Spezzare la propria vita con Cristo Gesù
 
La lettera del Papa mi raggiunge, con grande stupore, mentre arrivo a Gerusalemme nella nuova casa della diocesi di Roma dove — con l’accoglienza e i suggerimenti fraterni del nostro don Filippo Morlacchi — è possibile vivere un tempo di “prossimità” col Maestro e poter trarre nuova forza e vigore per meglio servire il suo popolo. Giungo qui, provvidenzialmente, nella festa del Santo Curato d’Ars e, questo, non può non darmi il senso di questi giorni da vivere, sulle orme del Signore, proprio a beneficio del mio ministero sacerdotale da incarnare nella quotidianità della vita parrocchiale. Giungo qui con la valigia colma — assai più che di effetti personali — del vissuto di un anno pastorale fatto di gioie e dolori, successi e fallimenti, speranze e incertezze, come lo è stato per tanti confratelli che porto nel cuore, come per quelli ai quali faccio ancora fatica a dischiuderlo.
 
Giungo con le prospettive prossime future — appena forniteci dal cardinale vicario — che ci sono tracciate dal programma pastorale diocesano, volto ad ascoltare “il grido della nostra città”. Indicazioni che interpellano le nostre comunità parrocchiali, ma ancor prima noi parroci e collaboratori. Linee e suggerimenti che smuovono all’ascolto di un “grido” spesso sommesso, se non occultato, per il torpore che sopisce l’uomo di oggi, prigioniero del suo tram tram spesso “disumano”.
 
Con tutto questo background, ho accolto la lettera del Papa e, in prima istanza, mi sono “ritrovato”. Sì, ritrovato; perché noi pure possiamo essere tentati dal senso di smarrimento che oggi assedia questa generazione orfana di “padri”. Per comprendere dove siamo diretti occorre sapere da dove veniamo, si dice a ogni buon conto. E chi meglio dei “padri” sono, al contempo, legame alle nostre radici e guide al futuro da conquistare con abnegazione e fiducia?
 
In tal senso la lettera di Francesco l’ho sentita vera espressione di questa paternità, senza vena paternalistica come sovente può capitare. Proprio alcuni anni or sono — all’indomani dell’incontro quaresimale con Papa Benedetto XVI — scrissi una lettera, pubblicata da «Avvenire», sul “bisogno di paternità” del vescovo da parte di noi preti. Ora come allora sono convinto che molto del nostro servizio ministeriale, come della fraternità sacerdotale, dipenda anche da questo.
 
Sono grato al Papa per questo primo moto interiore che la sua lettera mi ha suscitato, ma non è tutto!
 
Infatti, leggendo e meditando passo dopo passo il suo testo, ne ho sentito tutto il carattere “parenetico”. Sì, perché come un buon padre sa fare, è necessario non solo confermare, sostenere, proteggere i propri figli ma pure esortarli, stimolarli e incoraggiarli a sempre migliori obiettivi e traguardi.
 
Leggendo i quattro paragrafi: dolore, ringraziamento, coraggio e lode, ho sentito delinearsi in me una parola che le coniuga tutte. Una parola già delineata da santi Pontefici come Paolo VI e Giovanni Paolo II, riguardo la vita del prete. Una parola che si conforma al mistero tutti i giorni posto nelle nostre mani: Eucaristia. Ecco, meditando questa lettera in questi luoghi santi, più che mai, ho visto l’esortazione a fare della mia vita, del nostro ministero, una vera Eucaristia. Un rendimento di grazie dove il vissuto, spesso segnato dai tanti dolori, diventa reale offerta e condivisione, con coraggio e spirito di lode. Spezzare la propria vita con Cristo Gesù, nell’apparente fallimento secondo la logica umana, e farne nutrimento per gli altri, accolti e ricevuti come fratelli da “ungere” con la grazia dello Spirito che scorre in noi.
 
Con questi sentimenti e assai più aspirazioni, riparto da qui carico di così grandi tesori — contenuti in questo povero vaso di creta che sono — da poter offrire a tutti coloro che il Signore porrà sul mio cammino.
 
Grazie Santità e come noi non ci dimentichiamo di pregare per Lei, anche Lei non cessi di benedire questi suoi figli perché possiamo essere come il Maestro ci vuole.
 
di Massimo Tellan
Parroco di San Giovanni Crisostomo a Roma
 
 
 
L’ardore della prima ora
 
Per rispondere sinceramente alla lettera del Papa, la prima parola che devo scrivere in queste righe può essere solo una confessione.
 
