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Fedeltà e misericordia per i divorziati risposati (Enzo Bianchi)

Auspica che vengano individuati per alcuni divorziati risposati, «dei cammini penitenziali che abbiano come possibile esito anche la ritrovata comunione eucaristica vissuta nell’assemblea della Chiesa di Dio

Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, dopo aver proposto alcuni rilievi circa l’Instrumentum laboris (in particolare a proposito dell’espressione ‘vangelo della famiglia’ e dei matrimoni misti), auspica che vengano individuati per alcuni divorziati risposati, e secondo stringenti condizioni, «dei cammini penitenziali che abbiano come possibile esito anche la ritrovata comunione eucaristica vissuta nell’assemblea della Chiesa di Dio». Tale possibilità, afferma l’Autore, non costituirebbe un cambiamento della dottrina cattolica sull’indissolubilità, bensì della disciplina attuale. Ispirata a una concezione «medicinale» e «nutritiva» dell’Eucaristia, l’ipotesi intenderebbe dare una risposta a quelle situazioni, sempre più diffuse in Occidente, in cui il legame matrimoniale appare irrimediabilmente compromesso. «Sarebbe un racconto convincente della misericordia e della compassione del nostro Dio, che in Gesù Cristo ci ha dato la remissione dei peccati».

Introduzione
In vista della celebrazione del sinodo dei vescovi con la XIV assemblea
generale ordinaria convocata per il prossimo mese di ottobre,
è stato pubblicato l’Instrumentum laboris. Esso contiene la Relatio
synodi, frutto maturato nella scorsa assemblea (sinodo straordinario
dell’ottobre 2014), integrata dalla sintesi delle risposte, delle osservazioni
e dei contributi di studio fatti pervenire a Roma dalle diverse
chiese particolari. Si tratta di un testo fedele all’iter sinodale fi nora
vissuto dalla chiesa, un testo che sarà un vero strumento per i lavori
sinodali, per le rifl essioni dei padri e per il loro confronto, che si spera
veramente all’insegna del proposito ‘sinodale’, cioè quello di camminare
insieme, senza accuse reciproche, condanne e impazienze, ma
sempre nell’ascolto reciproco della parola del Signore e dello Spirito
presente in una tale assemblea apostolica.
È certamente la creatività pastorale di papa Francesco che ha permesso
questo itinerario e ha consentito la formulazione dell’Instrumentum
laboris, e di questo occorre saper ringraziare il Signore con convinzione:
c’è una reale novità nel linguaggio, nella lettura della grande tradizione,
nei sentimenti che vengono manifestati dalla chiesa sul tema
della ‘famiglia oggi’. Anche questo fa parte di quella primavera della
chiesa che papa Francesco ha inaugurato, dopo una stagione, quella
post-conciliare, faticosa, sovente segnata da contraddizioni al Vaticano
II e al suo spirito; una stagione di ripiegamento della chiesa su se stessa
e, di conseguenza, di un ritorno a un certo intransigentismo, che papa
Giovanni XXIII e il concilio avevano cercato di trascendere, in vista di
un dialogo fecondo e carico di simpatia con l’umanità contemporanea.
Il mio giudizio, dunque, è fortemente positivo.

 

