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Léon Bloy, l’esagerato

 
 
Il 3 novembre di un secolo fa moriva lo scrittore francese 
 
«Bloy è una gargolla di cattedrale che vomita l’acqua del cielo su buoni e cattivi», scrisse Barbey d’Aurevilly. E quell’indiscriminato vomito celeste procurò a Léon Bloy (1846-1917) l’odio peloso dei suoi contemporanei, un odio così orgoglioso e ruggente che Bloy arrivò a chiedersi con sarcasmo «se non facesse parte dei diritti del cittadino». Per lui, ovviamente, era un odio ingiustificato; ma si sa già che a Bloy piaceva esagerare. E anche che era un uomo di angelica innocenza. Panflettista feroce, spietato polemista, censore implacabile di tutte le piaghe sociali, Léon Bloy è come un banco di prova. Chi ha il coraggio di leggere i suoi libri non reagisce con indifferenza o tiepidezza. Bloy ripugna o incanta, la sua scrittura non ammette compromessi, le sue parole di fuoco bruciano a tal punto il lettore sprovveduto da non lasciargli altra via d’uscita se non ardere di furore o di entusiasmo.
 
Per molti Bloy fu un personaggio irascibile e violento; per altri un profeta e un santo. E, nello scrivere la parola “santo”, non ci sfugge che tutta la sua opera è percorsa da iperboli ed esagerazioni, da intemperanze e improperi, da aspre diatribe e furenti arringhe; e neppure che il suo temperamento collerico lo spinse spesso sull’orlo dell’ingiustizia. Ma nella sua collera c’è sempre qualcosa di sacro che ci ricorda la filippica che Cristo lanciò contro i farisei e la decisione con cui cacciò i mercanti dal tempio.
 
Nella collera di Bloy c’è qualcosa che ci ricorda quei santi stiliti che gridano nel deserto contro un mondo sensuale, materialista, dedito a passioni da letamaio, e lanciano invettive arroganti, insulti atroci, vituperi che hanno l’effetto di uno sputo sul volto dei suoi contemporanei.
 
E tuttavia c’è in Bloy anche una sensibilità ferita e non solo che ferisce, una sorta di sensibilità francescana che lo rende commovente ed eroico. Come avrebbe scritto il suo figlioccio Jacques Maritain, «i libri di Léon Bloy esercitano su certe anime un’influenza che l’arte o il genio non bastano a spiegare. Per volgere i cuori a Dio, è necessario qualcosa di più della più accesa eloquenza». E questo “qualcosa di più” è — come rivela lo stesso Bloy a Maritain — «amare con tutta la mia anima». Perché la virulenza di Bloy, tutto sommato, non è altro che il rovescio del suo amore intrepido per la Verità, del suo amore ansioso d’infinito, del suo amore dolente per la povertà e i poveri. Léon Bloy visse sempre immerso nella povertà; ma anche abbracciato alla povertà, unito alla povertà in sacro e indissolubile matrimonio. E da questa alleanza indistruttibile con la povertà nasce uno dei tratti più distintivi della sua scrittura, un patetismo dilaniante che non disdegna l’ingiuria, l’invettiva profetica, il raptus di lucidissima furia.
 
Léon Bloy è la dimostrazione più evidente di ciò che un’epoca filistea e desacralizzata può fare a uno spirito superiore: negare i suoi talenti, schernire i suoi successi, calpestare i suoi meriti... ma mai, mai, mai, potrà distruggere la grandezza della sua anima immortale. Uomo straordinario (perché eccessivo, ma anche perché umanissimo) e scrittore di autentico genio, Bloy non cercò mai gli allori della fama, né l’applauso del mondo. Quando era al culmine della sua forza, quando ancora non era caduta sul suo nome la cospirazione del silenzio, scrisse: «Si ostinano a dire che sono un grandissimo e illustrissimo artista, il cui dovere principale è scuotere le anime dei suoi contemporanei, quando non sono altro che un povero uomo che cerca Dio, che lo invoca ovunque tra i singhiozzi».
 
Figlio di un ingegnere libero pensatore e di una devotissima madre di origine spagnola, Bloy da bambino ricevette — lo racconta in Il disperato — quell’istruzione religiosa puramente epidermica impartita «da simulacri di preti imbrattati di formule», per diventare poi, in gioventù, un ateo accanito. «C’è stato un momento», confesserà in seguito, «in cui l’odio per Gesù e per la Chiesa fu l’unico pensiero del mio intelletto, l’unico sentimento del mio cuore». Ma a 23 anni si trasferisce a Parigi, dove finirà col lavorare come segretario di Barbey d’Aurevilly, che favorirà la sua conversione. Naturalmente, «la parola conversione applicata a lui — scrive Bloy, riferendosi al protagonista del suo romanzo La donna povera, ma in questo caso potrebbe riferirsi a se stesso — non esprimeva bene la sua catastrofe. Era stato preso per il collo da Qualcuno più forte di lui. Era stato scorticato, trapanato, bruciato». E a partire da quello stesso momento la sua esistenza fu un costante, appassionato e veemente agitarsi per la verità di Cristo.
 
