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recuperando alcune riflessioni dal libretto di Bianchi E, Ai presbiteri, Ed. Qiqajon

Le pagine del priore di Bose si soffermano su molti aspetti della spiritualità del presbitero: preghiera, liturgia, parola di Dio, ministero, maturità umana. Insomma una "regola di vita".

In questo anno sacerdotale, accompagnati da E. Bianchi,è utile approfondire l'autentica spiritualità del presbitero, che è strettamente legata all'esercizio del suo ministero. Partecipi della missione di Gesù, i presbiteri sono chiamati a svolgere il loro ministero «solo con Gesù», lasciando a lui la piena e sovrana iniziativa.

Liberi per Cristo

Essi crescono nella fede e nella vita spirituale preparandosi ad annunciare la Parola, celebrando l'eucaristia e la riconciliazione, dialogando con i non cristiani e condividendo le situazioni altrui. Pastore della comunità, servo della comunione, il presbitero è un cristiano e un discepolo insieme ai suoi fratelli ma, nello stesso tempo, ha il compito di guidarli, lasciandosi egli stesso ispirare dallo Spirito. Questo implica una chiara coscienza della propria "presidenza", che si esprime nella "saldezza" per confermare i fratelli nella fede, nel "discernimento" operato con autorevolezza per edificare la comunità in corpo del Signore e, infine, nel dono della "misericordia".

Il positivo apporto spirituale esercitato da gruppi e movimenti ecclesiali non può "catturare" i presbiteri né"privatizzare" il loro ministero, originariamente correlato alla chiesa tutta, pena una grave disarmonia e una mancanza di unità nella propria realizzazione di uomini spirituali e nella propria santificazione.

Nella spiritualità del presbitero è importante la capacità di "santificare il tempo", cioè di disciplinare, riservare, separare in modo intelligente il tempo per ciò che lui è e per quanto è chiamato a fare. In una società sempre più accelerata, anche il presbitero rischia di essere schiavo dell'idolatria del tempo, alienato dal vortice che frustra la sua vita umana e depotenzia la sua interiorità. Una mancata educazione all'ascesi del tempo genera una vita disordinata, incapace di stabilire e rispettare una priorità degli impegni: la liturgia santa, la guida della comunità nei diversi modi richiesti, il riposo.

Senza una «regola di vita», ricca di sapienza e di realismo, non si riesce a contemperare con intelligenza la preghiera, il lavoro e il riposo e, quindi, non si può vivere bene il ministero a servizio della comunità cristiana. Ad esempio, la preghiera del mattino dà unità alla giornata, disciplina ai pensieri e ordine alle relazioni interpersonali.

Parola e preghiera

Un altro indicatore della spiritualità presbiterale è il tempo dedicato alla Parola. Non può annunciare la Parola chi non l'ha prima ascoltata con assiduità e col cuore, chi non l'ha pregata così da suscitare nell'uditore il desiderio di pregare, chi non si è lasciato portare dalla Parola, chi non l'ha custodita per assimilare il pensiero di Cristo. Il rischio non è semplicemente l'improvvisazione nell'evangelizzare, ma la consegna di una Parola senza energia rispetto alla forza del demonio che si oppone alla predicazione; una Parola che non giunge al cuore dei fedeli o che di fatto si svuota subito.

Il presbitero non è padrone ma servo della Parola, ne è debitore verso il popolo di Dio. Dal rapporto con la Parola dipendono la vita spirituale, l'identità e l'efficacia del ministero. E, a rovescio, «senza la Parola, voi non siete nulla nella chiesa, non avete nulla da dire nella chiesa, tutto il vostro impegno non gioverebbe a nulla» (p. 34).

L'apostolo Paolo non affida la Parola ai ministri, ma affida i ministri alla Parola! Senza una relazione umile, obbediente e perseverante con la Parola, il presbitero non edifica la comunità del Signore e, al contempo, non è confermato nella fede e non trova la fonte della sua santificazione.

L'allenamento all'ascolto della Parola educa il presbitero a pregare in modo corretto. Perché assorbito da molteplici attività e servizi, il presbitero rischia di pregare poco e soprattutto male. Spesso, infatti, egli non vive l'orazione come sorgente del suo sentire e del suo operare, ma la usa in modo funzionale per preparare l'omelia o una conferenza, senza mettere però davanti a Dio se stesso, i progetti pastorali e le persone della comunità.

In realtà è l'ascolto la forma essenziale e fondamentale della preghiera cristiana. Senza un cuore che ascolta il Signore, il presbitero non può essere «sentinella» della comunità: cioè non riesce a sottoporre al giudizio di Dio la propria esistenza, le relazioni con gli altri e i piani pastorali. Senza ascolto di Dio, il presbitero non può avere un cuore capace di ascoltare gli uomini e, quindi, di portare a Dio le loro necessità. È la preghiera di «intercessione» (letteralmente «fare un passo tra», come compromissione attiva con la propria gente e mediazione per mettere in comunicazione con Dio).

La preghiera, arte sempre da reimparare, fa esercitare il ministero della compassione e della memoria quotidiana dei fratelli davanti a Dio, l'assunzione di responsabilità pastorale e la purificazione delle relazioni, la comunione vera con Dio, il ringraziamento e la lode.

