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Spiritualità

La spiritualità oggi: dov’è? (Giuseppe La Torre)

 
Un’eloquente testimonianza personale sulla ricerca di Dio e sull’incontro con il mondo cristiano-orientale da parte di un cristiano non ortodosso.
 
Il monachesimo cristiano è espressione della spiritualità cristiana, e il monachesimo odierno non è altro che un ramo tardivo di quell’albero secolare piantato un tempo dai padri in Egitto nel III secolo il cui seme risale all’era apostolica, a coloro che (come Paolo vive e consiglia in I Cor 7, 32-34) “si facevano eunuchi in vista del regno dei cieli” (Mt 19, 12). Il Nuovo Testamento ci testimonia come già nell’era apostolica convivevano nel cristianesimo una corrente di itineranti celibi dediti alla preghiera e alla predicazione e, all’interno della comunità locale, donne e uomini dediti a un impegno spirituale più radicale. Il contesto era quello di vivere gli ultimi tempi e quindi dare poca considerazione ai beni di questo mondo, perché stava per finire. Senza l’attesa del ritorno del Signore non c’è ricerca appassionata, perché manca la motivazione che rende ogni cosa terrena provvisoria e la stessa vita come un viaggio verso casa. Immaginiamo un detenuto a cui inaspettatamente è annunciata la scarcerazione per il giorno dopo: ebbene, la sua libertà non comincerà “domani”.
 

Per la chiesa è sempre tempo di riforma (Enzo Bianchi)

 
La riforma è azione per riportare alla forma canonica ciò che con il passare del tempo è stato oscurato, ferito o addirittura perduto: è azione di conversione, di ritorno
 
Nella nostra lettura della storia abbiamo sempre bisogno che ogni “svolta epocale” sia contrassegnata da una data, un luogo e un evento precisi e – qualora questi non siano sufficientemente definiti o significativi, li si colora di enfasi e di risvolti non sempre verificabili. Così il lento processo che conduce a una realtà non immaginabile fino a poco tempo prima si cristallizza in un punto preciso della storia fino a fargli assumere connotazioni leggendarie. È avvenuto così per la riforma protestante. È ormai opinione prevalente tra gli storici che l’immagine così nitida del monaco agostiniano Martino Lutero – che il mattino del 31 ottobre 1517 affigge sul portone della chiesa del castello di Wittenberg un foglio contenente 95 tesi – sia con ogni probabilità un evento mai avvenuto nelle modalità che l’iconografia classica ha descritto per secoli. Eppure oggi, a cinquecento anni esatti da quel giorno, ci ritroviamo giustamente a fare memoria di tutto ciò che quell’immagine racchiude: un profondo, sofferto desiderio di riforma evangelica dell’unica Chiesa di Dio.
 

L'eredità di Dio è la libertà (Luigino Bruni)

 
La Bibbia è anche un grande trattato sulla nascita, sviluppo e giustificazione delle ideologie. È una sintassi e, spesso, una semantica della natura tremenda del pensiero e dell’agire ideologico
 
Quanto più a lungo si protrae il nostro sradicamento dall’ambito vitale che ci è proprio, sia dal punto di vista professionale che da quello personale, tanto più fortemente ci è dato percepire che la nostra vita, a differenza di quella dei nostri genitori, ha un carattere frammentario. La nostra esistenza spirituale resta incompiuta (Dietrich Bonhoeffer Lettera a Eberhard Bethge, 1944). L’ideologia è l’anti-speranza. La speranza nasce dentro la realtà imperfetta dell’oggi e si nutre di un domani migliore che ancora non conosce ma attende. È la virtù-dono degli attraversamenti dei deserti, quando si cammina nell’arsura sapendo che alla fine ci aspetta una terra promessa, che è reale anche se nessuno l’ha mai vista. La speranza ci fa vedere Canaan mentre siamo ancora a nelle acque di Meriba. L’ideologia, invece, vive di un oggi già perfetto, e non attende nulla di ciò che non conosce già. Ci lascia schiavi in Egitto per tutta la vita, ma ha la capacità straordinaria di trasformare la schiavitù delle fabbriche di mattoni nel "paese dove scorre latte e miele".
 

Una fede per vivere/1 (Romano Penna)

La fede in Dio

Il termine ‘fede’ è tra quelli abusati, come succede per altri vocaboli come ‘amore, laico, storia’, la cui semantica oscilla tra significati molto diversi e persino contrastanti (si pensi per esempio alla storia d’Italia e alla storia di cappuccetto rosso!). Così si può parlare di fede nel progresso o nelle proprie idee o in se stessi, e di buona fede, per non dire del verbo ‘credere’, che nella parlata corrente può addirittura esprimere una incertezza se non proprio un dubbio. Qui però parliamo di ‘fede’ in senso religioso, sapendo comunque che già il termine ‘religione’ è equivoco, poiché è un latinismo che non ha nessun corrispettivo esatto nelle lingue bibliche, né in greco né in ebraico. Propriamente quindi parliamo di fede come espressione di un rapporto dell’uomo nei confronti di Dio (del Dio d’Israele) e della sua rivelazione avvenuta soprattutto in Gesù Cristo.

 

«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Il cieco di Gerico – Lectio di Mc 10, 46-52 (Cristiano Mauri)

 
Il cieco non chiede di recuperare la vista, chiede di vedere. Il verbo è «guardare in alto», verbo dominante nella crocifissione e nella resurrezione
 
«E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.» (Mc 10, 46-52)

 

 
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