Gesù ha dato alla Chiesa una forma discepolare 
 
Una delle problematiche importanti che la riflessione teologica ha affrontato negli ultimi decenni è quella della figura di Chiesa che Gesù avrebbe delineato: la forma di Chiesa voluta da Gesù non solo per quella del suo tempo, evidentemente, ma per quella di ogni tempo. A ben esaminare i Vangeli, una delle forme dominanti della Chiesa voluta da Gesù (e che vuole per tutti i tempi) è certamente la figura discepolare (cf. D. Bonhöffer, Sequela, Queriniana, Brescia 2001). Gesù ha raccolto attorno a sé discepoli, li ha educati al Regno, li ha istituiti soggetti di Chiesa, cosicché questa è stata pensata non provvisoriamente, ma per sempre, come Chiesa di discepoli che in buona sostanza significa di imitatori e testimoni di Cristo (cf. Ch.M. Guillet, La Chiesa. Comunità di testimoni nella storia, Queriniana, Brescia 1990). 
 
Una testimonianza paradigmatica della pluralità dei percorsi ecclesiologici è certamente l’opera del 1974, apparsa diversi anni fa in traduzione italiana, di A. Dulles: Modelli di Chiesa, Messaggero, Padova 2005 (trad. dell’edizione inglese). Il teologo gesuita, in quest’opera, ha sintetizzato le varie ecclesiologie attorno a dei modelli, ossia a delle immagini semplificate di realtà molto complesse, che in sé stesse sarebbero difficilmente analizzabili, delle quali proprio i modelli mettono in luce il nucleo delle relazioni strutturali. 
 
Maria chiede che, come lei, anche la Chiesa sia Discepola 
 
Nell’ecclesiologia del secolo XX A. Dulles individua cinque modelli: la Chiesa come istituzione, la Chiesa comunione mistica, la Chiesa come sacramento, la Chiesa dell’annuncio, la Chiesa del servizio. Ma, fortunatamente, nell’edizione del 1987, egli aggiunge un sesto modello: la Chiesa comunità dei discepoli. Tale forma di Chiesa è così fondamentale e comprensiva di sensi, da poter essere considerata — davvero con buon intuito e a buone ragioni — come l’unica figura nella quale possono convergere i tratti caratteristici della Chiesa e nella quale trovare la sintesi degli altri modelli ecclesiologici. Il ritorno a una concezione di Chiesa discepolare è sollecitata da tante esigenze cresciute dopo il Concilio Vaticano II: 
1) la sensibilità ecumenica suggerisce la sottolineatura della dimensione discepolare in ecclesiologia perché accentua l’elemento di fraternità, la concentrazione cristologica, la comune subordinazione a Cristo Maestro;
2) il recupero dell’aspetto battesimale nel cattolicesimo, con la connessa rivalutazione dei laici, trova una grande congenialità con il rifiorire della teologia del discepolato poiché questo è un elemento unitario che ben si collega al “principio di totalità” creato nella Chiesa proprio dall’evento battesimale; 
3) l’attenzione che oggi si pone sul valore della testimonianza fa penare favorevolmente all’idea di concepire una Chiesa di discepoli, ossia di testimoni; dinanzi allo scollamento tra le richieste e problematiche del mondo e le risposte della Chiesa, dinanzi al dissenso mostrato da frange ecclesiali e da semplici cristiani, una delle personalità spirituali più significative del Novecento, che ha insegnato magistralmente la “mistica della prossimità”, presenta l’esigenza di una pratica cristiana radicale, sulla forma di quella del paleo-cristianesimo e prospetta una Chiesa capace di camminare a fianco degli uomini del suo tempo e di raccoglierne le provocazioni (cf. E. Natali, Madeleine Delbrêl: una Chiesa di frontiera, Dehoniane, Bologna 2010, dall’Introduzione). 
 