C'è una scollatura tra ministero e liturgia. Se prima il presbitero appariva soprattutto come il liturgo, da qualche tempo si è estesa sempre più la sua attività pastorale e si sono ridotti l'impegno e l'attenzione alla liturgia. Un certo «funzionalismo» sta prevalendo sulla centralità della liturgia nella vita del presbitero. La liturgia, culmine e fonte di tutta la vita ecclesiale, è sempre meno preparata, spesso è celebrata in fretta, non riceve più quell'attenzione e cura che conosceva nell'ora della riforma liturgica. Si assiste a una certa separazione della liturgia dalla vita, una disaffezione, un decentramento della liturgia dalla vita del presbitero, con una ricaduta negativa sulla vita della comunità cristiana.

Occorre chiedersi se nei presbiteri c'è la passione a conoscere la ricchezza della liturgia, che rinnova la comunità cristiana in grazia e santità, e a far sì che la lex orandi sia lex credendi per i fedeli. «Il presbitero è dall'eucaristia e per l'eucaristia: in essa lo Spirito santifica la chiesa, ma santifica anche il presbitero» (p. 48). Occorre fare della liturgia il cuore del ministero presbiterale.

Se il primato della liturgia non è reale nella vita del presbitero, allora tutto il suo ministero ne risente ed è svuotato. Infatti, è nella liturgia che il presbitero è e si mostra massimamente quale ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio, agendo in nomine Christi et in nomine ecclesiae.

Umanità e comunione

Il celibato, la povertà e l'obbedienza vanno inseriti nella tensione alla condivisione e alla comunione. Non si può essere servi della comunione nella comunità cristiana senza esercitarsi continuamente in quest'arte della comunione all'interno del presbiterio. Nell'ecclesiologia di comunione va ricuperata la logica della "collegialità" e soprattutto della "sinodalità", cioè del camminare insieme nella storia verso il Regno.

La vera sfida nell'immediato futuro è il procedere insieme come cristiani, fedeli e presbiteri, presbiteri e vescovo, vescovi e vescovo di Roma. Nella prospettiva della comunione trinitaria, l'amore diventa la regola di tutto l'operare, l'altro è colto come «dono di Dio per me», unità e differenza non sono contraddittorie ma essenziali a una comunione plurale, il discernimento ecclesiale diviene possibile.

Serve «rifuggire ogni logica individualistica e ogni forma di singolarità ostentata, evitare l'isolamento e, soprattutto, la sufficienza» (p. 62). Anche tra vescovo e presbiteri vanno costruite relazioni improntate all'amore. La sinodalità del presbiterio, al suo interno e con tutta la chiesa, è la via maestra perché la chiesa risplenda come casa e scuola di comunione.

Oggi emerge tra i presbiteri una scarsa attenzione alle virtù umane. Sembra che il ministero vissuto come funzione diventi un paravento per evitare di misurarsi con valori che in verità sono determinanti nella rete delle relazioni interpersonali e sociali, essenziali per lo sviluppo e la crescita di una personalità umana protesa a fare della propria vita un'opera d'arte.

Preoccupati di segnare la differenza dai fedeli e impegnati nell'esibire un'identità propria, «di fatto si incoraggia la custodia di identità deboli che tendono ad appoggiarsi al ruolo per dare stabilità ai propri comportamenti e vincere le insicurezze. La funzione diventa un elemento dietro cui ci si nasconde per occultare le proprie fragilità, e una conferma della dimenticanza dell'umano, reso del tutto funzionale al mero esercizio del ministero» (p. 64).

In realtà non c'è netta separazione, e tanto meno contrapposizione, tra maturità umana e maturità cristiana. Il priore di Bose è convinto che «l'odierna crisi del presbitero è da individuare proprio in questo rapporto tra ministero e vita umana, e non nello spazio della teologia del ministero» (p. 65). È la tentazione docetista di sminuire la rilevanza incarnazionista della vita cristiana.

San Paolo raccomanda ai presbiteri: «Vegliate su voi stessi» (At 20,28), che significa aver cura di se stessi, dalla casa al cibo e al vestito, nonché ad essere assidui alla lettura, a coltivare interessi personali, a condurre una vita buona e bella, ad esercitare le relazioni e l'ascesi della comunicazione, a tenere divisi la riuscita personale e il lavoro pastorale. È quanto Paolo augura a Timoteo: «Dedicati alla lettura... non trascurare il dono spirituale che è in te... abbi premura di queste cose, dedicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso» (1Tm 4,13-15).

Un presbitero privo di vita intellettuale avanza a grandi passi verso la decadenza spirituale, con inevitabili conseguenze negative sull'adorazione, sulla predicazione e autorevolezza all'interno della comunità cristiana. Rischi ulteriori sono il relativismo ed il fondamentalismo che, sotto la maschera di un'identità forte e rassicurante, preclude ogni ricerca ed è intollerante verso i cammini diversi dal proprio.

«Sì oggi, che non si fa più affidamento alla funzione, ma sulla persona, l'autorevolezza del presbitero è ancora più necessaria ed è legata alla sua statura umana e spirituale. Davanti a Dio e gli uomini niente può sostituire una vita personale autentica!» (p. 70).

Tante le conseguenze operative: la trasparenza del vivere per Cristo e per il suo vangelo, l'autenticità della propria umanità, lo stile pastorale più centrato sulle persone che su programmi e strutture, la riscoperta della paternità spirituale, la fraternità pastorale, la coltivazione di nuove forme di ministerialità. Temi su cui tornare nell'anno sacerdotale.

Luigi Guglielmoni

Da "Settimana del clero" n. 33 del 2009

Ultimo aggiornamento ( Martedì 13 Marzo 2012 17:40 )