Continuando la riflessione iniziata in Avvento sul versetto del salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2), in questa prima predica quaresimale vorrei meditare con voi sulla condizione essenziale per “vedere” Dio.
 
Secondo Gesú, essa è la purezza di cuore: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8), dice in una delle sue beatitudini. Sappiamo che puro e purezza hanno nella Bibbia, come del resto nel linguaggio comune, una gamma vastissima di significati. Il Vangelo insiste su due ambiti in particolare: la rettitudine delle intenzioni e la purezza dei costumi. Alla purezza delle intenzioni si oppone l’ipocrisia, alla purezza dei costumi l’abuso della sessualità. Nell’ambito morale, con la parola “purezza” si designa comunemente un certo comportamento nella sfera della sessualità, improntato al rispetto della volontà del Creatore e della finalità intrinseca della stessa sessualità.
 
Non possiamo entrare in contatto con Dio, che è spirito, altrimenti che mediante il nostro spirito. Ma il disordine o, peggio, le aberrazioni in questo campo hanno l’effetto costatato da tutti di ottenebrare la mente. È come quando si agitano i piedi in uno stagno: il fango, dal fondo, si solleva e intorbida tutta l’acqua. Dio è luce e una tale persona “odia la luce”.
Il peccato impuro non fa vedere il volto di Dio, o, se lo fa vedere, lo fa vedere tutto deformato. Fa di lui, non l’amico, l’alleato e il padre, ma l’antagonista, il nemico. L’uomo carnale è pieno di concupiscenze, desidera la roba d’altri e la donna d’altri. In questa situazione Dio gli appare come colui che sbarra la strada ai suoi desideri cattivi con quei suoi perentori “Tu devi!”, “Tu non devi!” Il peccato suscita nel cuore dell’uomo, un sordo rancore contro Dio, al punto che, se dipendesse da lui, egli vorrebbe che Dio non esistesse affatto.
 
In questa occasione, tuttavia, più che sulla purezza dei costumi, vorrei insistere sull’altro significato dell’espressione “puri di cuore”, e cioè sulla purezza o rettitudine delle intenzioni, in pratica sulla virtù contraria all’ipocrisia. Ci orienta in questo senso anche il tempo liturgico che stiamo vivendo. Abbiamo iniziato la Quaresima, il Mercoledì delle ceneri, riascoltando le ammonizioni martellanti di Gesú:
“Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti…Quando pregate non siate simili agli ipocriti…E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6, 1-18)
 
È sorprendente quanto il peccato d’ipocrisia – il più denunciato da Gesù nei vangeli-, entri poco nei nostri ordinari esami di coscienza. Non avendo trovato in nessuno di essi la domanda: “Sono stato ipocrita?”, io ho dovuto mettercela per conto mio, e raramente ho potuto passare indenne alla domanda successiva. Il più grande atto di ipocrisia sarebbe nascondere la propria ipocrisia. Nasconderla a se stessi e agli altri, perché a Dio non è possibile. L’ipocrisia è in gran parte vinta, nel momento che è riconosciuta. Ed è quello che ci proponiamo di fare in questa meditazione: riconoscere la parte di ipocrisia, più o meno cosciente, che c’è nelle nostre azioni.
 
L’uomo –ha scritto Pascal – ha due vite: una è la vita vera, l’altra quella immaginaria che vive nell’opinione, sua o della gente. Noi lavoriamo senza posa ad abbellire e conservare il nostro essere immaginario e trascuriamo quello vero. Se possediamo qualche virtù o merito, ci diamo premura di farlo sapere, in un modo o in un altro, per arricchire di tale virtù o merito il nostro essere immaginario, disposti perfino a farne a meno noi, per aggiungere qualcosa a lui, fino a consentire, talvolta, a essere vigliacchi, pur di sembrare valorosi e a dare anche la vita, purché la gente ne parli .
Cerchiamo di scoprire l’origine e il significato del termine ipocrisia. La parola deriva dal linguaggio teatrale. All’inizio significava semplicemente recitare, rappresentare sulla scena. Agli antichi non sfuggiva l’intrinseco elemento di menzogna che c’è in ogni rappresentazione scenica, nonostante l’alto valore morale e artistico che le viene riconosciuto. Di qui il giudizio negativo che si portava sul mestiere dell’attore, riservato, in certi periodi, agli schiavi e proibito addirittura dagli apologisti cristiani. Il dolore e la gioia ivi rappresentati ed enfatizzati non sono vero dolore e vera gioia, ma parvenza, affettazione. Alle parole e agli atteggiamenti esteriori non corrisponde l’intima realtà dei sentimenti. Quello che è sulla faccia non è quello che c’è nel cuore.
 