Sul cammino sinodale: alcune questioni
Mi sento però anche di porre alcune questioni. La prima riguarda
proprio l’enfasi con cui il tema della famiglia è normalmente considerato,
trattato e riletto nella fede cristiana, a cominciare da una vigilanza
sulle parole che si usano. In particolare, l’espressione ricorrente
«vangelo della famiglia» mi appare bisognosa di qualche precisazione.
Questo genitivo applicato al Vangelo si presta a molte interpretazioni,
che depotenziano la forza del Vangelo stesso. Non a caso nel
Nuovo Testamento si parla solo di «Vangelo della pace» (Ef 6,15),
di «Vangelo della salvezza» (cfr. Ef 1,13), cioè di Vangelo che porta
la pace, la salvezza… Dunque, che cosa esattamente si vuol dire con
tale espressione? Che c’è una buona notizia-vangelo da parte di Gesù
sulla realtà della famiglia? Che la famiglia è buona notizia? Se si parla
di vangelo della famiglia – espressione assente nel Nuovo Testamento,
nella grande tradizione della chiesa e nelle tradizioni delle diverse
chiese –, allora si deve parlare anche di vangelo del celibato, e forse di
altre realtà vissute dagli esseri umani?
Capisco che l’espressione è enfatica e vuole essere performativa,
ma il Vangelo è solo Gesù Cristo e Gesù Cristo è il Vangelo. Il matri
monio, e di conseguenza la famiglia, è una realtà relativa che sta nello
spazio della sequela del Signore Gesù Cristo, è una via di realizzazione
umana e del discepolato cristiano. La vocazione all’amore, cioè a
realizzare in pienezza la vocazione cristiana, non trova realizzazione
solo nella vita matrimoniale e nella famiglia. Una persona è «immagine
e somiglianza di Dio» (cfr. Gen 1,26-27) nel suo volto, unica e
vera icona del Dio tre volte santo, nella sua unicità, nella sua persona.
Ed è in questa unicità, nel suo essere personale, che essa è raggiunta
dal Vangelo che le chiede di vivere l’amore «fi no all’estremo» (eis
télos: Gv 13,1), come Cristo lo ha vissuto; e ciò quale che sia la sua
situazione esistenziale, il suo stato di vita, scelto o subìto. Parlare di
vangelo della famiglia rischia di far dimenticare che innanzitutto la
famiglia va evangelizzata e che in essa coesistono grandezza e miseria,
amore e contraddizione all’amore, fedeltà e incapacità di essere
fedeli, nascita, vita, decadenza e morte dell’amore come sentimento
e impegno vissuto. Lo ripeto: il Vangelo è Gesù Cristo e basta! Forse
proprio per l’ottica sopra menzionata, di cui il linguaggio è una spia,
in tutto l’Instrumentum laboris non si accenna mai al celibato, quello
per il Regno e quello che uomini e donne vivono senza averlo scelto.
Se un sinodo sulla famiglia fosse vissuto nelle chiese ortodosse, mai
e poi mai sarebbe possibile un Instrumentum laboris che ignorasse
totalmente il celibato per il Regno (per menzionarlo, non certo per
discuterlo in tale contesto).

 

La testimonianza dei vangeli ci mostra che quello della famiglia non
è stato un tema centrale nella predicazione e nell’esistenza di Gesù di
Nazaret, proprio perché egli ha vissuto il celibato, l’«eunuchia» (cfr.
Mt 19,12), in una vita comunitaria itinerante, seguendo l’esempio di
alcuni profeti e del suo maestro Giovanni il Battista. Gesù ha lasciato
la sua famiglia, ha preso le distanze da essa, fi no a porsi in confl itto
con i suoi famigliari (cfr. Mc 3,20), e ha creato una nuova famiglia di
discepoli e discepole riuniti intorno a sé dall’ascolto della parola di
Dio, dalla volontà di realizzarla e dall’attesa della venuta del Regno
(cfr. Mc 3,31-35 e par.). L’urgenza del Regno dei cieli lo ha portato
a dischiudere la possibilità, a chi volesse seguirlo, di abbandonare la
famiglia, lasciando non solo «madre o padre» (Mc 10,29), ma anche
«moglie» (Lc 18,29) e «fi gli» (Mt 19,29; Mc 10,30; Lc 18,29). Gesù, di
fatto, ha disarticolato la famiglia, aprendola su orizzonti infi nitamente
più ampi, quelli del regno universale di Dio di cui egli annunciava la
venuta. Gesù non ha neppure riprodotto nella sua comunità il modello
della famiglia, con le sue rilevanti implicazioni affettive, sessuali,
economiche e sociali. Anche la metafora della famiglia applicata alla
chiesa (familia Dei) non è certamente priva di ambiguità… Quando
ha dato la buona notizia sul matrimonio fedele, Gesù ha anche annunciato
la possibilità del celibato per il regno dei cieli (cfr. Mt 19,1-12).
I due annunci sono legati, perché queste vocazioni sono entrambe
necessarie all’interno della sequela, entrambe degne nel cammino verso
il regno di Dio, entrambe complementari ed eloquenti l’una per
l’altra.