Nell’enorme quantità di parole, comunicazioni, omelie, discorsi, udienze del Pontefice che ogni giorno giungono a questa Europa privilegiata dall’abbondanza di comunicazione (social network, informazione digitale, televisioni, radio, stampa, comunicazione interna della Chiesa), confesso che la lettera che Francesco ha scritto a noi sacerdoti, lo scorso 4 agosto, anche se da me letta il giorno dopo, ha richiamato poco la mia attenzione. Sul momento mi hanno colpito la cura, la gratitudine e l’incoraggiamento che il Santo Padre ci rivolgeva, come pure i moniti e i richiami che solitamente fa: il rischio della mondanità e della perdita di profondità spirituale e della preghiera, il pericolo dell’accidia e dello sconforto, la minaccia dell’allontanamento dal popolo e del rinchiudersi in gruppi chiusi ed elitari, la sventura dell’abuso di potere e di coscienza, il peccato criminale degli abusi sessuali. Ma la pubblicizzazione della lettera su Internet nei giorni successivi, secondo una prassi abituale di molti internauti di uso e abuso delle parole di Papa Francesco, tante volte scelte e troncate in base a interpretazioni personali, e non di rado usate come arma da lanciare contro i sacerdoti, ha fatto sì che mi dimenticassi in parte di quella lettera.
 
È stata poi la sfida di esprimere la mia opinione su di essa a farmela rileggere e a darle un’attenzione diversa. E nel farlo, ho potuto rivolgermi al Papa con affetto filiale e gratitudine, e con fiduciosa supplica per lui e per il suo ministero.
 
Grazie, Santo Padre, per aver testimoniato che la cura pastorale è il nostro modo prioritario di relazionarci con ogni persona, e per averci guidato lungo il cammino di conversione, nella trasparenza anche dopo il fallimento e il peccato, e nella solidarietà verso le vittime, i più poveri e vulnerabili.
 
Grazie, Santo Padre, per averci incoraggiato a vivere una paternità spirituale con tutti, sia in momenti di turbolenza, vergogna e sofferenza, sia in situazioni di sospetto e di contestazioni infondate, trovando parole e sentieri di speranza.
 
Grazie, Santo Padre, per averci esortato alla «memoria deuteronomica della nostra vocazione», ricordandoci che solo rimanendo nella preghiera di Cristo e con Cristo possiamo rinnovare la freschezza e l’ardore della prima ora e salire con lui sulla Croce, immergendoci con profondo tremito nella crocifissione del Signore, per contemplare il mondo attraverso i suoi occhi e abbracciare l’umanità e prendercene cura attraverso le sue braccia aperte.
 
Grazie, Santo Padre, per averci ricordato che solo l’abbandono fiducioso e diligente alla provvidenza di Dio, Colui che ci protegge e ci sostiene, è il cammino che ci porta a uscire da noi stessi e a prenderci cura di ogni persona, senza escluderne nessuna; ancor di più quando tocchiamo il dolore che opprime tanto i nostri fratelli e sorelle (angosce personali, ingiustizie sociali, mancanza di speranza, solitudine senza Dio e senza prossimo), al quale il mondo offre solo vie di fuga, di abbandono o di morte.
 
Grazie, Santo Padre, per averci fatto riprovare l’emozione vissuta con la scelta che Dio ha fatto un giorno di noi, non per le nostre capacità e i nostri meriti, ma per la sua tenerezza e misericordia, Lui che non desiste dal contare su di noi, perché conosce la miseria e la grandezza che s’incrociano dentro di noi.
 
Grazie, Santo Padre, per aver ravvivato la gioia spirituale di essere popolo, di scoprirci più autentici in questa appartenenza reciproca che addensa in noi l’immagine di Dio come comunione interpersonale, di sentirci più veri quando amiamo gratuitamente coloro ai quali ci avviciniamo, nelle loro ferite e nelle loro speranze.
 
Grazie, Santo Padre, per averci ripresentato la fraternità e l’amicizia tra noi sacerdoti e con il vescovo, vissute in modo concreto, attento, vicino e impegnato, capaci di sostenere nelle difficoltà e di temperare nella prosperità.
 
Grazie, Santo Padre, per averci ricentrato sul dono generoso della vita, approfondito nell’amorevole celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e nel ministero della Riconciliazione che ci tocca nel profondo, dove sperimentiamo di essere trasformati alla maniera del Signore, di essere riscattati misericordiosamente dal peccato e dalla fatica, di essere uniti al Corpo di Cristo che si va generando in noi e tra noi, di essere restituiti alla speranza e al definitivo che già tocchiamo e che ci attrae, di essere rinviati con nuovo ardore alla sua opera di pescare uomini.
 