Noi usiamo la parola fiction in senso neutrale o addirittura positivo (è un genere letterario e di spettacolo molto in voga ai nostri giorni!); gli antichi le davano il senso che essa ha in realtà: quello di finzione. Ciò che di negativo c’era nella finzione scenica è passato nella parola ipocrisia. Da parola originariamente neutra, essa è diventata parola esclusivamente negativa, una delle poche parole con significati tutti e solo negativi. C’è chi si vanta di essere orgoglioso o libertino, nessuno di essere ipocrita.
 
L’origine del termine ci mette sulle tracce per scoprire la natura dell’ipocrisia. Essa è fare della vita un teatro in cui si recita per un pubblico; è indossare una maschera, cessare di essere persona per diventare personaggio. Il personaggio non è altro che la corruzione della persona. La persona è un volto, il personaggio una maschera. La persona è nudità radicale, il personaggio è tutto abbigliamento. La persona ama l’autenticità e l’essenzialità, il personaggio vive di finzione e di artifici. La persona ubbidisce alle proprie convinzioni, il personaggio ubbidisce a un copione. La persona è, umile e leggera, il personaggio è pesante ed ingombrante.
Questa tendenza innata dell’uomo è accresciuta enormemente dalla cultura attuale dominata dall’immagine. Film, televisione, internet: tutto si basa ormai prevalentemente sull’immagine, Cartesio ha detto: “Cogito ergo sum”, penso dunque sono; ma oggi si tende a sostituirlo con “appaio, dunque sono”. Un famoso moralista ha definito l’ipocrisia “il tributo che il vizio paga alla virtù” . Essa insidia soprattutto le persone pie e religiose. Un rabbino del tempo di Cristo diceva che il 90% dell’ipocrisia del mondo si trovava a Gerusalemme . Il motivo è semplice: dove più forte è la stima dei valori dello spirito, della pietà e della virtù, lì è più forte anche la tentazione di affettarle per non sembrarne privi.
 
Un pericolo viene anche dalla moltitudine dei riti che le persone pie sono solite compiere e delle prescrizioni che sono impegnate a osservare. Se non sono accompagnati da un continuo sforzo di immettere in essi un’anima, mediante l’amore per Dio e per il prossimo, essi diventano gusci vuoti. “Queste cose –dice san Paolo parlando di certi riti e prescrizioni esteriori- hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne” (Col 2, 23). In questo caso, le persone conservano, dice l’Apostolo, “la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore” (2 Tm 3,5).
 
Quando l’ipocrisia diventa cronica crea, nel matrimonio e nella vita consacrata, la situazione di “doppia vita”: una pubblica, palese, l’altra nascosta; spesso una diurna, l’altra notturna. È lo stato spirituale più pericoloso per l’anima, dal quale diventa difficilissimo uscire, a meno che non intervenga qualcosa dall’esterno a infrangere il muro dentro cui ci si è chiusi. È lo stadio che Gesú descrive con l’immagine dei sepolcri imbiancati:
 
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità” (Mt 23, 27-28).
Se ci domandiamo perché l’ipocrisia è tanto in abominio davanti a Dio”, la risposta è chiara. L’ipocrisia è menzogna. È occultare la verità. Inoltre nell’ipocrisia l’uomo declassa Dio, lo mette al secondo posto, collocando al primo posto le creature, il pubblico. È come se in presenza del re, uno gli voltasse le spalle per rivolgere la sua attenzione unicamente ai servi. “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16, 7): coltivare l’apparenza più che il cuore, significa automaticamente dare più importanza all’uomo che a Dio.
 
L’ipocrisia è dunque essenzialmente mancanza di fede, una forma di idolatria in quanto mette le creature al posto del Creatore. Gesù fa derivare da essa l’incapacità dei suoi nemici di credere in lui: “Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5, 44). L’ipocrisia manca anche di carità verso il prossimo, perché tende a ridurre gli altri ad ammiratori. Non riconosce loro una dignità propria, ma li vede solo in funzione della propria immagine. Numeri della audience e nulla più.
Una forma derivata di ipocrisia è la doppiezza o l’insincerità. Con l’ipocrisia si cerca di mentire a Dio; con la doppiezza nel pensare e nel parlare si cerca di mentire agli uomini. Doppiezza è dire una cosa e pensarne un’altra; dire bene di una persona in sua presenza e dirne male appena ha voltato le spalle.
 