Ma anche un terribile calvario di discredito, sofferenza e povertà che avrebbe narrato nei suoi sconvolgenti Diari. Espulso dal parnaso dopo la pubblicazione del Disperato (dove aveva osato mettere in ridicolo gli scrittori più importanti della sua generazione), trasformato in un appestato al quale nessun giornale apriva le porte, Bloy, da allora in poi, visse nella più angosciante povertà, senza neppure i soldi per comprare un sacco di carbone o qualche patata per nutrire la sua famiglia; ma la sua fede sopravvisse a tutte le calamità, anche se la sua era una fede avvolta nelle tenebre e nel pianto del Venerdì Santo, una fede avvolta di notte oscura, come ci confessa in un passaggio dei suoi Diari: «Non riesco a sentire la gioia della resurrezione, perché la risurrezione, per me, non arriva mai. Vedo sempre Gesù in agonia, Gesù crocifisso, e non so vederlo in altro modo». Che confessione terribile e coraggiosa! In queste parole si condensano l’esagerata sincerità e la fede gigantesca di un titano che, tra atroci sofferenze, non ebbe mai incertezze, grazie alla costante frequentazione dell’Eucaristia, alla preghiera insonne e alla consolazione delle poche persone che non lo privarono mai del loro sostegno, a iniziare dalla sua devota moglie, la danese Jeanne Molbech.
 
Nell’opera di Bloy vi sono molti passaggi in cui ci sembra di leggere un Isaia del nostro tempo. C’è un’esaltazione nelle sue visioni, un impeto nelle sue invettive, una caustica preveggenza nei suoi commenti che nessuno scrittore cattolico posteriore — con l’eccezione, forse, di Bernanos — è riuscito a uguagliare. Alcuni dei suoi vaticini si sono compiuti; in altri casi ha ecceduto, e non poteva essere diversamente in un uomo del suo temperamento. Ma persino quando sbaglia, Bloy coglie nel segno, perché c’è sempre qualcosa di commovente nel suo errore, una dismisura tanto convincente da farci giungere subito alla conclusione che le sue parole dovranno compiersi, prima o poi, come quelle dell’Apocalisse.
 
E questo perché per Bloy la storia umana è come un sogno costruito sul tempo — che, a sua volta, considera un’illusione — e la vita sulla Terra non è altro che una prefigurazione dell’inferno (dove i cattolici tiepidi sono in realtà demoni incaricati di torturarlo).
 
Bloy attendeva impaziente il compimento delle promesse parusiache, unica realtà a cui si aggrappava, mentre il mondo affondava. E anelava a una sorta d’incenerimento in cui, alla fine, sarebbe apparso Dio. Pur di ottenere questa ricompensa definitiva, non gli importava di soffrire oltremisura e di diventare un’«incudine di Dio». E fu davvero incudine di sofferenze terribili! Oltre agli infiniti patimenti materiali che lo fecero passare di tugurio in tugurio, fuggendo sempre da padroni di casa iracondi, dovette affrontare la demenza della sua amica Anne-Marie Roulet (la Veronica del Disperato), la morte dei suoi due primi figli con Jeanne Molbech, l’accanita animosità di quasi tutti i suoi colleghi, l’implacabile indifferenza della stampa e i morsi dei creditori. In gioventù, visse «lacerato tra Dio e le donne, sopraffatto dal perpetuo fallimento delle sue eroiche purezze sognate»; e quando alla fine la pace coniugale e l’anelito di Cristo placarono i suoi appetiti, visse fino alla morte in unione mistica con la povertà, che «ci fissa, come chiodi, alla mano di Gesù Cristo».
 
Questa intimità con le ferite della Passione suscitò in lui una sorprendente fiducia nel suo rapporto con Dio che scandalizzò il fariseismo della sua epoca; e che ancora oggi fa di lui uno scrittore poco amato da un certo cattolicesimo pompier. A quanti si scandalizzavano delle libertà che si prendeva con Dio rispondeva: «Fa bene lamentarsi di ciò che si ama... E io amo Dio!».
 
