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Risposte del papa ai giornalisti nel viaggio di ritorno dalla GMG

 
La tradizionale conferenza stampa di Francesco è stata introdotta dal direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, al suo ultimo viaggio papale in questa veste.
 
Prima di ascoltare le domande — poste in italiano tranne l’ultima rivolta in spagnolo — il Papa ha così salutato i giornalisti. Buonasera, e vi ringrazio del vostro lavoro e della vostra compagnia. Vorrei dare a voi, perché siete compagni di lavoro, le condoglianze per la morte di Anna Maria Jacobini. Oggi ho ricevuto la sorella, il nipote e la nipote, erano tanto addolorati di questo... È una cosa triste di questo viaggio. Sotto lo sguardo di monsignor Mauricio Rueda Beltz, organizzatore del viaggio, il Papa indossa il panama donatogli dai giovani della nazione centramericana che ospiterà la giornata mondiale della gioventù. Poi vorrei ringraziare padre Lombardi e Mauro [De Horatis], perché questo sarà l’ultimo viaggio che fanno con noi. Padre Lombardi è stato a Radio Vaticana più di 25 anni e poi nei voli 10. E Mauro 37, 37 anni incaricato dei bagagli nei voli. Ringrazio tanto Mauro e padre Lombardi. E poi alla fine ringrazieremo con una torta...
E sono a vostra disposizione. Il viaggio è breve... Faremo di fretta questa volta.
 
[Magdalena Wolinska - Tvp) Nel suo primo discorso al Wawel, appena dopo l’arrivo a Cracovia, ha detto che è contento di iniziare a conoscere l’Europa centrorientale proprio dalla Polonia. A nome della nostra nazione, vorrei chiederle come ha vissuto questa Polonia in questi cinque giorni? Come le è sembrata?
 
Era una Polonia speciale, perché era una Polonia “invasa” ancora una volta, ma questa volta dai giovani! Cracovia, quello che ho visto, l’ho vista tanto bella. La gente polacca è tanto entusiasta... Guarda questa sera: con la pioggia, lungo le strade, e non solo i giovani, anche le vecchiette... È una bontà, una nobiltà. Io avevo un’esperienza della conoscenza dei polacchi quando ero bambino: dove lavorava papà sono venuti a lavorare, dopo la guerra, tanti polacchi. Era gente buona... e questo mi è rimasto nel cuore. Ho ritrovato questa bontà vostra. Una bellezza. Grazie!
 
[Urzula Rzepczak - Polsat] I nostri figli giovani sono rimasti commossi dalle sue parole, che corrispondono molto bene alla loro realtà e ai loro problemi. Ma lei anche usava, nei suoi discorsi, le parole e le espressioni proprie del linguaggio dei giovani. Come si è preparato? Com’è riuscito a dare tanti esempi così vicini alla loro vita, ai loro problemi e con le loro parole?
 
A me piace parlare con i giovani. E mi piace ascoltare i giovani. Sempre mi mettono in difficoltà, perché mi dicono cose alle quali io non ho pensato o che ho pensato a metà. I giovani inquieti, i giovani creativi... A me piace, e da lì prendo quel linguaggio. Tante volte devo domandare: “Ma cosa significa questo?”, e loro mi spiegano cosa significa. A me piace parlare con loro. Il nostro futuro sono loro, e dobbiamo dialogare. È importante questo dialogo tra passato e futuro. È per questo che io sottolineo tanto il rapporto fra i giovani e i nonni, e quando dico “nonni” intendo i più vecchi e i non tanto vecchi — ma io sì! — per dare anche la nostra esperienza, perché loro ascoltino il passato, la storia e la riprendano e la portino avanti con il coraggio del presente, come ho detto questa sera. È importante, importante! A me non piace quando sento dire: “Ma questi giovani dicono stupidaggini!”. Anche noi ne diciamo tante! I giovani dicono stupidaggini e dicono cose buone, come noi, come tutti. Ma bisogna ascoltarli, parlare con loro, perché noi dobbiamo imparare da loro e loro devono imparare da noi. È così. E così si fa la storia e così cresce senza chiusure, senza censure. Non so, è così. Così imparo queste parole.
 
