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Discussioni sulle scelte morali di Papa Francesco (Carlo Molari)

 
Le dispute sulle scelte morali hanno accompagnato fin dall’inizio il cammino dei discepoli di Gesù e hanno preceduto anche i contrasti dottrinali.
 
Proprio in questi giorni papa Francesco ha ricordato che conservare il deposito delle verità rivelate non è come mantenere in naftalina un tessuto perché  non si corrompa, ma significa curararlo perché si sviluppi secondo il cammino della cultura umana. Lungo la storia delle comunità cristiane non vi è stato secolo che non abbia registrato divergenze sulle pratiche e sulle scelte morali. Gli ambiti e gli argomenti sono stati molto vari. Dalle pratiche di riconciliazione alle condizioni per l’accesso al Battesimo o all’Eucaristia. Erano passati circa dieci anni dalla morte di Gesù, secondo il racconto di Luca, “La chiesa era … in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva in numero” (At. 9,31).
 
Ma la pace durò poco perché quando Pietro salì a Gerusalemme dopo la guarigione del paralitico Enea a Lidda (At 9,31), la risurrezione di Tabità a Giaffa (At 9,41) e l’esperienza dello Spirito con il “centurione della Corte detta Italica” (At. 10, 1), “i fedeli circoncisi lo rimproveravano dicendo: «sei entrato in casa di uomini incirconcisi e hai mangiato insieme con loro!»” (At 11,2). Pietro si giustificò raccontando in modo dettagliato le esperienze compiute e concluse “chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11, 17). I discepoli “all’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!»” (At 11,18).
 
L’esigenza di una pratica concorde riemerge qualche anno dopo ad Antiochia di Siria, quando, come racconta ancora Luca, “alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione” (At 15, 1-2).
 
È noto il compromesso a cui giunsero in quella solenne assemblea gli apostoli e gli anziani. Dopo “una grande discussione” (At. 15, 7), l’intervento di Pietro (“noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati così come loro” At 15, 11), i racconti di Barnaba e Paolo e la proposta autorevole di Giacomo, “il fratello del Signore” (Gal. 1, 19).
 
La conclusione finale fu redatta in una lettera inviata ai cristiani di Antiochia che terminava con queste parole: “è parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue degli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Fate cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene” (At 15,28). I presenti “quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva” (At. 15, 31).
 
Da notare il termine greco porneia, tradotto nella nuove edizione CEI “unioni illegittime”, con chiaro riferimento al capitolo 18 del Levitico, mentre la vecchia edizione CEI (1972) traduceva in modo generico: “astenersi.. dalle impudicizie” e la Bibbia interconfessionale traduce: “astenetevi dai disordini sessuali”. È inoltre opportuno anche ricordare che Paolo nelle sue lettere non fa mai menzione di questi particolari, che riportano nella sostanza le parole di Giacomo nell’assemblea di Gerusalemme.
 
Ho richiamato questo episodio per mostrare che fin dagli inizi le scelte morali hanno suscitato dubbi e discussioni nel cammino delle comunità cristiane. Gli accordi non sono stati sempre accolti con entusiasmo. La stessa formula “correzione fraterna” richiama una pratica che Matteo codifica nel suo Vangelo (18, 15-18). Non sono quindi esperienze nuove, a parte l’estensione del coinvolgimento e l’attuale velocità delle comunicazioni.
 
Gli errori attribuiti al Papa
In questa prospettiva vorrei considerare le riserve avanzate da numerosi cattolici alla Esortazione Apostolica “Amoris laetitia” di papa Francesco. In particolare esamino la lettera che 62 cattolici di 20 paesi hanno inviato al Papa l’undici agosto scorso come “correzione fraterna per la diffusione di eresie”. Il 24 settembre scorso la loro lettera scritta in latino al Papa l’undici agosto precedente è stata resa pubblica nel sito www.correctiofilialis.org.
 
Il Papa con molta delicatezza ha già offerto elementi di risposta, facendo pubblicare nella rivista Civiltà cattolica (quaderno 4014 del 16 settembre scorso) il dialogo privato che il 10 settembre scorso ha avuto con un folto gruppo di gesuiti convenuti nel santuario di San Pietro Claver (1581–1654) a Cartagena in Colombia.
In quella circostanza anche se non interrogato esplicitamente su questo tema, il Papa ha inserito una riflessione sul documento Amoris lætitia con molto rispetto degli scriventi, ma con altrettanta chiarezza: “sento molti commenti – rispettabili, perché detti da figli di Dio, ma sbagliati”. Egli puntualizza due punti. Il primo riguarda la totalità del documento e il necessario riferimento al Sinodo dei Vescovi (“Per capire l’Amoris laetitia bisogna leggerla da cima a fondo. E leggere che cosa si è detto nel Sinodo)”. Il secondo punto riguarda il carattere cattolico e tomista della tradizione morale alla quale si richiama. A conferma ha citato il cardinale domenicano Schönborn di Vienna: “un grande teologo, tra i migliori di oggi e tra i più maturi”.
 
Il Papa ha concluso, insistendo sulla preghiera per giungere a un discernimento misericordioso. “Questo voglio dirlo perché aiutiate le persone che credono che la morale sia pura casistica. Aiutatele a rendersi conto che il grande Tommaso possiede una grandissima ricchezza, capace ancora oggi di ispirarci. Ma in ginocchio, sempre in ginocchio”.
Per una retta valutazione della Amoris Laetitia occorre ricordare, inoltre, i suoi continui richiami alla perfezione morale e alla santità di vita matrimoniale: “In nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza…. Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture” (AL 307).
Infine è necessario tenere presente che la vita ecclesiale ha come regola di fondo la carità: “Seppure vero che bisogna curare l’integralità dell’insegnamento morale della Chiesa, si deve sempre porre speciale attenzione nel mettere in evidenza e incoraggiare i valori più alti e centrali del Vangelo, particolarmente il primato della carità come risposta all’iniziativa gratuita dell’amore di Dio” (AL 311).
 
