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Paolo VI "il timoniere in mezzo alla tempesta"

 
"La Chiesa in uscita di Paolo VI" (Tau editrice) di Aldo Maria Valli
 
Se pensiamo ai papi e ai pontificati più recenti, a partire da Giovanni XXIII, viene facile accostare a ogni nome un aggettivo o una caratteristica. Per Roncalli è la bontà, per Giovanni Paolo I sono il sorriso e la mitezza, per Giovanni Paolo II il coraggio, per Benedetto XVI la sapienza teologica, per Francesco la misericordia e l’umiltà. Solo nel caso di Paolo VI si resta perplessi. Come catalogarlo, come descrivere la sua personalità, come sintetizzare il suo operato con un solo concetto o una sola espressione? Non si può. E questa difficoltà già dice qualcosa. Non è possibile incasellare Paolo VI, esattamente come non è possibile riassumere in un solo aggettivo il periodo storico complesso e poliedrico, al tempo stesso drammatico ed entusiasmante,nel quale fu chiamato  a governare la barca di Pietro.

 

1963 – 1978. Bastano le date di inizio e fine del pontificato montiniano per capire in quale clima e temperie il papa bresciano si trovò alla guida della Chiesa. Una Chiesa, a sua volta, segnata da sommovimenti e trasformazioni senza precedenti.
 
Eletto nei favolosi anni Sessanta, in mezzo a sconquassi sociali e geopolitici inediti per profondità e rapidità degli accadimenti, restò sulla tolda per tre lustri, fino al 1978, annus horribilis segnato, per quanto riguarda il nostro paese, dal rapimento di Aldo Moro e dalla sua uccisione a opera delle Brigate Rosse, quel Moro di cui Giovanni Battista Montini era amico e per la cui salvezza arrivò a lanciare un appello in ginocchio ai terroristi.
 
In quegli anni non si trattava, per il successore di Pietro, di tenere semplicemente la rotta. La questione era come garantire alla barca di restare a galla in mezzo a tempeste continue e spesso sovrapposte. Logico che Montini scontentò molti, a destra come a sinistra.
 
? il destino a cui va incontro chi si trova ad avere responsabilità di governo nella tormenta, quando tutti i punti di riferimento tradizionali sembrano venir meno e ogni percorso rischia di apparire come un vicolo cieco destinato ad alimentare altri dubbi e altre polemiche.
 
Ecco, Paolo VI fece il timoniere in mezzo alla tempesta. Ma lo fece. E questo gli va riconosciuto. Non si sottrasse mai. In alcuni casi da parte sua ci furono probabilmente  errori di valutazione e di strategia, ma non abbandonò il posto di comando. E riuscì a mantenersi in equilibrio fra tradizione e innovazione senza sacrificare nulla del depositumfidei e proponendo anzi alla Chiesa una prospettiva di speranza.
Ci si pensa raramente, ma Paolo VI, troppo facilmente descritto come grigio e dimesso, è stato in realtà il papa delle prime volte. Fu il primo a viaggiare in aereo, con trasferte memorabili  come quelle in Terra Santa, in India, in Uganda. Fu il primo a tenere un discorso davanti all’assemblea delle Nazioni Unite. Il primo a recarsi in Turchia, culla dell’evangelizzazione.
 
Il primo a riallacciare rapporti di amicizia, dopo secoli di scomuniche, anatemi e sospetti, nei confronti dei fratelli cristiani ortodossi, con il memorabile abbraccio al patriarca Atenagora. Il primo a celebrare una messa, in Colombia, per i poverissimi campesinos. Il primo a concedere un’intervista a un giornalista (e, si aggiunga, di una testata non clericale).
 
E poi ci sono le sue iniziative profetiche. Per dar seguito al metodo del Concilio Vaticano II istituì il sinodo dei vescovi, organismo che ora Francesco intende rilanciare. E ancora: inventò la giornata mondiale della pace, che dal 1968 la Chiesa cattolica celebra il primo gennaio di ogni anno; riformò la curia romana nel senso della semplicità e della sobrietà; si liberò del triregno, la tiara papale simbolo del triplice potere del papa,  e ne donò il ricavato ai poveri.
 