[Marco Ansaldo - «La Repubblica»] La repressione in Turchia e i quindici giorni che sono seguiti al golpe, secondo la quasi totalità degli osservatori internazionali, è stata forse peggiore rispetto al colpo di Stato. Perché finora lei non è intervenuto, non ha parlato? Teme, forse, che ci possano essere delle ripercussioni sulla minoranza cattolica in Turchia?
 
Quando ho dovuto dire qualcosa che non piaceva alla Turchia, ma della quale io ero sicuro, l’ho detta, con le conseguenze che voi conoscete. Le ho dette quelle parole... Ero sicuro. Non ho parlato perché non sono ancora sicuro, con le informazioni che ho ricevuto, di cosa stia succedendo lì. Ascolto le informazioni che arrivano in Segreteria di Stato, e anche quelle di qualche analista politico importante. Sto studiando la situazione anche con i collaboratori della Segreteria di Stato e la cosa ancora non è chiara. È vero, sempre si deve evitare il male ai cattolici — e questo tutti lo facciamo — ma non al prezzo della verità. C’è la virtù della prudenza — si deve dire questo, quando, come — ma nel caso mio voi siete testimoni che quando ho dovuto dire qualcosa che toccava la Turchia, l’ho detta.
 
[Frances D’Emilio - Associated Press] È venuto alla luce in Australia che la polizia australiana starebbe indagando su nuove accuse contro il Cardinale Pell, e questa volta le accuse riguardano abusi su minori, che sono molto diverse dalle accuse precedenti. La domanda che io mi faccio e che hanno fatto tanti altri: secondo lei, quale sarebbe la cosa giusta da fare per il Cardinale Pell, data la situazione grave, il posto così importante e la fiducia che gode da parte sua?
 
Grazie. Le prime notizie arrivate erano confuse. Erano notizie di quarant’anni fa e neppure la polizia ci aveva fatto caso in un primo momento. Una cosa confusa. Poi tutte le denunce sono state presentate alla giustizia e in questo momento sono nelle mani della giustizia. Non si deve giudicare prima che la giustizia giudichi. Se io dessi un giudizio a favore o contro il Cardinale Pell, non sarebbe buono, perché giudicherei prima. È vero, c’è il dubbio. E c’è quel principio chiaro del diritto: in dubio pro reo. Dobbiamo aspettare la giustizia e non fare prima un giudizio mediatico, perché questo non aiuta. Il giudizio delle chiacchiere, e poi? Non si sa come risulterà. Stare attenti a quello che deciderà la giustizia. Una volta che la giustizia ha parlato, parlerò io. Grazie.
 
[Hernán Reyes - Télam] Come sta dopo la caduta dell’altro giorno? Vediamo che sta bene. Questa è la prima domanda. La seconda: nella settimana scorsa il segretario generale di Unasur, Ernesto Samper, ha parlato di una mediazione del Vaticano in Venezuela. È un dialogo concreto? È una possibilità reale questa? E come pensa che questa mediazione, con la missione della Chiesa, possa aiutare la stabilizzazione del Paese?
 
Prima la caduta. Io guardavo la Madonna e mi sono dimenticato dello scalino... Ero con il turibolo in mano... Quando ho sentito che cadevo, mi sono lasciato cadere e questo mi ha salvato, perché se io avessi fatto resistenza, avrei avuto conseguenze. Niente. Sto benissimo.
 
La seconda era? Venezuela. Io ho avuto due anni fa un incontro con il presidente Maduro, molto molto positivo. Poi lui ha chiesto udienza l’anno scorso: era una domenica, il giorno dopo l’arrivo da Sarajevo. Ma poi lui ha cancellato quell’incontro, perché era malato di otite e non poteva venire. Poi, dopo questo, ho lasciato passare del tempo e gli ho scritto una lettera. Ci sono stati contatti — tu ne hai menzionato uno — per un eventuale incontro. Sì, con le condizioni che si fanno in questi casi. E si pensa, in questo momento... ma non sono sicuro, e non posso assicurarlo, questo, è chiaro? Non sono sicuro che nel gruppo della mediazione qualcuno... e non so se anche il governo — ma non ne sono sicuro — vuole un rappresentante della Santa Sede. Questo fino al momento in cui sono partito da Roma. Ma le cose sono lì. Nel gruppo ci sono Zapatero della Spagna, Torrijos e un altro, e un quarto si diceva della Santa Sede. Ma di questo non sono sicuro...
 
