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Ode all’inquietudine

 
La forza del cristianesimo secondo Marion Muller-Colard ·
 
Prospettiva piuttosto inedita, quella messa in luce dall’ultimo libro di Marion Muller-Colard, L’inquietudine (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2018, pagine 109, euro 12), primo tradotto in italiano, vincitore del Premio miglior libro di spiritualità 2017 in Francia. Poetico, intuitivo, introspettivo, originale frutto di una narrazione spirituale che scaturisce dal fluire della vita in cui divino e umano continuamente s’intersecano. Prospettiva che si inserisce a pieno titolo nel solco di quella teologia al femminile ancora in fieri al cui centro è posta l’incarnazione. Se fulcro della vita cristiana è accogliere il divino nell’umano, non c’è altra via che lasciare ogni certezza e cedere al sorprendente, al meraviglioso.
 
L’annuncio di una costante trasformazione toglie via ogni possibilità di quiete: «Se Dio viene al mondo come un neonato, il suo progetto non può essere quello di preservarci dal rischio e dalle preoccupazioni. Con il Vangelo, come con ogni nascita, ha inizio l’irriducibile inquietudine».
 
Siamo di fronte a un totale ribaltamento di quella visione che invece pone al centro la quiete, basti pensare alla tradizione esicasta. La vita evangelica non è vista come via di distacco dal mondo, ma come costante nascita di nuova vita in ciò che è morto, irrigidito: «Lotta fra liquidità del reale e la cristallizzazione permanente delle nostre volontà, delle nostre percezioni». Serve smantellare quelle «fanatiche certezze», strutture mentali, sistemi, organizzazioni, in cui si nasconde un avido bisogno di controllo. «La parte selvaggia e anarchica della vita si riprende i suoi diritti, con tanta più forza, quanto più si avrà avuto cura di contenerla (...) Crolla esattamente a misura della nostra rigidità».
 
L’inquietudine contrassegna la vita fin dalla culla come «dato originario», entra in scena come «difficoltà imprevista». Costantemente ce ne difendiamo, cerchiamo di reprimerla, ma essa chiede solo affidamento: «Non siamo in una terra di certezze, ma in un cammino di fiducia». Fiducia nella vita, nelle sue inesauribili risorse che emergono proprio quando i confini sono obbligati a dilatarsi: «ti trovi ai margini del pozzo, sulla frontiera di tutte le tue vertigini e vorresti chiudere quell’apertura nera e insondabile, perderesti in quel modo, ogni possibilità di far salire dalla profondità, un’acqua viva».
 
In questa chiave l’annuncio evangelico diviene adesione alla vita senza più difese, schermi protettivi: «Bevi alla sorgente del tuo coraggio. Attingi, getta il secchio che scruta nel profondo (...) Conserva intatta la tua sete, sarà lei a farti risalire».
 
Ecco allora la rilettura dell’Annunciazione secondo una prospettiva del tutto femminile: «La grazia ha un costo (...) Generare è grazia costosa. Generare il Figlio di Dio è sovraggrazia accompagnata da un sovrapprezzo». La generazione divina opera per grazia, è dono gratuito, ma richiede il prezzo del tempo e della storia attraverso cui matura il cedimento interiore. La generazione del Figlio di Dio nella carne umana richiede come sovrapprezzo il sì totale di una donna. La piena di grazia è completamente aperta, vuota di se stessa. Dio lasciandosi «generare al mondo attraverso il corpo di una donna», opera una «rivoluzione religiosa che, da quel momento non lascerà più nessuno tranquillo» a partire dai diretti interessati: Maria che rimane turbata, Giuseppe chiamato ad accettare una condizione paradossale. Rivoluzione che inquieterà sovrani, detentori del potere religioso, cristiani e atei.
 
L’incarnazione provoca uno sconvolgimento della storia in quanto, trapassandola nelle sue rigide strutture tese al contenimento, la rende vulnerabile. Divino e umano, tempo ed eterno, terra e cielo, dunque non più separati, bensì convergenti, ma insieme ancora distanti. Intersecati, ma inquieti. Il prezzo della grazia è l’inquietudine che il divino provoca nell’umano attraversandolo, travalicandolo, spingendolo sempre oltre. Prezzo che richiede la rinuncia a se stessi, rinuncia che ogni maternità bene conosce. La madre è «una che non fa conto, una sorta di grande abnegazione automatica». L’autrice riferendosi alla nascita del suo primo figlio afferma: «Quella nascita aveva perforato la mia vita. Comunque la prendessi, al presente, la mia esistenza aveva un buco. Era il buco dell’apprensione. Una voragine al bordo della quale mi spingeva anche il solo pensiero di quel bambino e dell’amore senza nome che mi legava a lui». Amore senza nome, puro.
 
