Home Spiritualità «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Il cieco di Gerico – Lectio di Mc 10, 46-52 (Cristiano Mauri)

«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Il cieco di Gerico – Lectio di Mc 10, 46-52 (Cristiano Mauri)

 
Il cieco non chiede di recuperare la vista, chiede di vedere. Il verbo è «guardare in alto», verbo dominante nella crocifissione e nella resurrezione
 
«E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.» (Mc 10, 46-52)

 

 
Il contesto del brano
 
Si tratta di un brano di passaggio tra due sezioni di Mc: la sezione del cammino (9, 30-10, 45) e quella che raccoglie gli eventi ultimi tra Gerusalemme e dintorni (11, 1 e ss).
 
L’ambientazione che fa da sfondo all’episodio di Bartimeo è il percorso di salita a Gerusalemme. Il contesto è dunque un cammino che Gesù fa dalla Galilea verso la Giudea.
 
Un contesto che Mc crea pescando molto dal campo semantico che fa riferimento all’«andare» (camminare, strada, salire, seguire sono frequenti nel testo) ma anche allestendo un ambiente tematico ricco e definito, mettendo sul tavolo queste questioni:
 
l’idea di discepolato come Sequela con le sue esigenze e conseguenze, le sue bellezze e asperità (permanere in cammino, farsi guidare, restare su una direzione precisa, accettare una gradualità di esperienza, sostenere la fatica, godere della condivisione, saper lasciare il superfluo…);
il progressivo rivelarsi dell’identità di Gesù e della natura della sua missione con la necessità di passare da una certa comprensione di Lui – parziale, imprecisa… – a un’altra;
i fatti di Gerusalemme come culmine e compimento pieno tanto del percorso di Gesù quanto di quello del discepolo.
Cosa, dunque, ha immediatamente preceduto il brano della guarigione di Bartimeo? Alcuni episodi di incontri e alcuni brevi discorsi di Gesù, tutti – gli uni e gli altri – con un carattere esortativo/formativo nei confronti dei discepoli. Troviamo infatti: il secondo e il terzo annuncio della passione e un richiamo al Figlio dell’uomo quale servo; l’elogio della piccolezza e l’invito ad accogliere i bambini, con le raccomandazioni ad evitare gli scandali; le discussioni sul matrimonio e la legge mosaica; l’incontro con il ricco e l’insegnamento sulla ricchezza; l’invito a farsi servi e l’insegnamento su chi è il più grande.
 
Nel seguire il cammino, ci si accorge perciò che c’è un travaglio in corso in chi fa la stessa strada di Gesù. O meglio, un combattimento a cui, prima o poi, tutti i discepoli devono sottoporsi e che riguarda il ribaltamento delle logiche mondane, l’abbandono delle false immagini di Dio, la fatica dello spogliamento di sé, lo scontro con le proprie resistenze e la propria presunzione di sapere, sapere vedere, saper fare.
 
I discepoli, nel seguire il Maestro attraverso gli episodi citati, appaiono evidentemente in affanno. Nonostante tre anni di Sequela, ancora non vedono Gesù per ciò che davvero è. Hanno percorso la sua strada, si trovano “sulla giusta via”, hanno ascoltato parole illuminanti, eppure…
 
La guarigione di Bartimeo non potrebbe dunque avere miglior collocazione di questa, appena prima dell’ingresso a Gerusalemme e subito dopo aver visto emergere le cecità apparentemente invincibili dei discepoli.
 
Il cieco, che chiama Gesù per nome, che gli dà l’appellativo di «Figlio di David», che domanda di essere illuminato, che da «fuori strada» comincia a seguirlo, diventa termine di paragone determinante per la modalità di sequela di Gesù.
 
Soprattutto per coloro che da tempo camminano con lui, ma che sembrano ostinarsi guardarlo dallo prospettiva sbagliata.
 
Bartimeo mette sul tavolo il vedere, il credere, il seguire – verbi determinanti per il discepolo – interpretandoli in modo esemplare.
 
Lectio
 
Ci interroghiamo circa ciò che il testo dice. Cerchiamo di farlo parlare, decodificandone le immagini, provando a coglierne i messaggi fondamentali, interpretando i ruoli, le parole, i gesti dei personaggi.
 
«E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.»
 
Arrivano in gruppo, al plurale, e riparte anzitutto Gesù, al singolare. L’arrivo e partenza è immediato, nervoso e frettoloso. Quasi che non ci sia tempo da perdere. I discepoli ripartono con Gesù ma la sensazione è che sia Lui a dare il via, a guidare, a stimolare. Il cammino non è una posizione comoda, lo si intraprende sempre per una chiamata.
 
