal crescente interesse verso questi due popoli della remota antichità, ma in un contesto che vedeva il contemporaneo sviluppo delle scienze bibliche con approccio storico e filologico. 
 
Per il Museo gregoriano egizio, il nuovo segmento collezionistico costituì l’elemento aggregante per il già auspicato ampliamento tematico alle antichità del Vicino oriente antico, superando la sua originaria esclusiva impronta egittologica. 
Per il Museo gregoriano etrusco, l’accesso dei materiali etrusco-italici del Biblico, e in particolare di quelli vulcenti, rappresentò l’ideale epilogo del contesto epocale che vide la sua formazione durante la grande stagione di scavi a Vulci nella prima metà del XIX secolo. Nel caso dei reperti vulcenti del Biblico, i principi Torlonia — che con mecenatismo finanziarono lo scavo e l’edizione degli scavi della scuola francese, esemplarmente pubblicati da Stéphane Gsell — concludono la stagione delle ricerche ottocentesche a Vulci, sulle orme di Luciano Bonaparte di cui avevano acquistato le terre. A noi viene oggi restituita una parte dei materiali rinvenuti a Vulci dagli scavi Gsell, ritenuti dispersi, e questo è forse uno dei risultati più consistenti di questo lavoro. 
 
Ma un museo è anche luogo di memoria ed è opportuno che gli oggetti in esso raccolti non finiscano atomizzati nelle classificazioni e negli allestimenti tematici. La storia collezionistica rappresenta un patrimonio immateriale inscindibile, che porta alla fine del percorso a riconsiderare la collezione nel suo insieme come prodotto unitario di un processo creativo dalla valenza culturale e che merita un esame a sé stante. 
Il museo del Biblico nella sua concezione attinge a una tradizione lontana. Come i musei della Biblioteca in Vaticano nel primo Settecento, a loro volta retaggio della Wunderkammer, anch’esso è ospitato con e tra i libri, a fornire un apporto documentale visivo ed empirico alle fonti del sapere affidate alla parola scritta. 
 
Nell’articolare le sue sezioni verso una totalità del sapere, comprendendo anche le scienze naturali, con minerali, fossili, flora e animali imbalsamati, compreso l’immancabile coccodrillo, i gesuiti del Biblico richiamano al contempo il precedente e più illustre caso del Museo Kircheriano nel Collegio Romano a Roma, fondato nel 1651. 
 
Il museo di piazza della Pilotta non è immenso e non ha pretese enciclopediche universali. Pur ispirandosi a una museografia passata, è figlio del suo tempo e questo si evince dalla classificazione rigorosa di stampo positivista, come pure dall’approccio sperimentale che contempla anche materiale cartografico e fotografico che sembra precorrere l’approccio multimediale. 
Da evidenziare è anche la preponderante incidenza delle testimonianze preistoriche — strumenti litici dalle più svariate aree e anche reperti fossili neandertaliani — effetto del grande impulso avuto dalle scienze preistoriche a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo; si direbbe una cifra, un sedimento della contemporaneità, ma è soprattutto una testimonianza dell’interesse del pensiero cattolico verso questo ambito della ricerca cui, inizialmente, aveva guardato con una certa diffidenza. 
 
La compresenza di antichità etrusche, greche e romane accanto alle testimonianze del Vicino oriente antico travalicano la semplice valenza didattica e sembrano voler offrire al contempo una visione in cui oriente e occidente si percepiscono nella loro unitarietà dialettica in tempi remoti, quasi a voler anticipare quell’innesto del mondo semitico nel filone della classicità poi determinato dal cristianesimo. 
Quando il museo del Biblico si stava formando, archeologi come Wolfgang Helbig avevano assunto Omero e la Bibbia come parametro interpretativo per la civiltà etrusca ai suoi primordi. Nella sua percezione unitaria del mondo mediterraneo, anche la collezione del museo del Biblico contribuisce a ricordare che una frattura tra oriente e occidente è esistita più nella storiografia che nella storia. L’oriente continua a vivere nella cultura dell’occidente attraverso gli ebrei della diaspora, i cristiani e le sacre scritture. Senza dimenticare che quando sotto le insegne di Roma la storia portò i due mondi a incontrarsi, per le donne e gli uomini di fede l’incontro avvenne anche e soprattutto tra il Cielo e la Terra.
 
di Maurizio Sannibale

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

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(Gal. 2,20)

 

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