Il giudizio di Cristo sull’ipocrisia è come una spada fiammeggiante: “Receperunt mercedem suam”: “hanno ricevuto la loro ricompensa”. Hanno firmato una quietanza, non possono attendersi altro. Una ricompensa, oltretutto, illusoria e controproducente anche sul piano umano, perché è verissimo il detto che “la gloria fugge chi la insegue e insegue chi la fugge”.
È chiaro che la nostra vittoria sull’ipocrisia non sarà mai una vittoria di primo acchito. A meno di essere giunti a un livello altissimo di perfezione, non possiamo evitare di sentire d’istinto il desiderio di apparire in buona luce, di fare bella figura, di piacere agli altri. La nostra arma è la rettificazione dell’intenzione. Alla retta intenzione si giunge mediante la rettificazione costante, giornaliera, della nostra intenzione. L’intenzione della volontà, non il sentimento naturale, è ciò che fa la differenza agli occhi di Dio
 
Se l’ipocrisia consiste nel mostrare anche il bene che non si fa, un rimedio efficace per contrastare questa tendenza è nascondere anche il bene che si fa. Privilegiare quei gesti nascosti che non saranno sciupati da nessuno sguardo terreno e conserveranno tutto il loro profumo per Dio. “A Dio, dice san Giovanni della croce, piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza il desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini”. E ancora: “Un’azione fatta interamente e puramente per Dio, con cuore puro, crea tutto un regno per chi la fa” .
Gesù raccomanda con insistenza questo esercizio: “Prega nel segreto, digiuna nel segreto, fa’ l’elemosina in segreto e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (cf. Mt 6, 4-18). Sono delicatezze nei confronti di Dio che tonificano l’anima. Non si tratta di fare di ciò una regola fissa. Gesù dice anche: ”Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 16). Si tratta di distinguere quando è bene che gli altri vedano e quando è meglio che non vedano.
 
La cosa peggiore che si può fare, al termine di una descrizione dell’ipocrisia, è quella di servirsene per giudicare gli altri, per denunciare l’ipocrisia che c’è intorno a noi. È proprio a costoro che Gesù applica il titolo di ipocriti: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello!” (Mt 7,5). Qui è veramente il caso di dire: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,7). Chi può dire di essere del tutto esente da qualche forma di ipocrisia? di non essere un po’ anche lui un sepolcro imbiancato, diverso all’interno da quello che appare all’esterno? Forse soltanto Gesú e la Madonna sono stati esenti, in modo stabile e assoluto, da ogni forma di ipocrisia. Il fatto consolante è che appena uno dice: “Sono stato ipocrita”, la sua ipocrisia è vinta.
 
“Se il tuo occhio è semplice”
La parola di Dio non si limita a condannare il vizio dell’ipocrisia; essa ci spinge anche a coltivare la virtù opposta che è la semplicità. “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso” (Mt 6,22). La parola “semplicità” può avere –ed ha anche oggi – il senso negativo di dabbenaggine, ingenuità, superficialità e imprudenza. Gesú si preoccupa di escludere questo senso; alla raccomandazione: “Siate semplici come colombe”, fa seguire infatti l’invito a essere anche “prudenti come serpenti” (Mt 10,16).
San Paolo riprende e applica alla vita della comunità cristiana l’insegnamento evangelico sulla semplicità. Nella Lettera ai Romani scrive: “Chi dona, lo faccia con semplicità” (Rom 12, 8). Si riferisce, in primo luogo, a coloro che nella comunità sono preposti a opere di carità, ma la raccomandazione di applica a tutti: non solo a chi dà del proprio denaro, ma anche a chi da del proprio tempo, del proprio lavoro. Il senso è di non far pesare quello che si fa per gli altri o nel proprio ufficio. Alessandro Manzoni che nel suo romanzo “I Promessi sposi” ha incarnato così bene lo spirito del Vangelo, ha una scenetta delicatissima a questo riguardo. Il buon sarto del paese
 
“Interruppe il discorso da sé, come sorpreso da un pensiero. Stette un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch’eran sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore: – piglia qui –. Le diede nell’altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: – va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina” .
L’apostolo Paolo parla di semplicità anche in un altro contesto che ci interessa particolarmente perché attinente alla Pasqua. Scrivendo ai Corinzi dice:
”Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5, 7-8).
 
La festa che l’Apostolo invita a celebrare non è una festa qualunque, ma la festa per eccellenza, l’unica festa che il cristianesimo conosce e celebra nei primi tre secoli della sua storia, e cioè la Pasqua. La vigilia della Pasqua, il 13 Nisan, il rituale ebraico ordinava che la padrona di casa perlustrasse al lume di candela tutta la casa, rovistando ogni angolo, per far sparire ogni piccolo vestigio di pane fermentato e celebrare così, l’indomani, la Pasqua con solo pane azzimo. Il fermento infatti era per gli ebrei sinonimo di corruzione e il pane azzimo, simbolo di purezza, novità e integrità. In questo senso Gesù chiama l’ipocrisia un fermento, “il fermento dei farisei” (Lc 12, 1).
 
