Home Spiritualità I simboli dei 4 evangelisti (Giancarlo Biguzzi)

I simboli dei 4 evangelisti (Giancarlo Biguzzi)

 
Il simbolo dell’evangelista Luca è il toro. Ma perché? E da dove vengono quel simbolo per Luca, quello del leone per Marco (basti pensare al leone di Venezia, dovuto alla tomba e alla basilica di S. Marco), quello dell’uomo per Matteo, e infine quello dell’aquila per Giovanni?
 
La prima origine dei quattro simboli è antica quanto il profeta Ezechiele. Egli, giovane figlio di Buzi che era sacerdote del tempio di Gerusalemme, fu nel numero dei circa 10.000 che nel 597 a.C. furono deportati da Gerusalemme in terra babilonese, in Mesopotamia. Là ricevette la chiamata profetica mentre si trovava sulle sponde del canale Kebar (Ezechiele 1,1). Descrivendo la sua vocazione, Ezechiele dice di avere veduto il carro della gloria divina recato da quattro esseri misteriosi, ognuno dei quali aveva quattro volti: precisamente d’uomo, di leone, di toro e d’aquila (Ezechiele 1,4-10). 
 
Nel sec. VI a.C., Ezechiele non poteva evidentemente parlare degli evangelisti. Ma degli evangelisti non parla neanche Giovanni nell’Apocalisse, il quale riprende l’immagine da Ezechiele e la semplifica. Per Giovanni infatti ognuno dei quattro esseri viventi che accompagnano il trono divino ha un solo aspetto: il primo ha l’aspetto di leone, il secondo di toro, il terzo di uomo, e il quarto d’aquila (Apocalisse 4,6-7). 
Il simbolismo inteso è probabilmente cosmico: ai piedi del trono divino sta tutta la natura, simboleggiata dal leone, il più forte degli animali selvatici; dal toro, il più forte degli animali da allevamento; dall’uomo, il più nobile di tutti gli esseri animati, e dall’aquila, il più forte dei volatili.
 
Furono i commentatori dell’Apocalisse a vedere i quattro evangelisti nei quattro esseri viventi di Ezechiele e dell’Apocalisse. Il primo fu Ireneo, vescovo di Lione in Gallia (attuale Francia, 180 d.C. circa), originario dell’Asia Minore, forse di Smirne o forse di Efeso. 
Contro la proliferazione dei vangeli apocrifi egli difese con energia il numero quaternario dei vangeli prendendo argomento sia dai quattro punti cardinali (nella fede quattro sono i vangeli, come nella natura quattro sono i punti cardinali), e appunto dai quattro esseri viventi dell’Apocalisse. L’applicazione dei quattro simboli in Ireneo non è esattamente quella che per noi è tradizionale. Come per noi anche per Ireneo l’uomo è Matteo e il toro è Luca, ma per Ireneo l’aquila è simbolo di Marco e il leone è simbolo di Giovanni.
 
Le stesse corrispondenze si ritrovano in Vittorino, vescovo dell’antica Petovium, oggi Ptuj in Slovenia, morto martire sotto Diocleziano nel 303 d.C. Originario anch’egli dell’oriente, scrisse un commentario (il più antico giunto a noi) all’Apocalisse dove appunto applicava i quattro simboli agli evangelisti, seguendo da vicino Ireneo. 
Ci fu un certo Anatolio che, venuto a conoscenza di quel commentario ed essendo perplesso su certe interpretazioni, lo inviò a S. Girolamo, grande conoscitore delle Sacre Scritture, per averne un parere. Come Anatolio, anche Girolamo trovò qualcosa che nel commentario di Vittorino non era condivisibile. Ne fece una revisione, omettendo, correggendo, e migliorando anche la lingua latina di Vittorino che lasciava a desiderare. 
Ebbene tra le rielaborazioni di San Girolamo ci fu anche una diversa applicazione dei quattro esseri viventi dell’Apocalisse ai quattro evangelisti. Girolamo ribadì poi la sua nuova interpretazione sia nel commento a Ezechiele, sia nel commento a Matteo, e la sua autorevolezza la impose su tutte le altre.
 
Quello che è interessante è la motivazione degli abbinamenti, i quali sia in Vittorino che in Girolamo sono fatti a partire dalla pagina iniziale dei singoli vangeli. La motivazione di Girolamo era la più convincente e anche per questo si è imposta e stabilizzata nella tradizione. Matteo è raffigurato dall’uomo perché nella prima pagina riporta la genealogia di Gesù, e dunque parla della sua origine umana. 
Marco invece è il leone perché nella prima pagina presenta il Battista che, come un leone, grida la sua testimonianza nel deserto. 
Luca è rappresentato dal toro perché introduce come primo personaggio del suo racconto Zaccaria, il padre del Battista, il quale, essendo sacerdote del tempio, come tale offriva sacrifici di tori. 
Giovanni infine è l’aquila, per il volo sublime dell’inno al Verbo con cui si apre il suo sublime vangelo.
 
Dai libri di Ireneo, Vittorino o Girolamo, ma anche di Agostino di Ippona, di Ambrogio di Milano ecc., i quattro simboli sono passati poi nei monumenti, e in particolare nei mosaici delle chiese dei sec. V-VI: per esempio nell’abside di S. Pudenziana e di S. Maria Maggiore a Roma, nella tomba di Galla Placidia, in S. Vitale e in S. Apollinare Nuovo a Ravenna. E poi soprattutto nelle copertine degli evangeliari (= manoscritti che riportavano i testi dei vangeli) e nelle miniature al loro interno, e poi sul marmo, e sul legno e sull’avorio: all’infinito.
 
La tradizione conosce anche simbologie alternative, tre delle quali meritano di essere ricordate. La prima si trova ancora in Vittorino di Petovio: come dall’unica sorgente del giardino di Eden venivano quattro fiumi (Genesi 2,10-14), così i quattro vangeli propongono in forma diversa l’unica predicazione venuta dalle labbra del Cristo. La seconda si trova scolpita in un coperchio di sarcofago conservato ai musei vaticani: Gesù vi viene rappresentato come timoniere di una barca, simbolo della chiesa, mentre gli evangelisti sono al lavoro dei remi. La terza paragona il messaggio evangelico all’arca dell’alleanza che era il luogo della presenza divina in mezzo all’accampamento degli Israeliti. 
Secondo Esodo 25,12 l’arca aveva alla sua base quattro anelli d’oro, dove venivano introdotte le stanghe al momento di sollevarla e trasferirla ad altro luogo. Così, dicono i teologi medioevali (per esempio Ambrosio Autperto, Alcuino, Aimone di Halberstat), anche l’unico messaggio di Cristo ha, non quattro anelli, ma quattro vangeli con i quali viene portato e annunciato in ogni luogo.