 

Ecco perché, quando si tratta del matrimonio e della famiglia, vanno
ricordate le parole di Gesù e ciò che si vive nella Chiesa dall’inizio
fi no a oggi come celibato in vista del Regno, vera chiamata, che addirittura
l’Apostolo osa considerare come urgente, necessaria, eminente
nel tempo dell’attesa della parusia (cfr. 1Cor 7,25-35)? Ciò vale particolarmente
in un tempo in cui il cammino del celibato per il Regno
è poco capito, addirittura non creduto e deriso; non va dimenticato
che nella Chiesa vi sono anche quelli che hanno lasciato la famiglia
(cfr. Mc 10,29-30 e par.), per seguire il Signore secondo la vocazione
ricevuta.

 

Occorrerebbe poi tenere presenti anche coloro che non hanno scelto
né il matrimonio né la vita religiosa, ma sono rimasti uomini celibi
o donne nubili, per diverse cause, spesso perché così ha voluto la vita,
perché non sono riusciti a costruire una famiglia né a percorrere storie
d’amore. Sono tanti quelli che si trovano in tale condizione, sovente
nella solitudine e nella sofferenza, talvolta fi no a non voler apparire o
addirittura a praticare l’arte di sparire, perché la loro singolarità li imbarazza
in mezzo ad altri che sembrano essere stati capaci di decidere
e di scegliere, o semplicemente più fortunati, avendo avuto la possibilità
di una storia d’amore. Costoro a volte si sentono dimenticati, senza
valore per l’istituzione ecclesiale, e non a caso frequentano i monasteri
per trovare nei monaci e nelle monache una qualche solidarietà, una
qualche somiglianza che rompa il loro isolamento. Non chiamate né
al matrimonio né alla vita religiosa, queste persone sembrano essere
sole, prive di qualsiasi signifi cato per la comunità cristiana.
Si deve anche constatare nell’Instrumentum laboris un defi cit di
qualità ecumenica. Infatti, al paragrafo 28, quando si elencano le sfi de
peculiari che la famiglia deve affrontare in alcuni contesti religiosi e
culturali, impropriamente accanto alla poligamia, ai «matrimoni per
tappe» e ai matrimoni combinati, si registrano «i matrimoni misti e di
disparità di culto con tutte le diffi coltà che essi comportano riguardo
alla confi gurazione giuridica, al battesimo, all’educazione dei fi gli
e al reciproco rispetto dal punto di vista della diversità della fede».
Sarebbe auspicabile una maggiore attenzione e uno sguardo più positivo
sui matrimoni misti, cioè quelli tra coniugi appartenenti a confessioni
cristiane diverse. Se già Paolo VI nel Motu proprio Matrimonia
mixta (31 marzo 1970) affermava che «la Chiesa non mette sullo stesso
piano, né in sede dottrinale né in sede canonica, il matrimonio contratto
da un coniuge cattolico con persona non cattolica battezzata e
il matrimonio nel quale un coniuge cattolico si è unito con persona
non battezzata», perché qui non si parla di matrimoni misti in senso
onnicomprensivo o di matrimoni interconfessionali?

 