Riparte con molta folla, oltre che con i discepoli. Una doppia cinta di persone racchiude Colui il cui nome è «Dio salva». Gli vanno dietro, sono con Lui, sono “sulla giusta strada”. Muovono da Gerico, la città inespugnabile, dura a morire e più volte ricostruita. Come la cecità? E la cecità di chi? Di Bartimeo o dei discepoli? Gesù sembra dunque stretto da una solida cerchia difensiva. Ne ha davvero bisogno? E cosa difendono? Interessante è il fatto che poi sarà proprio Lui a rompere il cerchio dall’interno.
 
C’è un uomo. Non è uno qualunque. Ha un nome. È una vicenda personale e unica. Non si tratta di “un tale”. Ha nome e cognome: Bartimeo. Se ne conosce l’origine. Si sa che è cieco, “fuori strada”, seduto e mendicante. È forte il contrasto con gli altri: la folla e i discepoli sono figure impersonali. Senza volto, senza nome. Una massa. Un collettivo che non ha volto, che non ha relazione, che non ha identità né libertà, che si muove di pancia. Quel che accade, accade a quell’uomo, non a un altro. A quel cieco, a quell’uomo che è “traviato”, che mendica urlando. Lui ha un nome e chiama Gesù per nome. O forse ha un nome perché chiama Gesù per nome.
 
È menomato e non autosufficiente. Non può che essere tagliato fuori. Emarginato senza rimedio. Inadatto a seguire. Costretto a chiedere, ad essere bisognoso. Questo è “l’uomo che sa il nome di Dio”, che osa e che può chiamare Dio per nome: povero, cieco, emarginato, mendicante.
Costui è cieco e sa di esserlo. È fuori strada e sa dove si trova. È seduto a mendicare ed è conscio della sua situazione. I discepoli gli assomigliano ma non lo sanno.
«Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.»
 
Non vede ma sente. E il suo udire è un vedere chiaro e limpido. La fede nasce sempre da un ascolto. Quello profondo, dallo spessore di relazione, che si offre a un appello, non a una teoria. A un altro che ti sollecita e ti chiama in qualche modo a prendere posizione. È ciò che fa il cieco, che al «Gesù Nazareno» – quello che non ha altra caratteristica che la propria provenienza – attribuisce un titolo forte e preciso. Lo chiama Figlio di Davide, riconoscendogli un ruolo specifico. Ma più ancora lo chiama per nome.
 
È l’unico che in tutto il Vangelo lucano chiama per nome Gesù. È il segno della relazione chiamare per nome. È il segno della conoscenza. Egli sa che in quell’uomo c’è il Dio che salva. Di più: sa che Dio è un Dio che salva. Lo chiama per nome e chiede pietà. Dunque è anche uno che sa che Dio è pietoso e buono. Il cieco “sa” Dio. Ci vede benissimo, prima che gli si aprano gli occhi.
 
Grida e il suo grido è una preghiera precisa, una domanda puntuale, rivolta a un Dio che sembra conoscere bene. È la sua condizione di cieco, seduto, fuori strada e mendicante a metterlo nelle condizioni di pregare. Chi vede Dio? Chi è cieco… ed è consapevole del suo bisogno. Bartimeo è un illuminato poiché sa di non vedere, di essere fermo e fuori strada, sa di dover chiedere. Così entra in relazione personale con Dio chiamandolo per nome.
 
Essere illuminati è scoprire la propria condizione di mendicanza, quella che tocchiamo con mano cercando mille cose senza trovare mai soddisfazione, scoprendo un giorno di essere affamati e assetati di Dio.
«Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”.»
 
Disturba, infastidisce, intralcia il cammino. Ma poi, di cosa stavano parlando i discepoli? Facevano piani sulla spartizione del potere, ragionavano di chi fosse il più grande, progettavano come gestire la resa dei conti a Gerusalemme. Il cieco, a fronte dei loro “grandi” discorsi non è una priorità: ci sono cose più importanti da affrontare, c’è la battaglia decisiva da combattere, le frasi di Gesù da comprendere.
 
L’uomo mendicante non è un’urgenza, può aspettare e non deve essere di inciampo. È solo un dettaglio e quando le questioni si fanno grosse mica ci si può perdere nei particolari. Invece chi non coglie i dettagli è semplicemente cieco, o almeno miope. Crede di vedere ma gli sfugge la complessità delle cose e non percepisce le sfumature della realtà. I discepoli non vedono il cieco perché sono ciechi. Hanno camminato con Gesù ma ancora non hanno gli occhi del Vangelo. Non vedono il cieco con gli occhi di Gesù e, paradossalmente, nemmeno vedono lui con gli occhi del cieco. Quel grido per loro è solo un rallentamento.
 