Si potrebbe continuare a lungo. La sostanza è che Paolo VI, pur in anni così turbolenti, non si tirò indietro, né si limitò a gestire l’ordinaria amministrazione in attesa di tempi migliori, ma prese iniziative epocali e fu un pastore profetico, la cui impronta è rintracciabile ancora oggi.
 
Significativo è che, quando si chiede ai protagonisti della Chiesa dei nostri tempi quali pastori del passato abbiano contato di più per la loro formazione spirituale e per il loro modo di guardare alla sfida dell’evangelizzazione, il nome di Montini non manchi mai.
 
Roberto Paglialonga, con La Chiesa in uscita di Paolo VI, fa capire fin dal titolo quanto sia grande e attuale l’eredità lasciata da quel pontefice. Lo fa con linguaggio semplice, con ampia documentazione e mediante testimonianze preziose, che ci restituiscono un’immagine viva di quel papa che non solo seppe raccogliere la sfida conciliare lanciata da Giovanni XXIII, e già questo sarebbe merito enorme, ma si incamminò lungo strade che tutti i successori hanno poi dovuto frequentare, perché ineludibili per la Chiesa.
 
L’Humanae vitae, secondo alcuni, fu il suo grande errore. Se ne può discutere. Ma anche in quel caso non si può negare che Montini andò dritto al problema centrale, oggi ancora più evidente, quando pose la questione cruciale dei limiti da prevedere al dominio dell’uomo sul proprio corpo e si interrogò su come impedire che l’autorità pubblica prenda il sopravvento e si sostituisca alla legge morale, sia naturale sia evangelica.
 
E vogliamo parlare della Populorum progressio, che legò indissolubilmente la questione del progresso a quella dello sviluppo integrale dell’uomo, o della Ecclesiam suam, che è ancora oggi la magna charta per chiunque voglia affrontare il tema del dialogo tra la Chiesa e il mondo?
Davvero il debito che abbiamo nei confronti di Paolo VI è grande, e ben vengano gli studi seri e appassionati come questo di Roberto Paglialonga, che non solo rendono giustizia all’uomo e al pastore, ma ci permettono di riannodare i tanti fili che lo legano ai successori, fino a quel Francesco che, con i suoi richiami alla Chiesa povera e “in uscita”, non fa che raccogliere a sua volta il testimone di Montini.
 
Paglialonga si occupa in particolare dei viaggi internazionali, che spaziarono dal Medio Oriente all’Asia, dall’Europa alle Americhe, dall’Africa all’Oceania. Papa volante e globetrotter prima di Giovanni Paolo II, Paolo VI vide nel viaggio uno strumento privilegiato di evangelizzazione e di dialogo tra fedi e culture, strumento indispensabile per il successore di Pietro nell’epoca della comunicazione e dell’interconnessione.
 
Montini visse il viaggio in tutte le sue dimensioni. Fu pastore sollecito verso i cattolici e fratello affettuoso con i cristiani di altre confessioni e gli appartenenti ad altre religioni. Fu uomo di cultura e punto di riferimento morale. Riuscì a parlare agli umili e agli abbandonati come ai ricchi e ai potenti.  In un mondo che era ancora diviso in blocchi ma incominciava a essere globalizzato, pose le questioni decisive della giustizia sociale e del confronto interreligioso, senza mai stancarsi di battersi per la dignità di ogni essere umano.
 
Stando così le cose, c’è forse una parola che può riassumere l’opera di Montini, anzi un nome: Paolo. Proprio così: il nome che lui scelse. Paolo, il grande missionario, il viaggiatore instancabile, l’apostolo delle genti, l’uomo che conobbe il deserto e le divisioni fra i seguaci di Gesù, colui con il quale la Parola uscì da Gerusalemme e la Legge uscì da Sion, colui che disse “guai a me se non predicassi il Vangelo”, colui che mise in guardia dai falsi dottori, chiese di evitare le discussioni vane e raccomandò di attingere forza dalla grazia di Dio.
 
“Cristo sarà glorificato nel mio corpo”. Così dice Paolo e così si può dire di papa Montini. Ma un’altra espressione paolina gli si attaglia molto bene: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”.
 
Dobbiamo allora  essere grati a chi, come Roberto Paglialonga, ci permette attraverso le sue ricerche di conoscere meglio Paolo VI, apostolo instancabile, missionario generoso, pastore lungimirante. Un grande papa che va riscoperto.