Grazie, Santo Padre, per averci in tal modo esortati a rinnovare il dono della nostra consacrazione incondizionata a Cristo, che ci ha portati ad assumere la forma verginale, totale e universale del suo amore sponsale per la Chiesa e per il Regno. Mosso in questo contesto, la assicuro della mia totale fiducia e preghiera per la sua persona e il suo ministero, e mi permetto di esprimere la seguente supplica: il Signore le doni la luce dello Spirito Santo nell’ascolto e nella ricerca dei cammini necessari e ispirati per il sacerdozio sacramentale nelle diverse latitudini in cui la Chiesa peregrina (dall’Amazzonia alla Cina, dalla Germania al Mozambico, a Roma e nel mondo); come pure nella conservazione del legame profondo tra l’esperienza esistenziale della sacramentalità del sacerdozio di Cristo nel ministero ordinato e l’esperienza esistenziale dell’amore sponsale e verginale di Cristo per la sua Chiesa.
 
Grazie, Santo Padre, perché questo suo gesto di vicinanza invita ancora di più me, sacerdote del patriarcato di Lisbona, a un rinvigorito cammino di carità, affrettato ma senza ansia, guidato dalla nostra amata Madre celeste, cercato con i giovani, in questa missione evangelizzatrice che appartiene a tutta la Chiesa e che, Dio volendo, la porterà a Lisbona nel 2022.
 
Santo Padre, conti sulla mia preghiera per lei e per il suo ministero in questo tempo concreto del cammino della Chiesa.
 
di José Miguel Barata Pereira
Rettore del Seminario maggiore e canonico della cattedrale di Lisbona
 
 
Non ci sentiamo soli
 
Caro Papa Francesco, abbiamo ricevuto con piacere la tua lettera ai sacerdoti per il 160° anniversario della morte del Curato d’Ars, e, riuniti nel consiglio presbiteriale della nostra Chiesa che peregrina a Tucumán e dopo aver condiviso con tutti i sacerdoti nella riunione dei decanati, sentiamo il bisogno di scriverti poche semplici righe, soprattutto come espressione di ringraziamento per il tuo servizio e la tua vicinanza. Noi, come presbiterio a Tucumán, desideriamo camminare insieme in vicinanza e ascolto del fratello.
 
Vogliamo ringraziati per la tua considerazione per tanti sacerdoti che hanno donato e donano la propria vita nel silenzio e nell’anonimato: lo percepiamo anche nel nostro presbiterio e desideriamo fare un’offerta gradita al Signore e al popolo di Dio di questa dedizione sincera di tanti sacerdoti che hanno dato e danno la propria vita in questa Chiesa diocesana, per il loro lungo camminare, la loro fedeltà, la loro gioia, la loro testimonianza di perseveranza e di sopportazione, i loro gesti di amore e di generosità. Molti di loro sono stati per noi testimoni vivi dell’amore, della compassione e della misericordia di Dio e ci hanno aiutati a discernere la nostra propria vocazione.
 
Non è estraneo al nostro servizio ministeriale a Tucumán il dolore per i sospetti, gli interrogativi e le diffidenze; è una purificazione che stiamo sperimentando e che vogliamo vivere con spirito di pentimento, di conversione, mirando a una maggiore trasparenza e sincerità, e anche con profonda gioia.
 
Cerchiamo di rinnovare il nostro spirito sacerdotale; ti ringraziamo perché ci dai la certezza di sapere che non siamo soli, che c’è una Chiesa che ci accompagna lungo i sentieri del nostro cammino e che uniti, vescovo e sacerdoti, a partire dal nostro incontro con Gesù e con il suo popolo, la nostra identità sacerdotale come presbiterio s’illuminerà e si rafforzerà.
 
Come sacerdoti alla ricerca del Regno in questa Chiesa che peregrina a Tucumán volgiamo, ancora una volta, lo sguardo alla Nostra Signora della Mercede, redentrice dei prigionieri, chiedendole che ci renda sempre più liberi e continui ad accompagnarci in questa amata terra tucumana, e a te, Papa Francesco, nel tuo servizio alla Chiesa, che ci rende orgogliosi, sapendo che sei nostro compatriota e fratello e anelando alla tua presenza nella nostra terra.
 