Sarebbe auspicabile che si parlasse dei matrimoni interconfessionali
non come portatori del «pericolo del relativismo o dell’indifferenza,
ma anche (con) la possibilità di favorire lo spirito ecumenico», bensì
delle opportunità ecumeniche insite in tali matrimoni, del battesimo
che rende parte dell’unico corpo di Cristo, del fatto che anche una
famiglia formata da coniugi appartenenti a confessioni cristiane diverse
è veramente chiesa domestica. Più che mai, anzi, in quelle unioni
chiamate «matrimoni misti», emerge la potenza profetica dell’amore,
vera res del sacramentum, che supera le divisioni confessionali e conduce
due persone a formare un solo corpo nel matrimonio. Se c’è un
«ecumenismo nel sangue versato» attraverso il martirio, non ci può
essere anche un «ecumenismo nella carne» attraverso il matrimonio
cristiano?
L’unità in Cristo appare più forte delle divisioni umane, anche delle
divisioni confessionali, facendo eco alle parole di Paolo: «Quanti siete
stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né
Greco, non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché
tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,27-28). Se, dal punto di vista
pastorale, si può vedere nei cosiddetti matrimoni misti un’opportunità
ecumenica, con maggiore forza e vigore teologico si può vedere in
questi matrimoni in cui le divisioni confessionali sono superate in nome
dell’unicità di Cristo Signore e della forza dell’amore umano, un sacramento
profetico della dimensione escatologica della Chiesa «sposa
dell’Agnello» (Ap 21,9), del tempo in cui «non vi sarà più» (Ap 21,4;
22,3.5) la divisione che ha lacerato nella storia la tunica di Cristo, e
dunque uno sprone e uno stimolo alla comunione visibile rivolto a
tutte le chiese.

 

Insomma, le espressioni dell’Instrumentum laboris sopra citate non
mi sembrano adeguate allo spirito ecumenico e alle diverse affermazioni
di cammino verso l’unità pronunciate da papa Francesco. Se
addirittura il decreto conciliare Unitatis redintegratio in casi di grave
necessità permette l’ospitalità eucaristica (cfr. § 8), non si può valutare
che ciò sia possibile, a certe condizioni di confessione di fede eucaristica,
nella celebrazione del matrimonio interconfessionale?
Infi ne, sempre riguardo alla vigilanza sulle parole, quest’arte così
poco presente quando si vogliono affermare forti convinzioni e serrare
il confronto, occorrerebbe almeno più cautela nell’associare il termine
‘natura’ a famiglia e matrimonio, connotandolo come monogamico
e indissolubile. Parlare di «matrimonio naturale» (cfr. Instrumentum
laboris 39-40) o di «famiglia solo secondo natura», come si fa sostenendo
posizioni apologetiche, indica che non ci si è mai misurati con
le ricerche di antropologia culturale, le quali mostrano l’esistenza di
diverse forme di famiglia nel cammino di umanizzazione: la poligamia,
la poliandria (quest’ultima fraterna o associata) e altre forme che
pure mirano a dare stabilità alla società. In verità, le culture umane di
ogni tempo e luogo, dal nord al sud del mondo, hanno ‘lavorato’ la
natura, producendo forme di vita sociale e di convivenza per abitare
il mondo, comunicare, associarsi. Certamente la rivelazione cristiana
ha provocato un urto con queste prassi e questi istituti culturali, che
diventeranno inaccettabili, e la Chiesa annuncerà il matrimonio monogamico
e indissolubile come emerge dal Vangelo di Gesù Cristo.
Ma non si fi nisca per affermare superfi cialmente che l’annuncio cristiano
è ‘naturale’ e che tutte le altre forme famigliari sono solo degne
di disprezzo, perché questo non è secondo lo spirito cristiano.
Un nucleo importante del confronto sinodale
Occorre mettere in risalto che papa Francesco ha voluto che il sinodo
potesse svolgersi in uno spazio di grande libertà: i padri sinodali
sono stati invitati a prendere la parola liberamente, a esprimersi con
parrhesía, con franchezza, anche a costo di confl itti e contrapposizioni.
Questi, se vissuti nella carità cristiana e senza dare origine a scismi,
rigetti e condanne dell’altro, si mostrano fecondi e capaci di sottomettersi
alla guida dello Spirito santo che il Signore ha promesso alla sua
chiesa e ai suoi pastori riuniti per ascoltare proprio «ciò che lo Spirito
dice alle chiese» (Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22) e quindi per intravedere
i cammini necessari nella storia e nella compagnia degli uomini. Va
detto che nella prassi recente dei sinodi post-conciliari non si è mai
data una tale libertà nel confronto e, di conseguenza, si registra un’atmosfera
nuova, senza precedenti. Per salvaguardare la libertà dei padri
e per venire incontro a quanti temevano questa inedita franchezza
nel confronto, papa Francesco ha voluto che i diversi interventi non
fossero pubblicizzati e alla fi ne dell’assise straordinaria dello scorso
anno ha ricordato che il sinodo si è svolto e si svolge secondo la grande
tradizione cum Petro et sub Petro, cioè con il papa presente, al
quale spetta personalmente il discernimento fi nale.