Ne scaturisce una pressante rimessa a fuoco del cristianesimo. Una teologia che scardina ogni forma di moralismo, dover essere, denudando, togliendo velami di protezione alle maschere dietro le quali si nascondono false identità: «Chiamo falso cristiano colui il cui cristianesimo è un alibi, un rifugio identitario, un biglietto da visita per il vasto mondo della morale». Al contrario è vero cristiano «chi prende su di sé l’inquietudine definitiva alla quale il vangelo lo invita».
 
Cristianesimo quindi come via di verità e liberazione dai coercitivi legami in cui l’umanità si rifugia e si protegge, accettando la schiavitù della propria paura, sottomettendo la vita alla morte. L’immenso credito del cristianesimo risiede nel fatto che «questa religione è, in definitiva, la riprovazione stessa degli istinti religiosi dell’uomo. L’ambizione di Gesù fu di fare uscire l’umanità dalla sua era superstiziosa». Senza dubbio, parole forti, destinate a provocare un’eco.
 
L’istinto religioso è intravisto come il vincolo più sottile e più raffinato attraverso cui l’umanità cerca di proteggersi dall’irrompere della vita, una sorta di permanente esorcismo teso a placare la potenza del sacro al cui registro la vita appartiene. L’incarnazione, in quanto sancisce la nuova era della prossimità divina, dell’Emmanuele, del Dio con noi, sancisce allo stesso tempo la smarcatura da questo potere, l’affrancamento dell’umanità dalle proprie paure. Liberazione che chiede di accogliere l’imprevedibile come annuncio attraverso cui il divino costantemente trapassa l’umano incarnandosi, svuotando, dilatando, prendendo campo, trapassando. Il sì di Maria è il sì della natura umana alla gestazione prodotta dallo Spirito Santo nello spirito oscurato e chiuso in se stesso. «Il cristianesimo è la religione della credibilità piuttosto che quella della speranza. La sua forza sta nel radicamento più che nella prospettiva».
 
La speranza cristiana è «possibilità di vivere senza speranza», rinuncia al potere della forza che si oppone alla spinta che dilata, che chiama a incarnare quanto travalica. «È un imperativo categorico a vivere il presente», a essere pronti in ogni momento all’imprevedibile, a «vivere all’istante, nell’adattamento incessante a ciò che è». Vivere l’istante richiede lo spostamento di registro dal tempo all’eterno. Il qui e ora chiede un’adesione totale alla vita che è divina in se stessa, chiede che Cristo nasca dentro di noi.
 
Ma il ribaltamento continua. «Quando in piena notte l’inquietudine mi sveglia, la ricevo come l’amica della parabola (...), sarà a causa del suo essere importuna che le darò quel che chiede». Lo stato di quiete, caratteristico di ogni via spirituale, allora non è forse altro che la condizione necessaria per misurarsi con l’inquietudine. L’esichia fa uscire allo scoperto quanto si muove nel profondo, comporta la lotta interiore, i padri lottavano con i demoni.
 
La novità sta però proprio nel cessare di combattere, nell’accogliere e assumere consapevolezza delle forze che ci abitano, ascoltarne la voce senza averne paura, senza demonizzarle. Gesù nel deserto ascolta il tentatore, non lo combatte, ne smaschera l’astuzia ingannatrice, lo fa cadere nel proprio vuoto. Ugualmente occorre porsi di fronte all’inquietudine: «La guardo con tenerezza. Lei che mi spaventava pochi minuti or sono, sotto l’aspetto di una strega, altro non è che una vecchietta dai capelli poco curati (...) che chiede il proprio pane fino al mattino». Non combattere il male, ma far crescere il bene.
 
Il libro si conclude con la lotta notturna di Giacobbe con l’uomo sconosciuto: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto». Il messaggio finale chiede un affidamento senza riserve al bene: «Chiamo la vecchia pazza che infesta spesso le mie notti e le chiedo — sia essa Dio, sia essa il Diavolo — di non andarsene senza avermi prima benedetto».
 
di Antonella Lumini