C’è qualcosa che intende impedire il dialogo di salvezza tra il povero che grida e Dio che lo ascolta. Qualcosa che spezza la preghiera. Che vuol convincere della sua inutilità e inefficacia. Che dice l’indegnità del grido davanti a Dio. Cos’è questo principio che si insinua tra l’uomo mendicante e il Dio che salva? Cos’è questo divisore che interrompe la relazione tra chi cerca la luce e Colui che la dà?
 
È sconcertante che l’ostacolo sia costituito da coloro che dovrebbero favorire l’incontro. Sono un ostacolo perché credono di vedere, perché pensano di camminare, perché sono convinti di saper ascoltare e discernere ciò che Dio gradisce e ciò che rigetta. Perfino per fede si può essere scandalosi. Quelli che sembrano essere “sulla buona strada”, sono decisamente “fuori strada”.
 
«Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”.»
 
La fermata di Gesù è di una bellezza straordinaria. Il grido del povero blocca Dio, lo sequestra, lo vince, lo convince. Tutto si ferma, le priorità vengono ristabilite, i criteri di giudizio riformati: prima l’uomo, poi il resto; e tra gli uomini, prima il povero che grida. È il grido di un dolore, qualunque dolore sia: davanti ad esso Dio si ferma. L’ordine di Gesù, perentorio e cristallino, è quello di un’urgenza, di un’emergenza inderogabile.
 
Ora è chiaro che coloro che intendevano evitare intralci a Gesù sono piuttosto loro il vero intralcio. Gesù rompe la cerchia e realizza la relazione da Lui favorita e dal cieco desiderata. Gesù spezza ancora una volta gli schemi interpretativi. Ciò che per i discepoli era una perdita di tempo per Lui è tempo guadagnato; ciò che per loro non era essenziale per Lui è sostanziale. I discepoli da occasione di morte diventano strumenti di vita: è la Pasqua che sarà vissuta a Gerusalemme, anticipata qui in modo profetico.
 
Dà un ordine e lo dà a quelli che costituivano un inciampo. Che comincino ad aprire gli occhi, che comincino a cambiare. Con la potenza sanante di Gesù si può passare in un istante dalla cecità alla vista, dalla stoltezza alla sapienza, dalla resistenza a Dio alla collaborazione. Splendida consolazione pasquale.
 
I discepoli ora addirittura incoraggiano, come i più convinti sostenitori dell’incontro. Si dimostrano docili, in fondo. È consolante: non ci sono resistenze che possano costituire un impedimento definitivo. Il loro scandaloso frapporsi tra il cieco e Gesù diventa una virtuosa mediazione.
«Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.»
 
Getta via tutto ciò che ha, lascia il suo stato di immobilità e va da Gesù. È interessante il confronto con l’uomo ricco che va da Gesù “con tutto addosso” senza riuscire a liberarsene. Il cieco getta via anche il niente che possiede. Quel mantello è la sua casa, il luogo dell’elemosina, lo spazio del riposo, lo strumento di lavoro. Gettare il mantello è la determinazione a uscire da una condizione che più che dimora gli faceva da prigione.
 
Va da Gesù, senza indugio. Lo punta, lo raggiunge. Ne segue la voce, si lascia guidare, non teme di abbandonarsi alla chiamata. Gesù passa, il cieco grida, Gesù lo fa chiamare, il cieco va, inizia il dialogo. Bellissima dinamica che ha tutto il sapore della reciprocità nella relazione.
«Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”.»
 
La domanda di Gesù è di una forza straordinaria. È una messa a servizio reale. Non va presa come un artificio dialettico, come se in realtà a Gesù la risposta non interessasse, come se fosse una finzione. Dobbiamo credere a questo Dio in ascolto autentico dei desideri dell’uomo e a servizio della realizzazione delle attese di salvezza. Già posta a Giacomo e Giovanni che domandavano di poter chiedere qualcosa, quella domanda ha avuto come risposta la richiesta della gloria. Ai due discepolo Gesù aveva risposto che non sapevano quel che chiedevano, mentre costui sembra sapere molto bene cosa chiedere.
 
Il cieco non chiede di recuperare la vista, chiede di vedere. Il verbo è «guardare in alto», verbo dominante nella crocifissione e nella resurrezione. Si tratta di sollevare lo sguardo o, in un certo senso, di vedere le cose dall’alto. Il cieco chiede “la visione”, chiede di entrare dentro quella prospettiva di sguardo che è propria di Dio e che coglie il senso profondo dell’esistenza dell’uomo e della presenza delle cose.
 
L’illuminazione sta tutta nel sapere di essere ciechi e domandare la luce. L’illuminazione è vedere il proprio essere figli davanti al Padre. Questa figliolanza è la gloria autentica dell’uomo. Il Suo amore e il nostro essere fratelli è la vera illuminazione che cambia l’esistenza. Questo è l’ultimo dei miracoli. Il miracolo autentico è dunque l’illuminazione. Tanto quella del cieco quanto quella degli apostoli.
«E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.»
 