 

Quanto al tema del sinodo, è incandescente perché è in gioco non
tanto una disciplina diversa riguardo al matrimonio, alla famiglia e alla
sessualità, bensì il volto di Dio, un volto che noi cristiani conosciamo
solo nel volto di Gesù Cristo, colui che ci ha narrato, spiegato, fatto
conoscere (exeghésato: Gv 1,18) Dio. È in gioco il volto del Dio misericordioso
e compassionevole, come sta scritto nel suo Nome santo
dato a Mosè (cfr. Es 34,6) e come Gesù ci ha rivelato attraverso le sue
azioni e le sue parole, mai castigando i peccatori, mai punendoli, ma
perdonandoli ogni volta che li ha incontrati, e così spingendoli alla
conversione. Il nodo famiglia-matrimonio ha suscitato nel sinodo del
2014 e susciterà nel prossimo sinodo diffi coltà e confl ittualità, resistenze
e animosità in diversi padri, rivelando però che le differenze
portano spesso il segno della regione e della cultura di provenienza,
come mai era avvenuto nella Chiesa cattolica.
Il sinodo non dimentica né può contraddire le parole di Gesù riguardo
alla fedeltà matrimoniale contenute nei vangeli (cfr. Mc 10,1-11;
Mt 5,31-32; 19,1-9; Lc 16,18) e riprese dall’Apostolo Paolo (cfr. 1Cor
7,10-11). Di fronte al divorzio – permesso dalla Torah ma contestato e
condannato, non lo si dimentichi, dai profeti (cfr. Ml 2,13-16) – Gesù
non sceglie la via della casistica, non si esprime come «dottore della
Legge», ma risale in modo profetico all’intenzione del Legislatore e
Creatore e nega ogni possibilità di rottura del vincolo nella storia d’amore
tra un uomo e una donna: «Nell’in-principio non fu così […] I
due diventeranno una sola carne. L’uomo non divida quello che Dio
ha congiunto!» (Mt 19,6.8; cfr. Mc 10,6.9). Queste parole di Gesù risuonano
come un annuncio, una buona notizia e non vogliono essere
una ‘legge’ che farebbe di Gesù un maestro più rigorista degli altri
suoi contemporanei. Proprio per averle comprese come ‘annuncio’,
la Chiesa apostolica riprenderà le parole stesse di Gesù, ma con la
parrhesía di operare un discernimento in situazioni concrete. Ce lo
testimoniano il vangelo secondo Matteo, che introduce l’eccezione del
caso di fornicazione (parektòs lógou porneías: Mt 5,32; mè epì porneía:
Mt 19,9), e lo stesso Paolo, con il cosiddetto ‘privilegio paolino’ (cfr.
1Cor 7,12-15).

 

L’annuncio del matrimonio cristiano è chiaro, esigente, perché nel
rapporto tra uomo e donna, che vivono una storia d’amore, che sono
legati nell’alleanza della parola data, è signifi cata l’alleanza fedele tra
Dio e il suo popolo: ma occorre mantenere viva la coscienza che noi
non siamo mai capaci di manifestare pienamente la fedeltà di Dio,
il quale è fedele anche se il suo popolo è sempre infedele. Questo
messaggio esigente noi cristiani dovremmo comunicarlo mettendoci
in ginocchio e dicendo umilmente che è una parola del Signore, non
nostra, una parola che annunciamo senza presunzione né arroganza,
sapendo che vivere il matrimonio nella fedeltà e nell’amore rinnovato
è un’opera ardua, diffi cile, faticosa, impossibile senza l’aiuto della
grazia di Dio, e in ogni caso mai vissuta pienamente, ma sempre contraddetta
da miserie, debolezze e da quell’egoismo che ci abita fi no
alla morte.

