Home Spiritualità Tre donne e il Signore

Tre donne e il Signore

 
Pubblichiamo la prefazione alla terza edizione italiana del libro di Adrienne von Speyr, Tre donne e il Signore (Milano, Jaca Book, 2018, pagine 92, euro 9).
 
È difficile, oggi, immaginare una mistica che sia anche un medico, e non solo un medico particolarmente attento ai malati, ma anche appassionato degli aspetti scientifici e tecnici della sua professione. Una donna che si è sposata due volte, che adora correre in bicicletta e stare con gli amici e che, anche se non è particolarmente interessata alla moda, si ricorda però sempre, da vera donna, come è vestita nelle principali circostanze e lo narra nella sua autobiografia. Forse è per questo che la Chiesa cattolica ritarda nel riconoscere le sue virtù straordinarie, preferisce dimenticarla, o lasciarla riassorbire dal suo amico e compagno di avventure spirituali Hans Urs von Balthasar, il grande teologo che ha capito il suo valore e ne ha accolto l’influenza nelle sue opere. 
Ma Adrienne ha scritto lei stessa vari testi, compresa una bella autobiografia su richiesta di von Balthasar, nella quale racconta la lenta ma crescente presa di coscienza delle sue straordinarie capacità mistiche. 
 
In questo piccolo libro — in cui commenta tre donne nei Vangeli (Maddalena, la peccatrice a casa del fariseo, Maria di Betania) e quindi approfondisce il tema, sempre così interessante e al tempo stesso misterioso, del rapporto speciale che Gesù aveva con le donne — Adrienne mette a parte il lettore delle sue originali meditazioni. Con la sua guida, scopriamo possibilità di interpretazione dei Vangeli completamente nuove, che sono dettate non solo dalla cultura (che pure c’era e non era trascurabile), ma da una serie di vere e proprie intuizioni mistiche e da esperienze derivate dalla sua vita, dal suo rapporto con Dio.
Si tratta di un procedimento che spiega lei stessa molto chiaramente: «Chi legge la Scrittura semplicemente per conoscere il testo come tale, per segnarsi il senso delle parole, degli avvenimenti e delle loro connessioni, si accontenterà di “ciò che sta scritto”. Ma chi medita sugli stessi testi in adorazione e comprende non solo con la sua intelligenza, ma con la sua fede vissuta, con tutta la sua ricerca di Dio, con tutta la risolutezza di trovarlo, costui sarà da Dio introdotto ancora più profondamente in ciò che realmente vive nelle parole. La meditazione, infatti, non è un puro procedimento psicologico, non è un monologo dell’anima con se stessa, ma è preghiera, dialogo con Dio, un dialogo nel cui svolgimento la parola di Dio si comporta in maniera libera e sovrana».
Seguendo questo metodo mette a parte il lettore di una meditazione profonda e significativa: la vicenda di Maddalena, ad esempio, le permette un lungo excursus sul modo in cui Dio interviene nell’esistenza di colei — o colui — che avrà il compito di portare il messaggio di redenzione già prima che la persona designata ne sappia qualcosa. 
Quando nei Vangeli appaiono persone che — come Maddalena — sono destinate dal Signore a un particolare servizio, «ci si accorge che già da tempo sono state oggetto della considerazione e dell’accettazione del Signore. Egli le ha prescelte, le ha accolte molto prima che esse lo sapessero». 
 
Il Signore per anni le plasma, le aiuta, le dirige, le aiuta a diventare «così com’egli ha bisogno di loro». Questo avviene anche per persone che non conosceremo mai, e avviene anche senza che esse se ne siano rese conto e abbiano risposto di sì: «Nel suo sì all’uomo vi è già incluso, come un germe vivo, latente, anche il sì dell’uomo: nell’unilateralità della chiamata vi è già la bilateralità dell’incontro». 
Questa rivelazione apparentemente sembra cancellare il libero arbitrio, ma Adrienne specifica: «Questo essere sostenuti dal Signore non significa assolutamente che egli ci toglie la responsabilità; egli, piuttosto, ci rafforza nella giusta decisione, affinché noi possiamo incontrarlo nella pienezza della nostra libera volontà, affinché per la forza da lui conferitaci veniamo resi capaci di scegliere ciò che è la volontà del Padre». 
 
Nella chiamata del Signore per i suoi apostoli può esserci perfino una certa brutalità, «che forse rimanda alla divinità del Signore in maniera più immediata di tutto il resto», scrive la mistica. Perché è solamente Dio che può servirsi in questo modo degli esseri umani, può disporre del loro destino: in questo senso Maddalena è come fosse una proprietà del Signore, ma il modo in cui questo è avvenuto non lo sappiamo. Per cui può scrivere — a proposito di Maddalena, ma vale in generale — che: «Ogni uomo ha il suo mistero con il Signore e conserva un diritto al nascondimento e al silenzio». 
Tutto è un insegnamento: nella scena di Maddalena ai piedi della croce, e al sepolcro, «Dio ci educa a non voler chiedere e sapere di più di quanto egli ci mostra». 
 