La prima delle sette accuse attribuisce a papa Francesco la convinzione che un cristiano in una condizione irregolare, pur volendo mantenere un rapporto positivo con Dio “non ha la forza con la grazia di Dio di adempiere tutti i comandamenti oggettivi della legge divina” mentre la grazia, realizzando un retto rapporto con Dio dovrebbe produrre sempre e in modo certo la conversione.
Di fatto nella Esortazione Apostolica Amoris Laetitia il Papa sostiene una opinione diversa, ma legittima e difesa da molti moralisti. Che cioè “a causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa” (AL par. 305).
L’aiuto della Chiesa può consistere in atti di simpatia fraterna, di solidarietà misericordiosa, ma può anche concretizzarsi, come precisa lo stesso paragrafo 305 nella nota 351, nel sussidio sacramentale della penitenza e della eucaristia, che coinvolge come soggetto tutta la comunità.
A questo proposito il Papa, nella stessa nota citando l’Esortazione Apostolica Evangeli Gaudium del 24 novembre 2013, ricorda “ai sacerdoti.. che il confessionale non deve essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” e che l’Eucaristia “non è un premio dei perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” (AL 305 nota 351).
Il Papa difende quindi la convinzione che la grazia di Dio può offrire al credente di sapere portare anche situazioni imperfette con il pentimento del male compiuto e l’impegno di una rinnovata fedeltà. Anche una situazione oggettiva imperfetta, cioè, può essere vissuta in modo positivo perché la grazia santificante è così potente da rendere possibile l’esercizio dell’amore teologale anche in situazioni di vita irregolari.
Questa opinione è difesa da molto tempo tra gli stessi moralisti cattolici, alcuni dei quali, più rigorosi, giudicano la condizione di adulterio sempre peccaminosa, mentre altri, più numerosi, ammettono la possibilità di situazioni imperfette che consentono un cammino ecclesiale di grazia. I primi non considerano la gradualità e la complessità delle situazioni concrete da discernere.
In ogni caso non si tratta  di eresie, ma di diverse opinioni teologiche che consentono l’applicazione del principio probabilistico.
 
La seconda accusa è una esemplificazione concreta di questa possibilità. Viene così riassunta dagli scriventi: “I cristiani che hanno ottenuto il divorzio civile dal coniuge con il quale erano validamente sposati e hanno contratto un matrimonio civile con un’altra persona (mentre il coniuge era in vita); i quali vivono ‘more uxorio’ con il loro partner civile e hanno scelto di rimanere in questo stato con piena consapevolezza della natura della loro azione e con il pieno consenso della volontà di rimanere in questo stato, non sono necessariamente in peccato mortale, possono ricevere la grazia santificante e crescere nella carità”. Nel discernimento che l’Esortazione papale suggerisce hanno peso notevole l’armonia tra i coniugi e l’esigenza dei figli ad una educazione cristiana e anche ad un benessere spirituale dei genitori, che gli accusatori non tengono presenti.
 
La terza accusa non considera la distinzione, comune da tempo nei moralisti cattolici, tra mancanza grave e mortale. L’accusa infatti afferma: “Un cristiano può avere la piena conoscenza di una legge divina e volontariamente può scegliere di violarla in una materia grave, ma non essere in stato di peccato mortale come risultato di quell’azione”. Dalla metà del secolo scorso i teologi distinguono tra colpa mortale che conduce al rifiuto della Grazia, e colpa grave che può consentire una fedeltà zoppicante nella sequela di Cristo..
 
La quarta accusa attribuisce al Papa la dottrina secondo cui “una persona, mentre obbedisce alla legge divina, può peccare contro Dio in virtù di quella stessa obbedienza”. È noto invece che quando il credente è convinto di ubbidire a Dio seguendo la propria coscienza, retta ed informata, la sua azione, anche se imperfetta e sbagliata, non costituisce mai peccato.
 
La quinta accusa suppone che gli atti sessuali non possano mai avere una funzione positiva anche in situazioni irregolari. Presenta come errata la tesi difesa da molti moralisti secondo i quali: “la coscienza può giudicare con verità e correttezza che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto tra loro matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un’altra persona, [possano essere] moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio”, soprattutto quando la presenza di figli implica il dovere di fedeltà e di vita comune, accompagnata anche dall’esercizio della sessualità coniugale.
 
La sesta accusa attribuisce al Papa e ai moralisti che lo difendono la convinzione che “i principi morali e le verità morali contenute nella Divina Rivelazione e nella legge naturale non includono proibizioni negative che vietano assolutamente particolari generi di azioni che per il loro oggetto sono sempre gravemente illecite”. Esistono certamente nella Divina Rivelazione indicazioni morali di questo tipo, ma esistono anche condizionate dalla cultura del tempo o altre ancora che alla luce di nuove acquisizioni antropologiche sono passibili di cambiamenti.
 
La settima accusa non tiene conto di tutta realtà ecclesiale. Dice infatti: “Nostro Signore Gesù Cristo vuole che la Chiesa abbandoni la sua perenne disciplina di rifiutare l’Eucaristia ai divorziati risposati e di rifiutare l’assoluzione ai divorziati risposati che non manifestano la contrizione per il loro stato di vita e un fermo proposito di emendarsi”. Sia per l’uso degli anticoncezionali sia per l’ammissione ai sacramenti nella Chiesa cattolica la pratica recente si era distanziata dalla dottrina che, a differenza degli Ortodossi e degli Evangelici, aveva assunto dinamiche rigoriste e assolute.
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

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