Non solo Madre, ma prima Discepola di Cristo 
 
San Paolo VI, nell’allocuzione di chiusura del terzo periodo del Concilio Vaticano II (21.11.1964), affermò che Maria «nella sua vita terrena ha realizzato la perfetta figura del discepolo di Cristo», e nell’esortazione Marialis cultus (2.2.1974, n. 35) propose la Vergine quale «prima e più perfetta discepola di Cristo». Da allora, sono ormai diversi decenni che la riflessione mariologica ha valorizzato la visione della Vergine di Nazaret quale «discepola del Signore», riscoprendo così anche una profonda vena patristica; in essa troviamo il noto testo di sant’Agostino: «Forse non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria [...]? ha fatto, sì certamente la volontà del Padre Maria Santissima e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. Lo ripetiamo: fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere discepola di Cristo che essere madre di Cristo» (Sermo 25,7)». 
Senza alcun dubbio la riconsiderazione viva che si ripropone di considerare Maria come discepola è una scelta che è felicemente in tono con le migliori arie che soffiono nella chiesa: con l’aria ecumenica (la Discepola è figura che mostra con umiltà con tutti i fratelli di Gesù la condivisione dei beni del Regno), con l’aria missionaria (la Discepola è incamminata con Cristo verso le terre degli uomini a portare i beni del Regno che tutto comprendono), con l’aria di casa nella Chiesa (la Discepola è anche la Madre che assicura gli odori del pane, del vino, dell’olio che custodisce nella “madia di casa”, facendo sentire il rispetto, la confidenza, il calore, l’intimità della vita familiare. 
 
La “carriera” ecclesiale dei cristiani e delle cristiane finisce col discepolato 
 
Dinanzi agli occhi credenti dei cristiani e delle cristiane di oggi c’è l’icona di Maria Discepola a ricordare che il Maestro viene prima di tutti e di tutte. Lei lascia nell’anima dei discepoli l’eco santa di quando disse ai servi delle nozze di Cana, dal biblista Aristide Serra chiamato il suo “testamento spirituale”: «Fate quello che egli vi dirà» (Giovanni 2,5). Di fatto, la Chiesa è discepolare per sempre: perciò da cristiani si è alla scuola di Gesù, Maestro sempre contemporaneo. All’interno della comunità dei discepoli Gesù sceglie i Dodici (cf. Luca 6,13). Essi evidentemente sono discepoli speciali, con consegne ecclesiali e sul Regno particolari: sono ammessi a un’intimità maggiore e più forte con Cristo, oltre a essere immessi in un circolo d’azione magisteriale e pedagogica più fitta e articolata, più impegnativa e densa di responsabilità. Tuttavia, di là di ogni particolarità, essi restano anzitutto e sempre discepoli. 
Anche oggi è così: noi, nella nostra corsa di fede e nel nostro cammino di esodo, arriviamo primi solo se arriviamo secondi alle spalle di Cristo. Questo significa che il discepolato, che vede uniti nella stessa fedeltà intorno a Cristo tutti i soggetti di Chiesa (Papa, Vescovi, Presbiteri, Diaconi, Religiosi e Religiose, laici e laiche), è il vertice dell’esperienza cristiana. 
Il discepolato non separa dentro la Chiesa, come non la separa dagli uomini ai quali rivolge la sua opera missionaria come Chiesa in uscita. Il discepolato crea comunione sempre e segna il vertice dell’esperienza ecclesiale: la “carriera” (la testimonianza, la pastorale, la missione) dei cristiani e delle cristiane nella Chiesa finisce nel e col discepolato. In più: quello che i cristiani ordinati hanno di specifico nel loro servizio alla Chiesa e al Regno è per la Comunità discepolare. Nel cristianesimo, alla fine, oltre la discepolanza non si va né come singoli né come Chiesa. 
 
Maria come paradigma della “donna nuova” 
 
Maria Discepola va conosciuta, contemplata e meditata come la Donna che vive in maniera estroversa, ossia per gli altri (per Cristo e i fratelli), offrendosi umilmente quale esempio eccellente di una femminilità compiuta, degna di essere protetta, imitata e promossa. La Discepola ispira e incoraggia la Chiesa e tutte le donne che in essa desiderano avere una presenza sempre più attiva e impegnata a camminare verso l’orizzonte disegnato da tale sua femminilità che tanto sa di umanità e di Vangelo. 
 
Questa presenza più significativa, più importante — forse anche decisiva delle donne dentro la Chiesa per le sorti della missione — va preparata in comunione con i fratelli di fede (dai semplici “cristifideles” a quelli consacrati per i ministeri ordinati) aggiungendo così, in modo evidente, alla Comunità cristiana il colore tipicamente mariano della discepolarità che, in modo concreto e profondo, s’imprime sul suo volto se ogni sua figlia ritempra il proprio “cuore” con gli umori e i colori del Vangelo. 
In concreto, per stare al seguito di Gesù Maestro e Pastore, occorre far crescere che la donna coltivi dentro di sé la maturazione di un “cuore discepolare”. Di questo cuore, uno e molteplice, Maria è l’esempio migliore. Lei è Donna dal cuore evangelico e chiede a tutti e a tutte di avere come lei un gran cuore per Dio e per tutte le creature uscite dalla sua mano di Creatore. 
 
