Home Spiritualità Cammino quaresimale: impiantare nei cuori la sapienza della croce (Bifet)

Cammino quaresimale: impiantare nei cuori la sapienza della croce (Bifet)

 
Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,37).
 
La “croce” è stata e sempre sarà la nota caratteristica del cristianesimo. E’ un segno che ci parla di “Qualcuno”, Cristo che ci ha amato «e ha dato se stesso per noi» (Ef 5,2). Il Signore trasformò questo degno in simbolo di donazione totale. La vita appare in tutta la sua bellezza solo a partire dalla croce di Cristo. Il segno della croce non si riferisce solo a Cristo, ma a ogni suo seguace, chiamato a “completarlo”  (cf Col 1,24) e a prolungarlo  nello spazio e nel tempo . Noi cristiani  collochiamo il segno della croce  in ogni luogo, ma siamo “cristiani” solo quando ci decidiamo a trasformare la vita in donazione: «Sono stato crocifisso con Cristo»  (Gal 2,19). La croce senza Crocifisso, visibile o invisibile, non sarebbe che un semplice ornamento.

 

Molti uomini e donne, come Francesco d’Assisi, cambiarono radicalmente la loro vita e trovarono una ragione per vivere  a partire da un incontro con Cristo crocifisso. Infatti Cristo, con il suo cuore aperto, continua a parlare da cuore a cuore. Per questo quando, ormai risorto, appare ai discepoli, mostrò loro i segni della crocifissione impressi per sempre nella mani, nei piedi e nel costato (cf Gv 20,20; Lc 24,39), per indicare che «l’amore di Dio  è stato riversati nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5) ed è frutto della sua donazione sulla croce. L’amore ha trasformato la debolezza nella maggior forza di rinnovamento. 
 
Fare “teologia” della croce significa elaborare una riflessione  attiva, che impegna condividere la stessa vita di Cristo: una vita «ormai nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Questa teologia smetterebbe di esserlo se non portasse  all’esperienza vissuta o spiritualità. Per questo parliamo di una teologia che è spiritualità della croce. Paolo, nel dire che era crocifisso con Cristo, aggiungeva : «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).
 
La teologia è una riflessione  che parte dalla fede. Non è un atteggiamento che vuole dominare il mistero di Dio-Amore, ma un atteggiamento  di fede umile e amoroso, che vuol comprendere meglio per amare di più. Per questo l’autentica teologia  tende all’adorazione, all’ammirazione e al silenzio di donazione. La teologia della croce presenta l’aspetto doloroso e gioioso di questo processo.
 
La teologia cristiana è eminentemente contemplativa . «Nessuno può percepire il significato del Vangelo di /Giovanni/ se prima non ha posato la testa  sul petto di Gesù e non ha ricevuto da Gesù Maria come madre» (Origene, Comm, in Ioann., 1,6). La riflessione teologica si lascia guidare dall’azione dello Spirito Santo . E’ dunque una teologia spirituale o teologia che, oltre a essere sapienziale , esige di essere vissuta. Questa teologia porta necessariamente al rapporto personale con Cristo  (contemplazione), alla sequela di Cristo e alla missione. Per questo è eminentemente pastorale.
 
La teologia e la spiritualità (o teologia spirituale) della croce è la comprensione attiva del mistero pasquale di Cristo 8morto, risorto e presente nella Chiesa) per annunciarlo (kerigma) celebrarlo e farlo presente (liturgia) e comunicarlo a tutta la comunità  (diaconia, koinonia, missione ). 
 
A nessuno sfugge che il tema  della croce è soprattutto quello del dolore o sofferenza. Ma questa realtà umana  inevitabile non può essere racchiusa in sole parole. Esiste la sofferenza personale, comunitaria, storica, fisica, morale…Ma quello che esiste propriamente è una realtà umana in un processo di mistero pasquale che passa necessariamente attraverso la croce. Ebbene la croce non è la sofferenza, ma la realtà dolorosa affrontata  con i criteri di Cristo, con la sua scala di valori  e con i suoi atteggiamenti profondi di donazione.
 
Deliziarsi nel dolore non sarebbe né cristiano né umano. Ma nemmeno adottare atteggiamenti di aggressività , fuga, disperazione , indifferenza o inibizione corrisponde alla dignità dell’uomo. Annullare i desideri  per eliminare il dolore potrebbe essere un esercizio mentale utile, ma lascerebbe senza soluzione il problema del dolore.
L’uomo è stato creato  per vivere gioiosamente, non per soffrire né per morire. Ebbene, se nella realtà umana resistono il dolore e la morte, l’unica soluzione sarà quella di affrontare  questa realtà, facendo sì che l’essere umano si costruisca come immagine di Dio, che è amore e donazione. Questo è impossibile se Dio fatto uomo, Gesù Cristo, «portando la croce» (Gv 19,17), non si fa nostra “via,verità e vita” (cf Gv 14,6). La “croce” è lo stesso Cristo che, inserito nella nostra storia, trasforma la realtà insignificante  o dolorosa in donazione . A partire dalla croce di Cristo, è possibile trasformare la nostra croce in servizio ai fratelli e in «vera gioia pasquale» (PO 11). 
 