 

Questo annuncio evangelico non può certo essere mutato dalla
chiesa, anche se scandalizza non solo il mondo, ma gli stessi cristiani,
come dimostra la reazione dei discepoli alle parole di Gesù: «Se questa
è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi
» (Mt 19,10). Ma di fronte a questa chiara volontà di Gesù, la
chiesa, proprio nell’annunciarla in verità, senza cambiare la dottrina,
deve avere il coraggio di esprimerla con parole nuove, comprendendo
sempre meglio tale annuncio. Come affermava papa Giovanni XXIII,
riferendosi al compito che attendeva il Concilio: «Non è il Vangelo
che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio» (24
maggio 1963).
Per questo, nella convinzione che la forma e l’identità della famiglia,
molto diversifi cata nelle diverse società e culture, mutata a più
riprese nel corso dei secoli, nel nostro occidente ha conosciuto pro
fondi e rapidi cambiamenti negli ultimi decenni, oggi noi chiesa dobbiamo
porci in ascolto delle famiglie, o meglio degli uomini e donne
del nostro tempo, che vivono la storia del matrimonio in un modo
nuovo rispetto al passato. La Chiesa deve guardare in faccia gli uomini
e le donne di oggi, le loro fragilità e debolezze, e non solo il loro
desiderio di famiglia, come dicono più volte i documenti sinodali, ma
anche le paure e le incertezze riguardo alla famiglia. Solo da un ascolto
attento, amoroso, non prevenuto e non presuntuoso dell’attuale fatica
a costruire e a vivere la famiglia, potrà nascere uno sguardo su di essa
e sulle sue vicende segnate da gioiosa beatitudine ma a volte anche
da sofferenza e morte. Non si dimentichi, inoltre, che il giudizio sulla
realtà matrimoniale è rappresentato dalle parole radicali di Gesù:
«Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio
con lei nel proprio cuore» (Mt 5,28). Sono parole che interrogano
tutti: chi dunque non è mai stato adultero? Chi non ha commesso
questo peccato? Nelle storie d’amore il cammino è accidentato, e anche
per i credenti può accadere la contraddizione all’alleanza nuziale.
Può anche avvenire la separazione, che a volte addirittura si impone e
non è certo un peccato né una colpa, come papa Francesco ha ricordato
recentemente:

 

Ci sono casi in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare persino
moralmente necessaria, quando si tratta di sottrarre il coniuge più debole, o
i fi gli piccoli, alle ferite più gravi causate dalla prepotenza e dalla violenza,
dall’avvilimento e dallo sfruttamento, dall’estraneità e dall’indifferenza.
Non mancano, grazie a Dio, coloro che, sostenuti dalla fede e dall’amore per
i fi gli, testimoniano la loro fedeltà a un legame nel quale hanno creduto, per
quanto appaia impossibile farlo rivivere. Non tutti i separati, però, sentono
questa vocazione. Non tutti riconoscono, nella solitudine, un appello del
Signore rivolto a loro (Udienza generale del 24 giugno 2015).
Sì, oggi molti cristiani si trovano in questa situazione di lacerazione,
e la loro presenza deve interrogare tutta la chiesa, perché non tutti
dopo la separazione hanno la capacità di vivere in una solitudine, in
una situazione di «eunuchia» che può essere solo un dono. «Chi può
fare spazio, faccia spazio» (Mt 19,12), ha detto Gesù, ma può fare
spazio colui al quale è stato fatto questo dono! Ecco allora che conosciamo
storie d’amore che ricominciano e che sovente si mostrano
più feconde e più salde di quella precedente. Di fronte a queste situazioni,
tutta la chiesa comprende che non può avere l’atteggiamento
di cinquant’anni fa, quando dichiarava i membri della nuova coppia
pubblici peccatori e concubini. Tutta la chiesa oggi vuole che queste
persone divorziate trovino in essa accoglienza, non siano giudicate ma
ricevano uno sguardo di fraternità e di misericordia nelle loro vicende,
perché tutti, proprio tutti siamo peccatori; l’unica differenza è solo
che alcuni peccati sono manifesti, mentre la maggior parte dei nostri
peccati sono nascosti… Occorrerebbe imparare da Gesù lo sguardo
misericordioso e umano che vede l’amore là dove gli uomini religiosi
vedono solo il peccato, come appare nell’episodio della prostituta entrata
in casa del fariseo Simone durante il banchetto (cfr. Lc 7,36-50).
Occorrerebbe imparare a vedere anche l’amore, non solo il peccato,
nelle situazioni che uomini e donne mettono in atto faticosamente, in
modo a volte maldestro, spesso contraddittorio, sempre sofferto, per
dare forma a storie o almeno a vicende di amore. Perché dietro a situazioni
che vengono etichettate come irregolari o peccaminose, spesso
sta l’umana ricerca di amore, di amare e di essere amati. E dell’amore
non ci si dovrebbe mai vergognare.