Bloy non ebbe pudore a inveire contro l’imborghesimento, la mancanza di gusto estetico e il bigottismo di molti cattolici che «a forza di prevenzioni volgari o imbecilli, sembrano ossessionati soltanto dal peccato della carne». Ovviamente le sue frecciate più sarcastiche le indirizzò contro i sacerdoti e i vescovi untuosi, le cui prediche lo facevano «russare di ammirazione». E non ebbe alcun imbarazzo ad affermare che «un discepolo di Nostro Signore, il più piccolo di tutti, testimone della negazione di Pietro, avrebbe avuto il diritto di rimproverare al Principe degli Apostoli la sua codardia, con la più grande indignazione, e avrebbe addirittura avuto il dovere di farlo, a condizione che, dopo quell’atto, avesse dichiarato espressamente la sua volontà formale di obbedire al capo della Chiesa».
 
Forse proprio per questo non esitò a criticare l’«indigenza inaudita» di qualche enciclica di Benedetto XV, al quale non perdonò mai la sua neutralità durante la Grande guerra. Ma, mentre osava censurare il Papa, con il suo ammirevole apostolato riuscì a convertire i suoi scarsi ma fedelissimi amici, da Jacques e Raïssa Maritain a Pierre van de Meer, passando per il geologo Pierre Termier, il pittore Georges Roualt e i compositori Georges Auric e Ricardo Viñes, solo per citarne alcuni.
 
Nei suoi Diari, Bloy ci fa confidenze toccanti. Sa che Gesù è l’Abbandonato; e sa che quanti lo amano devono essere quindi abbandonati come Lui. Ma ci sono occasioni in cui confessa di essere «senza notizie di Dio», incapace di soddisfare i bisogni primari delle sue figlie, che rabbrividiscono di freddo e languiscono di fame accanto a lui. E allora l’abbandono che ci trasmette la sua scrittura ci stringe il cuore. A volte sembra che Bloy si stia perdendo d’animo, messo alle strette dalla tragedia; ma la sua speranza — una speranza impaziente — finisce con l’uscire vittoriosa da tutte le battaglie. Verso la fine dei suoi giorni potrà scrivere con enorme pace interiore: «Del tutto estraneo alle ciarlatanerie di questo tempo, e disprezzando più che mai tutte le menzogne moderne, ho osato, dimenticando completamente il giudizio degli uomini, dire ciò che spaventa tutti, e soprattutto i codardi cattolici della nostra epoca».
 
Ma la sua asprezza, in fondo, non era altro che una corazza per proteggere il missionario che era in lui: «Se non fosse stato perché hanno voluto chiamarmi “il terribile panflettista”, non avrei mai potuto far mandar giù il mio cristianesimo. Tutti mi avrebbero vomitato». Anche così lo vomitarono tutti i tiepidi, sia i bigotti sia gli empi, e dovette rassegnarsi al maledettismo, come prima o poi accade a chi scrive solo per Dio, senza rispetto umano di alcun tipo, senza preoccuparsi di accumulare nemici, come chi accumula letame.
 
Disprezzato dai suoi contemporanei, Léon Bloy si presenta a noi oggi, nel centenario della sua morte, come una delle figure più sconcertanti della letteratura francese, e forse come lo scrittore cattolico più scomodo e provocatorio che i secoli hanno veduto. Quel «mendicante ingrato», quel «pellegrino dell’Assoluto» — come lui stesso amava descriversi — continua a essere un banco di prova per ogni lettore intrepido disposto a confrontarsi con i luoghi comuni.
 
Curiosamente, è stato il primo scrittore che Francesco, appena eletto Papa, ha citato, nella messa dopo la conclusione del conclave. O forse non tanto curiosamente, perché, sebbene il suo temperamento sia molto diverso, suppongo che Francesco debba provare simpatia per l’uomo che scrisse esagerazioni così vere come quella che segue: «Ogni uomo che compie un atto libero proietta la sua personalità sino all’infinito. Se dà malvolentieri un centesimo a un povero, quella moneta attraversa la mano del povero, cade, attraversa la Terra, fa una breccia nel Sole, percorre il firmamento e pregiudica l’universo... Al contrario, un atto di carità, un moto di compassione vera, canta le lodi divine attraverso l’uomo che lo ha compiuto, da Adamo sino alla fine dei tempi, cura i malati, consola i disperati, placa le tempeste, riscatta i prigionieri, converte gli infedeli e protegge il genere umano». Esagerazioni? Forse. Ma, quanto ci mancano gli esagerati come Léon Bloy!
 
di Juan Manuel de Prada