Home Eventi Il sentiero di Isaia: A quarant’anni dalla morte di Giorgio La Pira (Card. Gualtiero Bassetti)

Il sentiero di Isaia: A quarant’anni dalla morte di Giorgio La Pira (Card. Gualtiero Bassetti)

 
Quarant’anni fa, moriva Giorgio La Pira: terziario domenicano e francescano, professore universitario di diritto romano e, soprattutto, un «mistico in politica» che in moltissimi, ancora oggi, a Firenze ricordano come il “sindaco santo”.
 
All’indomani, durante l’Angelus del 6 novembre, Paolo VI ricordò il «carissimo amico» — così il Papa gli si era rivolto nell’ultima lettera, di una copiosa corrispondenza, il 1° settembre — sottolineandone «la profonda fede cristiana» e la «molteplice se pure originale attività». L’originalità di La Pira risiedeva nel suo essere extra ordinem rispetto ai normali schemi politici. Una straordinarietà riconosciuta anche da Giovanni Paolo II quando, nel 2004, in occasione del centenario della nascita, lo definì come una «figura esemplare di laico cristiano» la cui vita è stata una «straordinaria esperienza di uomo politico e di credente, capace di unire la contemplazione e la preghiera all’attività sociale e amministrativa, con una predilezione per i poveri e i sofferenti».
 
La sua vocazione politica, come scrisse Carlo Bo, era «il riflesso e l’eco della sua più antica e vera scelta religiosa» avvenuta nella notte di Pasqua del 1924. «Io sono per la grazia del Signore un testimone dell’Evangelo — scrive La Pira — la mia vocazione, la sola, è tutta qui! Sotto questa luce va considerata la mia “strana” attività politica». Lo sottolineò efficacemente anche il cardinale Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, il giorno dei funerali, il 9 novembre, quando la cattedrale di Santa Maria del Fiore e la piazza del Duomo erano gremite da una folla assiepata: «Nulla può esser capito di Giorgio La Pira, se non è collocato sul piano della fede».
 
La fede è dunque il motore della sua azione che si innestava in un contesto internazionale caratterizzato da un «crinale apocalittico» dominato dallo scontro tra le due superpotenze e dall’incubo nucleare. Alla logica del conflitto, La Pira oppone la supremazia del dialogo. Un dialogo cercato con tutte le sue forze nei paesi dell’Europa dell’est, in Asia, in America latina e in Africa. In questo sforzo incessante per il dialogo, il sindaco di Firenze traccia una strada: è il «sentiero di Isaia». Un sentiero di pace che si proponeva di arrivare al disarmo generale trasformando «i cannoni in aratri ed i missili e le bombe in astronavi».
 
Per raggiungere la pace, La Pira incontra personalmente molti capi di stato. In uno di questi incontri, conia una delle sue espressioni più note, «abbattere i muri e costruire i ponti». Un’immagine che mutuò da quello che vide al Cairo nel 1967 dopo aver incontrato il presidente egiziano Nasser. In quell’occasione vide «una squadra di operai abbattere i muri che erano stati costruiti davanti alle porte dell’albergo, come strumenti di difesa antiaerea». In quel gesto vide il simbolo di una grande azione politica e culturale. Bisognava abbattere «il muro della diffidenza» tra i popoli e costruire ponti di dialogo tra le genti. Occorreva, in definitiva, «non uccidere, ma amare».
 
Non uccidere, per La Pira, significò difendere sempre la cultura della vita. E infatti fu in prima linea, nel 1974, nel difendere la santità del matrimonio e della famiglia descritta come la «pietra costitutiva, angolare, della volta intiera del mondo». Allo stesso modo, sull’Osservatore Romano del 19 marzo 1976 affermò con forza il suo fermo no all’aborto come «frontiera intransitabile per tutti gli uomini» scrivendo che «non uccidere è, per tutti», il tratto comune insuperabile «dell’unica solidale famiglia umana».
 
Cosa rimane oggi di La Pira? A mio avviso un’eredità profonda, sintetizzabile in tre concetti: la politica come vocazione e non come ricerca di un tornaconto personale; una tensione verso i poveri, gli sfruttati e gli emarginati; una ricerca della pace internazionale attraverso il dialogo.
 
Il “sindaco santo” è stato uno dei simboli — non l’unico, ma sicuramente uno dei più importanti — di una stagione nobile del cattolicesimo politico in Italia. La stagione dello spirito costituente e della ricostruzione del paese. La stagione di una generazione di cattolici colta, sobria e appassionata, che aveva conosciuto i disastri del fascismo, che combatteva il comunismo e che faceva politica come «un impegno di umanità e santità» senza cercare nulla per se stessi.
 
La Pira ha vissuto da povero ed è morto povero. Un mese dopo la morte padre Mario Castelli, direttore di «Aggiornamenti Sociali», ne tracciò un profilo che iniziava con queste parole: «Giorgio La Pira è stato un uomo povero. Non è cosa da poco essere uomini poveri in una società avida».