 

Ma questo può bastare? Questo può essere vissuto dai divorziati
senza che si sentano esclusi dalla pienezza della vita ecclesiale, di cui la
partecipazione alla tavola eucaristica è segno ma anche nutrimento essenziale?
I divorziati, consapevoli del fallimento del loro matrimonio,
dell’essere venuti meno all’alleanza, si domandano però perché monaci,
religiosi, presbiteri, quando vengono meno alle promesse fatte
solennemente davanti alla Chiesa, all’alleanza stretta con Dio, quando
la smentiscono con l’abbandono, non subiscono nessuna esclusione
dall’eucaristia. San Tommaso d’Aquino afferma che la Chiesa non
può mai sciogliere i voti religiosi1, eppure… Perché questa disparità
di trattamento in una disciplina dettata da chierici che vivono più o
meno bene il loro celibato e non conoscono la fatica e le diffi coltà del
matrimonio?

 

In questo dibattito emergono in modo chiaro le proposte che si domandano
se l’eucaristia, il sacramento della comunione con Cristo e
con la Chiesa, non possa essere a certe condizioni per alcuni divorziati
risposati un viatico per la remissione dei peccati e la viva appartenenza
al corpo di Cristo. Non si tratta – come si dice banalmente – di ammettere
i divorziati alla comunione eucaristica, bensì di individuare
dei cammini penitenziali che abbiano come possibile esito anche la
ritrovata comunione eucaristica vissuta nell’assemblea della Chiesa di
Dio insieme a tutte le sorelle e i fratelli cristiani. Per la chiesa cattolica
è diffi cile percorrere, come fa la Chiesa ortodossa, la via dell’oikonomía,
e quindi contemplare la possibilità di nuove nozze, secondo
la prassi prevista fi n dal canone 9 di Basilio di Cesarea2, e ripreso dal
Concilio in Trullo del 691-6923, che assume l’eccezione matteana
all’indissolubilità matrimoniale. Tuttavia, di fronte al fallimento irreversibile
dovuto alla morte dell’amore, alla morte della relazione, alla
trasformazione della vita insieme in un inferno quotidiano e in un rendersi
più cattivi l’un l’altro, la Chiesa cattolica potrebbe indicare un
cammino di penitenza, affi nché su ogni peccato, una volta commesso,
regni la misericordia del Signore, come Gesù ci ha narrato nella sua
vita in mezzo ai peccatori.

 