Questo è il nostro modo di illuminare, camminando e cantando, avvicinandoci agli altri, benedicendo, sanando; che Maria, amica sempre attenta, come la luna tucumana, faccia sì che nella nostra vita non manchi mai la gioia e ci accompagni sempre con la sua tenerezza materna.
 
di Carlos Alberto Sánchez
Arcivescovo di Tucumán
insieme ai sacerdoti dell’arcidiocesi argentina
 
 
La potenza dell’amore per vincere ogni crisi
 
Non c’è segno più grande di comunione, sollecitudine e solidarietà pastorale che inviare una lettera piena d’amore, fraternità e speranza ai sacerdoti del mondo, in un contesto socio-ecclesiale in cui l’immagine e la funzione del sacerdote sono sempre più svilite, creando non solo un clima di scoramento e disperazione, ma soprattutto una crisi del sacerdozio ministeriale.
 
La lettera di Papa Francesco ai presbiteri in tutto il mondo presenta un Papa nel ruolo di Cristo, che si unisce ai suoi sacerdoti, “i discepoli di Emmaus” , sulle strade della disperazione, della tristezza e dello scoramento, per riscaldare i cuori, incoraggiare e soprattutto ravvivare in loro la speranza che, per quanto forte, il male non avrà l’ultima parola nella loro vita e nel loro ministero.
 
Il Papa dimostra ancora una volta di essere ben distante dai potenti di questo mondo, che regnano come padroni e fanno sentire il loro potere ai deboli. È diventato espressione tangibile della tenerezza dell’amore infinito di Dio per tutti i sacerdoti nel mondo. La crisi del sacerdozio ministeriale verrà sconfitta dalla potenza dell’amore.
 
È per questa ragione che, nell’attuale momento difficile e critico nella storia del sacerdozio ministeriale, da un lato ci sono molti sacerdoti che, lungi dall’essere giudicati, condannati e rifiutati perché ora sono sfigurati dalla forza del peccato, vorrebbero vedere prima il Papa e poi il mondo rivolgere loro uno sguardo di misericordia, uno sguardo che dica e ribadisca con forza che nulla è compromesso della loro speranza e che la sfida della santità è ancora possibile attraverso una conversione autentica. Dall’altro ci sono quei sacerdoti — e sono più numerosi — che desiderano essere sostenuti, incoraggiati e amati nel loro sforzo profetico quotidiano di vivere nella semplicità del loro ministero la verità del vangelo e le esigenze del loro impegno sacerdotale.
 
Adoperarsi per ravvivare la fiamma della consapevolezza sacerdotale ed eucaristica al centro del ministero presbiterale è un compito al quale deve dedicarsi tutto il popolo di Dio al fine di contrastare la crisi del sacerdozio ministeriale. Ciò sarà possibile soltanto se l’amore, nel quale giustizia e verità s’incontrano, rimarrà l’unico linguaggio degli uni e degli altri. Occorre ribadirlo con forza: la crisi del sacerdozio ministeriale verrà sconfitta dalla potenza dell’amore.
 
di Donald Zagore
Società delle missioni africane
 
 
Proposta esigente e necessaria
 
Nel leggere la lettera che Papa Francesco ha indirizzato ai presbiteri il 4 agosto scorso, mi sono ricordato subito delle parole del Salmo 103: «Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 103, 13-14). Il Papa si prende cura della fragilità umana e per questo parte dall’esperienza personale, da tutto ciò che ha sperimentato nella sua vita e nel suo ministero, per toccare le mie ferite e le mie fragilità come vero esperto della misericordia divina. Non si sofferma sulla miseria per giudicare o condannare ma, camminando con noi, traccia itinerari di speranza, sa trarre il bene da ogni caduta, all’orizzonte c’è sempre «un cuore che ha lottato per non diventare angusto ed amaro». In questa lettera ai presbiteri il Papa si rivela anche come il buon pastore che conosce le sue pecore, le accompagna (mi colpisce il fatto che usi sempre la seconda persona del plurale), ci accompagna negli imprevisti e nei crocevia della vita. È davvero una parola di sprone e d’incoraggiamento! Sia benedetto Dio che ci concede il pastore che, in ogni tempo e circostanza, ci porta a Gesù e alla sua misericordia.
 
Nella tribolazione Papa Francesco traccia percorsi di speranza assumendo coraggiosamente la verità, anche se dolorosa, ricordandoci che solo la verità rende liberi. Per questo qui la proposta è esigente e necessaria: dall’omissione alla conversione. Le ferite aperte dallo scandalo della pedofilia e da tanti altri provocati dai peccati del clero ci permettono di riconoscere il panorama, non per soffermarci sulla disgrazia ma per essere nuovamente fecondi. Il Papa conosce il cammino, sa che la fedeltà a Dio e alla sua volontà reca frutti, che l’umiliazione e la vessazione purificano la Chiesa, salvano la Chiesa «dall’ipocrisia, dalla spiritualità delle apparenze». Sono molto grato al Santo Padre per averci ricordato che soltanto la verità ci rende liberi, soltanto lo Spirito Santo ci permette di vincere la paura dell’umiliazione e abbracciare il dolore dei fratelli più piccoli feriti dal peccato del clero.
 
