Operare il bene come se le nostre fossero le mani di Dio (Pietro Bovati)

Articoli home page

Nel racconto dell’Esodo, il deserto è il luogo della provvidenza. Lo spazio in cui il Signore «si rivela come il Dio dell’alleanza con Israele, il Dio buono e fedele, e al tempo stesso, come il sovrano onnipotente a cui sono sottoposte tutte le forze cosmiche». Nel pomeriggio di mercoledì 4 marzo padre Pietro Bovati ha proseguito la sua riflessione quaresimale, giunta alla sesta tappa, citando un passo biblico che se da un lato mostra il Signore «quale artefice della storia della salvezza», dall’altro «non sottolinea abbastanza un altro aspetto importante e cioè il libero esprimersi degli uomini, il loro assenso o la loro ribellione nei confronti di Dio. Ma senza la componente dell’attività umana — ha fatto notare il teologo gesuita — la storia assume un’immagine deformata «nella quale Dio opera sì mirabilmente», però l’uomo rischia di essere ridotto «a puro oggetto passivo». «Paradossalmente, quindi, per esaltare Dio nella sua opera, si viene così ad annientare il vertice stesso della creazione, costituto dall’uomo libero e artefice del suo destino, perché creato a immagine e somiglianza di Dio».

I testi biblici sono complessi e spesso complementari, ha affermato padre Bovati, e molti di essi mostrano invece come il Signore nel suo agire tiene conto delle resistenze degli uomini e desidera sempre suscitare una risposta, non si impone e desidera un rapporto con la creatura «addirittura di cooperazione, di collaborazione coraggiosa», tanto che dall’uomo dipende in un certo senso il realizzarsi dell’azione salvifica di Dio nelle vicende umane.

I 40 anni trascorsi nel deserto stanno a significare l’intera esistenza, il deserto è rappresentazione della nostra terra, dove l’uomo soffre, ma dove Dio si rivela e lo fa «nell’agire proprio dei suoi servi». Padre Bovati ha ribadito un punto fondamentale: «Bisogna assumere responsabilmente in obbedienza il compito di operare il bene come se le nostre mani fossero le mani di Dio». Ciò si realizza quando il servo di Dio vive la duplice virtù dell’ascolto: l’ascolto della voce di Dio e l’ascolto del grido della gente a lui affidata.

Il deserto, ha spiegato il predicatore, «è figura della vita». È un tempo che può diventare tentazione, «è il nostro tempo, il tempo dell’uomo». Dio mette nella prova il suo popolo perché maturi nella fede e insieme suscita gli uomini capaci di aiutare coloro che stanno sotto la prova, come nel caso di Mosè. Egli ascolta il grido dei sofferenti, anche se espresso malamente e se le richieste della sua gente lo mettono in difficoltà perché lui stesso non sa come rispondere. Ma ascolta perché Dio fa così. «Anche le nostre preghiere sono sempre molto imperfette e soprattutto il grido della povera gente, molte volte è scomposto». Mosè allora invoca con fede il Signore nella preghiera che vince la tentazione e viene esaudito.

Il predicatore ha quindi introdotto un nuovo concetto: nel racconto biblico si dice che «in quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un ordinamento. «Questo sta a significare — ha chiarito il predicatore — che nell’atto stesso del soccorso, va inculcato il rapporto obbediente con il Signore». Nell’amare, dunque, si insegna ad amare, «nell’opera di misericordia corporale si fa anche opera di misericordia spirituale, si raggiunge il cuore delle persone, mettendo loro nella condizione di credere in Dio e di operare come Dio vuole, cioè nell’amore».

Infine padre Bovati ha guardato al passo evangelico del giudizio finale. Tutto il giudizio è incentrato su una cosa sola: sull’aiuto o sul mancato aiuto nei confronti dei piccoli bisognosi. Dunque c’è una concretezza del fare, che esige di occuparsi di un corpo sofferente, ma anche del cuore del sofferente. Nel più piccolo, dice il Vangelo, c’è Gesù ma, si è chiesto il predicatore, «come è possibile vedere che noi soccorriamo Dio stesso quando ci prendiamo cura dei piccoli? Come i nostri occhi di carne possono davvero vedere che è così?».

Quindi ha concluso: «È senza vedere che noi amiamo, senza gloria, senza onore, nel dono di sé fino a morire, c’è la pienezza del bene, c’è la benedizione del Padre della vita».

di Adriana Masotti