Nella bellissima autobiografia che ha dedicato ai primi vent’anni della sua vita Adrienne cerca di svelare in parte questo mistero, cercando di far capire come il Signore agisce nel preparare le anime al compito a cui sono state chiamate, anche se esse non se ne accorgono. Da bambina — narra, ad esempio — «ogni giorno scrivevo lunghe pagine, dove cercavo soprattutto di indovinare che cosa Dio voleva e che cosa volevano le persone che mi circondavano». E con grande semplicità, sempre bambina, accettò una visione della Madonna: «Non ero per niente spaventata, ma piuttosto colma di una nuova gioia forte e dolce. In nessun momento mi passò per la mente di poter essere vittima di un inganno (...). Quando la Madonna scomparve, mi inginocchiai accanto al mio letto (avevo preso questa consuetudine dal giorno del mio compleanno), e penso di essere rimasta in preghiera fino al momento di dover andare a scuola». 
 
Quando parlava di plasmare la vita negli anni che precedono l’incontro vero e proprio con il Signore, Adrienne sapeva di che cosa parlava. 
La riflessione sull’incontro fra Gesù e la peccatrice nella casa del fariseo è tutta centrata sulla «verità della speranza», su quella nuova forma di speranza che nasce da quell’incontro. Il loro incontro è paradigmatico perché «lei non sa che egli la conosce come colei per la quale si è fatto uomo, che lei rappresenta per lui i peccatori per i quali vuole morire (...). Non sa che diventerà per lui la conferma del suo mandato». Le sue lacrime sono una confessione; benché peccatrice non vuole presentarsi a mani vuote, e porta il vaso di unguento. In sostanza: «Cade a terra; adora e confessa». Proprio per questo sarà lei a personificare il corretto rapporto con Gesù, e non il fariseo che lo aveva invitato «per vedere che cosa aveva da offrirgli». 
 
A cominciare dalla parabola del debito, e soprattutto nell’atteggiamento della peccatrice, vediamo che «la speranza è come una luce che risplende attraverso tutta la parabola, inespressa eppure adempiuta». Gesù riconosce che la donna sa dare amore, anche se prima aveva vissuto senza dubbio in una specie di amore diversa, e per lui «l’amore è l’incommensurato, il primario, e su di esso si regola il condono». La peccatrice «viene redenta oltre ogni misura della sua speranza» e proprio per questo, ora, la «donna appartiene al Signore in virtù dell’amore». 
 
La terza donna, Maria di Betania, è personificazione dell’amore, perché riesce a vivere senza staccarsi dall’amore per il Signore. Secondo Adrienne, la contrapposizione con la sorella Marta non nasce subito — Marta infatti è colei che crea il suo incontro con il Signore, che apre la sua casa a Gesù —, ma, se «Marta lo ha accolto nella sua casa esteriore, Maria lo riceve nella casa che è lei stessa». Nella sua posizione di silenzioso ascolto, Maria arriva a comprendere come «Dio ha il potere di riempire tutto con il suo amore e di saziare così l’essere creato, che è destinato all’amore e alla parola». Marta, presa dalle sue attività, non comprende più la contemplazione della sorella, si distacca dall’essenziale, «non si accosta più direttamente al Signore, ma si è trasformata in amore per le cose del Signore, le quali diventano inavvertitamente cose che Marta fa, che fa volentieri, e questo in mezzo all’inquietudine e alla preoccupazione dell’essere sovraoccupata». 
 
Allora il rapporto con il Signore si capovolge: si rivolge a lui, tuttavia non per prestare attenzione a lui, ma perché egli faccia attenzione alle sue cose, compia la sua volontà. «Non è più lui a stabilire, ma lei». 
La severa e feconda esortazione che il Signore le rivolge fa capire a Marta che «si è impegnata troppo nel suo programma, che fa troppo, che sono troppe le cose che lei stessa stabilisce». Maria fa la sola cosa necessaria, «dà questa sola cosa, il tutto che possiede, se stessa». 
 
Così Adrienne riconduce le tre donne alle tre virtù teologali, fede, speranza e amore. E proprio per questo esse rappresentano i modi con cui gli esseri umani possono essere pronti a ricevere l’amore divino che si riversa su di loro, offrendoci un'esegesi che al tempo stesso delinea una via spirituale.
 
di Lucetta Scaraffia