Ogni teologia è una croce, perché è uno sforzo umano di voler penetrare nel mistero di Dio, che sembra tacere ed essere assente. I nostri concetti sono validi, ma  non arrivano a captare l’infinito. Il cammino della teologia della croce deve essere quello della spiritualità: voler vivere quello che si crede anziché voler capire, senza cessare di fare lo sforzo di comprendere . Si comincia a “comprendere” la sofferenza quando la si condivide con Cristo, che versò il suo sangue per amore nostro: «quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per vivere il Dio vivente » (Eb 9,14).
 
Guardando «colui che hanno trafitto» (Gv 19,37), il credente in Cristo comincia a capire amando. E il “conoscere” del Buon Pastore  che, dando la sua vita in sacrificio, contagia le sue pecore della sapienza della croce. Si conosce Cristo  a partire dal suo amore: «Abbiate in voi gli stressi sentimenti che furono in  Cristo Gesù» ( Fil 2,5).
Chi ha sperimentato la “croce” di Cristo è in grado di scoprirlo risorto nel “sepolcro vuoto”. L’”utopia cristiana è così. La speranza, la gioia pasquale e la liberazione integrale della persona e dei popoli sono possibili solo a partire dalla croce.
 
La sofferenza, trasformata in donazione  e in servizio per evitare la sofferenza dei fratelli, trasforma l’universo e l’umanità intera. L’uomo trascende se stesso condividendo la croce con Cristo. L’utopia cristiana  è sempre l’amore di donazione  in un contesto di fede e di speranza: «Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 5,4). 
Per vivere  e morire amando come Cristo, bisogna imparare pensare e sentire come lui. Questo amore «è da Dio» ( 1 Gv 4,7), ed è possibile solo quando si è incontrato Dio nel suo apparente “silenzio” e “assenza”. »La croce è un tocco dell’eterno amore sulle ferite  più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo» (DM 8)
La croce è la sfida permanente per il cuore umano, che cerca la felicità della nella verità e nel bene. La teologia e la spiritualità della croce non possono venire elaborate senza partecipare vitalmente a questa sfida.
 
Un “maestro”spirituale indù (guru) insegnava ai suoi discepoli il “cammino” (yoga) per arrivare a Dio attraverso un processo di purificazione del cuore. Un cristiano presente nel gruppo gli chiese perché avesse un crocifisso sul tavolo. Il guru rispose: «Sto cercando qualcuno che mi insegni com’è lo yoga (cammino di Gesù crocifisso». La società di oggi presenta lo stesso interrogativo. Forse è questa la sfida più grande rivolta alla Chiesa missionaria nei venti secoli di storia: come si può reagire amando nei momenti di difficoltà e di croce?
 
Questo aneddoto  e un ricordo semplice della mia infanzia mi servirono da invito per scrivere queste riflessioni sulla spiritualità della croce. Erano passati pochi giorni dalla mia prima comunione (1936).Davanti alla parrocchia incendiata ardeva un fuoco dove si poteva vedere ancora il volto buono dell’immagine di Cristo crocifisso. Quello sguardo amoroso sembrava parlare di perdono e di chiamata: chi vorrà annunciare a tutti i fratelli che io ho sofferto e sono morto per amore?... Credo che lì cominciò la mia prima riflessione sulla croce, che ora offro ai miei fratelli. Per potermi esprimere meglio mi sono ispirato agli scritti dei santi  e di persone esemplari, che citerò  al momento opportuno.
 
Oggi più che mai c’è bisogno di apostoli, come il “discepolo amato” , convinti che «la missione  […]ha il suo punto di arrivo ai piedi della croce” (RMi88). Giovanni evangelista , che rimase vicino alla croce e che addentrandosi nel sepolcro vuoto, “credette”  in Gesù risorto, ci indica la via per trasformare la sofferenza in donazione e la croce in risurrezione : «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37).Guardando con amore Cristo crocifisso si impara a trasformare il dolore in dono e la debolezza in forza che rinnova la creazione e la storia: «Ti basta la mia grazia ; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» ( 2 Cor 12,9). Per mezzo della croce, «Cristo crocifisso rivela il senso autentico della libertà, lo vive in pienezza nel dono totale di sé e chiama i discepoli a prendere parte alla sua stessa libertà» (VS 85).