Se il matrimonio da loro contratto non era nullo, per i divorziati risposati
si tratta innanzitutto di essere pienamente consapevoli del loro
fallimento e delle proprie responsabilità in merito. Essi dovrebbero
poi assolutamente «compiere ogni giustizia» (cfr. Mt 3,15) che si impone
verso il coniuge lasciato e i fi gli nati dal precedente matrimonio.
Così, mostrando la saldezza e la sincerità della nuova storia d’amore,
dando prova di fedeltà reciproca, vivendo una vita cristiana nelle
loro comunità ecclesiali e dando testimonianza quotidiana al Vangelo
potrebbero desiderare l’accesso all’eucaristia come sacramento della
remissione dei peccati4, viatico nel cammino verso il Regno5 e segno
epifanico dell’appartenenza all’unico corpo di Cristo. Occorre tenere
conto del valore medicinale e nutritivo dell’eucaristia: dal battesimo
fi no alla morte il cristiano resta sempre in via, viator, un viandante che
abbisogna del viatico eucaristico, del farmaco che possa sostenerlo
nella fede e possa far trionfare la misericordia di Dio sulle debolezze
umane.
Questo cammino, lungo e perseverante, dovrebbe svolgersi sotto il
giudizio del vescovo della chiesa cui i divorziati risposati appartengono,
il quale può sempre incaricare e delegare l’accompagnamento dei
coniugi a un presbitero esperto in umanità e capace di discernimento.
Come diceva il cardinal Martini: «La domanda se i divorziati possono
ricevere la comunione andrebbe rovesciata: come può la chiesa venire
in loro aiuto con la forza dei sacramenti?». Questa possibilità non muterebbe
certo la dottrina cattolica, ma cambierebbe solo la disciplina
attuale e, in ogni caso, sarebbe un racconto convincente della misericordia
e della compassione del nostro Dio, che in Gesù Cristo ci ha
dato la remissione dei peccati. Non solo, ma «ha dato un tale potere
(di rimettere i peccati; cfr. Mt 9,6) agli uomini» (Mt 9,8), cioè ha dato
alla Chiesa questa exousía.

 

Conclusione
L’11 ottobre 1962 papa Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano
II, affermava: «Quanto al tempo presente, […] la sposa di Cristo preferisce
usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le
armi del rigore […] La chiesa vuole mostrarsi madre amorevolissima
di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i
fi gli da lei lontani». È signifi cativo che papa Francesco, quasi raccordandosi
a queste parole, abbia detto in un discorso ai parroci di Roma
(6 ottobre 2014): «Questo nostro tempo è proprio il tempo della misericordia.
Di questo sono sicuro […] Noi stiamo vivendo in tempo
di misericordia». Ciò che è chiesto alla Chiesa, anche nel prossimo
sinodo, è di mettere in pratica, di trasformare in atti tali parole.

 

1 Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae II-II, q. 88, a. 11: «Non è possibile che
un prelato della chiesa faccia sì che chi ha emesso un voto solenne cessi dalla sua
consacrazione, oppure che chi è sacerdote cessi dall’essere sacerdote … Per lo stesso
motivo, il papa non può far sì che uno il quale abbia fatto professione religiosa non sia
religioso; sebbene alcuni giuristi, per ignoranza, dicano il contrario».
2 In P.-P. Joannou, Fonti, Discipline générale antique (IVe-IXe s.), t. 2, Les Canons des
Pères Grecs, Tipografi a italo-orientale, Grottaferrata (Roma) 1963, pp. 108-109.
3 Cfr. canone 87, in Corpus christianorum, Conciliorum oecumenicorum generaliumque
decreta, vol I. The Oecumenicals Councils. From Nicaea I to Nicaea II (325-787), Brepols,
Turnhout 2006, pp. 283-284.
4 Cfr. Concilio di Trento, sess. XIII (11 ottobre 1551), Decreto sul sacramento
dell’eucaristia: «Il Signore nostro […] volle che questo sacramento fosse ricevuto come
il cibo spirituale delle anime (cfr. Mt 26,26; Gv 6,27), perché ne siano alimentate e
fortifi cate, vivendo della vita di colui che disse: “Chi mangia questo pane, vivrà in
eterno” (Gv 6,57) e come l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe d’ogni giorno
e preservati dai peccati mortali». In H. Denzinger - P. Hünermann, Enchiridion
symbolorum defi nitionum et declarationum de rebus fi dei et morum. Edizione bilingue,
EDB, Bologna 1995, § 1638 (pp. 678-679).
5 Il Concilio di Trento (sess. XXII, 17 settembre 1562, Dottrina e canoni sul sacrifi cio
della messa) afferma anche il valore ‘penitenziale’ dell’eucaristia, partecipando alla
quale «cum vero corde et recta fi de, cum metu ac reverentia, contriti et paenitentes»
sono rimessi «crimina et peccata etiam ingentia». In ibi, § 1743 (pp. 722-723

Ultimo aggiornamento ( Sabato 26 Settembre 2015 08:48 )

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

gesumaestro