[Antoine-Marie Izoard - I.Media] I cattolici sono sotto shock — e non solo in Francia — dopo il barbaro assassinio di padre Jacques Hamel nella sua chiesa, mentre celebrava la Santa Messa. Quattro giorni fa, qui, Lei ci ha detto di nuovo che tutte le religioni vogliono la pace. Però questo santo prete di 86 anni è stato chiaramente ucciso nel nome dell’islam. Perché lei, quando parla di questi atti violenti, parla sempre di terroristi ma mai di islam? E poi, oltre alle preghiere e al dialogo, che ovviamente sono essenzialissimi, quale iniziativa concreta lei può avviare o magari suggerire per contrastare la violenza islamica?
 
A me non piace parlare di violenza islamica, perché tutti i giorni quando sfoglio i giornali vedo violenze, qui in Italia: quello che uccide la fidanzata, un altro che uccide la suocera... E questi sono violenti cattolici battezzati! Sono violenti cattolici... Se io parlassi di violenza islamica, dovrei parlare anche di violenza cattolica. Non tutti gli islamici sono violenti; non tutti i cattolici sono violenti. È come una macedonia, c’è di tutto, ci sono violenti di queste religioni. Una cosa è vera: credo che in quasi tutte le religioni ci sia sempre un piccolo gruppetto fondamentalista. Fondamentalista. Noi ne abbiamo. E quando il fondamentalismo arriva a uccidere — ma si può uccidere con la lingua, e questo lo dice l’apostolo Giacomo e non io, e anche col coltello — credo che non sia giusto identificare l’islam con la violenza. Questo non è giusto e non è vero! Ho avuto un lungo dialogo con il Grande Imam dell’Università di al-Azhar e so cosa pensano loro: cercano la pace, l’incontro. Il Nunzio di un Paese africano mi diceva che nella capitale c’è sempre una coda di gente — è sempre pieno! — alla Porta Santa per il Giubileo: alcuni si accostano ai confessionali, altri ai banchi pregano. Ma la maggioranza va avanti, avanti, a pregare all’altare della Madonna: questi sono musulmani che vogliono fare il Giubileo. Sono fratelli. Quando sono stato in Centrafrica sono andato da loro e l’imam è anche salito sulla papamobile. Si può convivere bene. Ma ci sono gruppetti fondamentalisti. E mi domando anche quanti giovani — quanti giovani! — che noi europei abbiamo lasciati vuoti di ideali, che non hanno lavoro, che vanno alla droga, all’alcool... vanno là e si arruolano in gruppi fondamentalisti. Sì, possiamo dire che il cosiddetto Isis è uno stato islamico che si presenta come violento, perché quando ci fa vedere le sue carte d’identità ci fa vedere come sulla costa libica sgozza gli egiziani, o cose del genere. Ma questo è un gruppetto fondamentalista, che si chiama Isis. Ma non si può dire — credo che non sia vero e non sia giusto — che l’islam sia terrorista.
 
Il terrorismo è dappertutto! Lei pensi al terrorismo tribale di alcuni Paesi africani... Il terrorismo — non so se dirlo, perché è un po’ pericoloso — cresce quando non c’è un’altra opzione, quando al centro dell’economia mondiale c’è il dio denaro e non la persona, l’uomo e la donna. Questo è già il primo terrorismo. Hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro. Questo è terrorismo di base contro tutta l’umanità. Pensiamoci.
 
[Javier Martínez Brocal - Rome Reports Tv] Ci ha detto prima, nell’incontro con i volontari, che forse lei non sarà a Panamá. E questo non lo può fare, perché noi la aspettiamo in Panamá!
 
Se io non andrò, ci sarà Pietro!
 
Noi crediamo che ci sarà lei! Le porto da parte dei panamensi due cose: una maglietta con il numero 17, che è la sua data di nascita, e il cappello dei campesinos di Panamá.
 
Ai panamensi, tante grazie per questo. Vi auguro di prepararvi bene, con la stessa forza, la stessa spiritualità e la stessa profondità con la quale si sono preparati i polacchi, gli abitanti di Cracovia e tutti i polacchi.
 

 

Uno solo è il vostro Maestro
e voi siete tutti fratelli.
(Mt 23,8)

Io sono la via, la verità e la vita.
(Gv 14,6)

Non sono più io che vivo
ma Cristo vive in me.
(Gal. 2,20)

 

gesumaestro