È la fede a salvare l’uomo. Concetto fortissimo. La fede, non Gesù. La fede è ciò che salva. Quella fede che ha la consistenza di un vuoto più che di un pieno. Il cieco grida un vuoto, denuncia una mancanza. Il suo è un grido da istinto di sopravvivenza più che da certezza teologica. Interessante: nella fede sembra si debba procedere per scavo progressivo più che per accumulo. Il prototipo del discepolo, Bartimeo, è di un’essenzialità disarmante. È un grido di vuoto fatto solo di un nome pronunciato. La salvezza sua sta tutta lì.
 
In cosa consiste il vedere? È quella sequela nella quale il cieco comincia a camminare e lungo la quale dovrà, alla fine, mantenersi vuoto, spoglio, mendicante. Ora il cieco è a sua volta “sulla giusta strada”, o forse lo era già pur essendo seduto ai margini della via.
 
L’illuminazione della fede appare molto concreta nell’episodio di Bartimeo: si tratta di ascoltare, gridare, alzarsi, gettare, andare, chiedere…
 
Meditatio
 
Sono numerosissime le piste di riflessione che questo racconto apre e lungo le quali interrogarsi secondo le domande tipiche della meditatio: cosa mi dice questo racconto? In che modo interpella la mia vita? Quale buona notizia contiene per me? Quali elementi di me mobilita?
 
Ne raccogliamo tre.
 
1. Il vuoto del cieco.
 
Pare uno che meno di così non può avere. La vita l’ha già scavato, spogliato, semplificato suo malgrado. Il mantello gettato dice dunque di una disposizione interiore più che un fatto esteriore, un’attitudine profonda a cercare l’essenziale. Bartimeo è un uomo libero e liberato. Questo fa di lui un uomo recettivo, capace di accogliere, desideroso di essere colmato.
 
Non è lo stato materiale a garantirlo. Non è vero che tutti i poveri cercano Dio, alcuni cercano la ricchezza. Ma resta il fatto che quel vuoto è la miglior condizione per vedere.
 
Il pericolo è il daltonismo divino. Non essere recettivi rispetto ai Suoi colori. Può esserci una quantità di cose che impediscono alla nostra fede di essere un grido essenziale, un’accorata richiesta di relazione.
 
2. L’inciampo dei discepoli
 
C’è da evangelizzare anche il modo con cui guardiamo alle nostre resistenze e alle nostre goffaggini da discepoli. È un indice serio dello stato di salute della nostra fede il modo con cui reagiamo ad esse, le consideriamo, le gestiamo, le lasciamo convertire.
 
L’episodio di Bartimeo invita a una sana autoironia, a una incrollabile fiducia nella capacità sanante della Parola, a uno sguardo pasquale sulla nostra esperienza di fede ma anche sui meccanismi della nostra umanità, ad allenare non tanto l’infallibilità, quanto la prontezza rispetto ai cambi di direzione.
 
3. Il tema della strada
 
Siamo figli di un cattolicesimo forse così preoccupato di non perdere la strada da spingere all’immobilismo. Meglio star fermi che sbagliare direzione. Eppure il Vangelo pare non funzioni così. «Chi si ferma è perduto» bisognerebbe piuttosto dire. La preoccupazione di non andare fuori strada sembra abbia avuto più frequentemente il sopravvento rispetto al gusto dell’andare, come se l’unica cosa che contasse fosse il non apparire fuori dalle righe.
 
Eppure chi sa il nome di Dio sembra essere l’uomo «fuori strada».
 
Questo deve invitarci a guardare con occhi diversi gli sbandamenti, i tempi di crisi, i dubbi di fede, le situazioni di peccato. Sono anch’esse occasioni, perfino favorevoli.
 
Va ricordato poi che di cammino reale si tratta con tutto ciò che camminare significa. E che il cammino consiste in una vita ogni giorno assunta come figli del Padre e fratelli di ogni uomo e donna.
 
Contemplatio
 
Il volto di Dio che emerge dall’episodio è di un bellezza rara.
 
È un Dio che passa. Che ascolta il grido dell’uomo. Che fa della persona una priorità assoluta. Che è ricco di pietà. Che include chi è ai margini. Che pazienta con chi è duro di cuore. Che non si spaventa delle lentezze degli uomini. Che trasforma in risorsa ciò che pare ostacolo. Che non considera nulla e nessuno come oggetto di scarto. Che riempie il vuoto di chi ha chiede il vero cibo. È un Dio che cerca la relazione. È un Dio in cammino.