La Chiesa ha bisogno di “donne di cuore” 
 
Alla fine l’uomo è solo un po’ di cuore. La stessa cosa può essere detta del cristiano e qui, nella nostra riflessione teologica sulla discepolanza femminile, dobbiamo dirlo delle donne cristiane. La Chiesa, oltre a tanto altro, ha bisogno oggi di donne che esprimano nella Chiesa e nella missione la loro sapientia cordis, ossia di una sapienza umano-cristiana-ecclesiale che conosca la modulazione femminile, che s’irradia da un cuore a più dimensioni. 
 
Un cuore ospitale, ossia un cuore che reca con sé tutti i toni della misericordia, mostrandosi attrattivo, accogliente, rispettoso, premuroso, tollerante, benevolo, cioè allenato a vivere la fraternità battesimale e la familiarità eucaristica con Cristo. 
 
Un cuore conviviale, cioè un cuore amorevole, disponibile all’ascolto, disposto a precedere nel dare intorno alla tavola della mensa («Mangia prima tu…», «Prendi di più tu…»), sempre e totalmente abbandonato alla fiducia nell’altro. Una donna discepola, al modo di Maria Donna eucaristica, ha cuore conviviale se possiede in modo stabile la virtù della convivialità, ossia la confidenza dell’appartenenza alla stessa famiglia ecclesiale. Per una donna discepola sarà doveroso coltivare una personalità ecclesiale intonata a comportamenti di calda e umana intesa, di sincera e partecipe amicizia, di mutua solidarietà, con un cuore che indirizzi i suoi battiti di amore sapiente e fattivo verso l’intera tenda planetaria. 
 
Un cuore attento, che si sforza di tendere in, d’intendere a, e di attendere che: sono tutti movimenti d’allontanamento da sé, di apertura all’altro, di deconcentrazione da sé e di concentrazione sull’altro, di disponibilità a realtà che sono al di là di sé stessi per dedicarsi a esse con generosità piena. Il cuore di una donna discepola sarà a vantaggio di tutta la chiesa, in similitudine con come quello di Maria, se sarà amorosamente attento suscitando tenerezza verso il prossimo, il creato e l’intera famiglia umana. La condizione di base di tutto questo è che il cuore della donna discepola sia anche un cuore umilmente attento: infatti, l’attenzione, come l’umiltà, fa semplici, essenziali, sobri con un’opera di “svuotamento”: Perciò, la donna discepola, come ha fatto Maria, si lascia scavare il cuore dall’azione composita di Gesù Maestro e dello Spirito, l’interprete primo del Vangelo, l’attualizzatore dei beni messianici, «l’altra mano del Padre» (S. Ireneo, Contro gli eretici, IV, 20, 1). 
 
Un cuore pellegrino, senza il pellegrinare non è cammino di fede, né meditazione orante, né esperienza di esodo penitente e festiva. La donna discepola sa che il ‘camminare a piedi’ le ricorda che la sua prima cittadinanza è quella del deserto da traversare, al termine del quale c’è il Cielo di Dio, la Patria trinitaria. Lassù, dentro il cuore del Padre, finiscono anche tutte le itineranze umane, alcune delle quali sofferte, talora lancinanti e devastanti (quelle dei profughi, degli esiliati, dei nomadi, degli esuli politici, degli sbandati, dei senza mete). E in più vi sono le itineranze di natura ampiamente spirituale o di natura solo psicologica: «La scena del nostro mondo è piena a vario titolo di camminatori a piedi, di nomadi, di ombre vaganti, di esploratori dei cieli, della terra e degli inferi: il viaggio nella cavità dell’essere, il cuore» (G. Bruni, Abitare la terra, Edizioni Messaggero, Padova 2009, pagine 155). Le donne discepole sono chiamate a partecipare, arricchendole della loro preziosa femminilità, il cammino esodale della Chiesa dentro l’unica carovana umana che avanza verso l’unico futuro di Dio.
 
di Michele Giulio Masciarelli