San Paolo vede nella pratica rituale ebraica una grandiosa metafora della vita cristiana. Cristo è stato immolato; è lui la vera Pasqua di cui quella antica era un’attesa; bisogna dunque perlustrare la casa interiore, il cuore, spogliarsi di tutto ciò che è vecchio e corrotto, per essere “una pasta nuova”; fare, anche dentro di noi, la grande pulizia primaverile. La parola greca heilikrineia che è tradotta con “sincerità” contiene l’idea di splendore solare (helios) e di prova o giudizio (krino) e significa perciò una trasparenza solare, qualcosa che è stato provato contro luce e trovato puro.
 
La virtù della semplicità ha il modello più sublime che si possa pensare: Dio stesso. Sant’Agostino ha scritto: “Dio è trino, ma non è triplice” . Egli è la stessa semplicità. La Trinità non distrugge la semplicità di Dio, perché la semplicità riguarda la natura e la natura di Dio è una e semplice. San Tommaso raccoglie fedelmente questa eredità, facendo della semplicità il primo degli attributi di Dio .
La Bibbia esprime questa stessa verità in maniera concreta, per mezzo di immagini: ”Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Gv 1, 5). L’assenza di qualsiasi mescolanza è anche uno dei molteplici significati del titolo divino Qadosh, Santo. Pura pienezza, pura semplicità. La grande mistica santa Caterina da Genova designa questo aspetto della natura divina, di cui era innamorata, con netto, nettezza, un termine che indica, insieme, purezza e interezza, pienezza e omogeneità assoluta. Dio è “tutto d’un pezzo”. La semplicità di Dio è “pura pienezza”; a lui, dice la Scrittura, “nulla può essere aggiunto e nulla tolto” (Sir 42, 21). In quanto è somma pienezza, niente gli può essere aggiunto; in quanto è somma purezza, niente gli deve essere tolto. In noi le due cose non sono mai unite; l’una contraddice l’altra. La nostra purezza è ottenuta sempre togliendo qualcosa, purificandoci, “togliendo il male dalle nostre azioni” (cf. Is 1, 16).
 
Qualunque azione, benché piccola, se compiuta con intenzione pura e semplice, ci fa essere “a immagine e somiglianza di Dio”. L’intenzione pura e semplice raccoglie le forze disperse dell’anima, prepara lo spirito e lo unisce a Dio. Essa è principio, fine e ornamento di tutte le virtù. Tendendo a Dio solo e giudicando le cose in rapporto a lui, la semplicità respinge e debella la finzione, l’ipocrisia e ogni duplicità… Questa intenzione pura e retta è quell’occhio semplice di cui parla Gesù nel Vangelo, che illumina tutto il corpo, cioè tutta la vita e gli atti dell’uomo e li preserva immuni dal peccato.
Quella della semplicità è una delle conquiste più ardue e più belle del cammino spirituale. La semplicità è propria di chi è stato purificato da una vera penitenza, perché è frutto di un totale distacco da se stessi e di un amore disinteressato verso Cristo. La si raggiunge a poco a poco, senza scoraggiarsi per le cadute, ma con ferma determinazione di cercare Dio per lui stesso e non per noi stessi.
Se posso permettermi di suggerire un proposito al termine di questa meditazione, esso è di cercare nel salterio, o nella liturgia delle ore, il salmo 139; recitarlo lentamente e ripetutamente, come se lo leggessimo per la prima volta, anzi come se lo stessimo componendo noi stessi o fossimo i primi a pronunziarlo. Se l’ipocrisia e la doppiezza consistono nel ricercare lo sguardo degli uomini più che quello di Dio, qui troviamo il rimedio più efficace. Recitare questo salmo è come sottoporsi a una specie di radiografia, come esporsi ai raggi X. Ci si sente attraversati da parte a parte dallo sguardo di Dio. Io ricordo sempre l’impressione di quando per la prima volta lo recitai nel modo che ho detto. Comincia così:
“Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, gia la conosci tutta…
Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.
Se dico: Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte;
nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce”.
 
La cosa meravigliosa è che questa presa di coscienza di essere sotto lo sguardo di Dio non crea un sentimento di vergogna o di disagio, come chi si sente osservato e scoperto nei suoi pensieri più segreti; al contrario, da gioia perché si capisce che è lo sguardo di un padre che ci ama e ci vuole perfetti come lui è perfetto. Il salmista termina infatti la sua preghiera con il grido esultante:
 
”Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita”.
 
Sì, vedi, Signore, se seguiamo una via di menzogna e guidaci, in questa Quaresima, sulla via della semplicità e della trasparenza. Amen.
 
1. Cf. B. Pascal, Pensieri, 147 Br.
2. La Rochefoucauld, Massime 218.
3.Cf. Strack-Billerbeck, I, 718.
4.S. Giovanni della Croce, Massime, 20 e 21.
5.Manzoni, I promessi Sposi, cap. XXIV.
6.S. Agostino, De Trinitate, VI, 7.
7.S. Tommaso d’Aquino, S.Th. I,3,7