Nel campo della gratitudine, è stato sorprendente l’invito del Papa a fare memoria costante della storia che Dio fa con noi. Sì, in mezzo alle fatiche, alle frustrazioni, ai malintesi, è tanto importante ritornare all’inizio del cammino. Ricordare quell’impeto appassionato del risveglio della vocazione, recuperare il cuore a cuore con il Maestro, riascoltare il Signore che mi invita ad avere compassione del popolo affamato. All’inizio della festa è stato confortante l’invito a guardare di nuovo al primo istante per non dimenticare che è Dio che mi sorregge e non la mia autosufficienza, a cui tante volte mi afferro e finisco col perdere. Ritornare all’inizio del cammino mi aiuta a percepire che più importante delle mie capacità è la mano tesa del Signore, sempre fedele alla sua Alleanza. La gratitudine, come scrive il Papa, «è un’arma potente» e apre la porta allo Spirito Santo perché operi nel cuore del pastore. Dio è fedele, il Papa loda la misericordia di Dio in tutta la lettera e mi ricorda che il cammino migliore è la celebrazione di tale fedeltà, più grande e più luminosa della mia fragilità e del mio peccato. Dio non desiste mai e perciò posso lodare con il Papa la misericordia del Signore. Perseverare nel Signore rafforza i vincoli della fraternità e forgia il cuore che si china e si lascia commuovere nelle viscere. M’imprimerò sul petto queste parole del Santo Padre: «Niente è così urgente come queste cose: prossimità, vicinanza, essere vicini alla carne del fratello sofferente».
 
Partire dalla misericordia del Padre risveglia l’ardore apostolico e missionario. Partire sempre da Dio è una sfida costante perché è più seducente partire da me e dalle mie capacità. Perciò è così importante aprirsi al rapporto con il Padre, fonte di tutte le benedizioni, fare l’esperienza del Figlio che si lascia guidare, della pecora che si lascia pascere. Sfidare l’assuefazione a cercare me stesso, appoggiarmi al Signore: «Restare davanti al Signore lasciando che il suo sguardo percorra la mia vita», entrare nella gioia di Cristo, consiste in questo il segreto dell’apostolo. L’esortazione alla vita interiore e orante, sempre tanto insistente nei documenti del magistero pontificio, acquista qui una tonalità nuova. Alla tua Luce vediamo la Luce, nella preghiera e nell’intimità con Dio imparo a fare l’esperienza della docilità, l’esperienza di figlio e percepisco che «il Signore è il primo a pregare e a lottare per me». Entrare nella preghiera di Cristo mi permette di acquisire i sentimenti di Cristo e uscire con Lui dove e come il Signore mi invierà. Fuggire dalla preghiera di Cristo mi porta a ricercare «un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, i quali lungi dal far commuovere le nostre viscere finiscono per allontanarci dalle ferite proprie, da quelle degli altri e, quindi, dalle ferite di Gesù».
 
Forte nella tribolazione, perché afferrato al Signore, grato e riconoscente per aver sperimentato che tutto parte dall’iniziativa di Dio e che la sua fedeltà ha il potere di curarmi e di liberarmi dalla paura e dall’accidia, figlio nel Figlio, unto per ungere, unito nella preghiera alla Sposa, so che questo è il cammino della gioia e della fecondità. Da qui l’insistenza del Papa sulla preghiera incarnata nella storia, sulla preghiera «che porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente». Solo la preghiera mi permette di focalizzarmi, di ricentrami sull’essenziale. Legato a Gesù e alla comunità, so che il Signore mi fa sposare con la sua Chiesa, riscopro l’identità del pastore. Non sono celibe, il Signore mi ha fatto sposare con la comunità. Chiamato a essere «artigiano di relazione e comunione», imparo con la Vergine Maria la semplicità della lode, l’umiltà che dà spazio alla grazia per operare e, attraverso di me e nonostante me, continuare a compiere meraviglie per il suo popolo. Le sono grato, Santo Padre, per le parole che incoraggiano, consolano, risvegliano al bisogno sempre più grande di uscire con Cristo per andare incontro alla pecora smarrita e di lasciarmi trovare ogni giorno dal Buon Pastore.
 
di Bruno Machado
Parroco di Nossa Senhora da Conceição dos Olivais e Santa Maria dos Olivais a Lisbona