A confronto con l’enciclica «Magnifica humanitas». La finitezza unica via alla trascendenza di Slavoj Žižek

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«Magnifica humanitas» affronta temi che coinvolgono molteplici aspetti dell’esistenza umana. A fronte di questa ampiezza, sulla scorta dell’articolo 13 della lettera enciclica, abbiamo voluto allargare la discussione sui temi sollevati da Papa Leone XIV,  coinvolgendo nella riflessione comune anche persone non appartenenti o strettamente collegate con la Chiesa cattolica,  pubblicando i loro contributi in questa sezione del nostro giornale.

Il capitalismo smodato d’oggi si sta avvicinando a una nuova fase ancor più pericolosa, ovvero quella del feudalismo digitale: un’intelligenza artificiale senza freni e orientata al profitto rischia di concentrare la ricchezza e il potere algoritmico nelle mani di pochi monopoli tecnologici.

Sono molti i critici che portano l’attenzione su diversi aspetti di questa minaccia, ma quello che mancava finora era un’ampia panoramica, scritta in modo chiaro, che proponesse un’analisi del ruolo che l’intelligenza artificiale svolge nelle nostre società, evitando sia la trappola di respingerla come intrinsecamente dannosa, sia quella di elevarla a strumento miracoloso in grado di risolvere i nostri problemi più grandi. Ciò che nessun politico o teorico sociale è riuscito a fare, lo ha fatto in modo insuperabile Papa Leone nella sua Lettera enciclica Magnifica humanitas.

Il punto da cui parte il Papa è che la tecnologia non è mai neutrale, poiché assume le caratteristiche di coloro che la progettano, la finanziano, la regolamentano e la usano. Il Papa insiste sulla necessità di assicurare che le tecnologie non siano concentrate nelle mani solo di pochi, allargando così il divario tra chi è incluso e chi è escluso dalla rivoluzione digitale. Egli giustamente rifiuta anche “ogni forma di gestione paternalistica o assistenzialistica della vita sociale”: ciò di cui abbiamo bisogno è la responsabilità condivisa da parte di tutti, non una nuova élite che maschera la sua forza brutale dietro un finto volto umano. E per chiarire ulteriormente questo punto, il Papa ribadisce che lo sviluppo algoritmico non può essere lasciato alla sola «mano invisibile» del libero mercato: serve una nuova forma di azione sociale.

Non stupisce che chiunque creda che un’intelligenza artificiale autoproclamata “buona” debba governare il mondo con i suoi “buoni algoritmi” si senta minacciato dall’analisi del Papa.

Alcuni individui, come Peter Thiel, hanno fatto riferimento all’Anticristo per sviluppare la loro teoria della piena sovranità dell’intelligenza artificiale, ma il paradosso è che proprio questa teoria sembra possedere tutte le caratteristiche dell’Anticristo che lui afferma di combattere. Perché?

Sostengono di essere preoccupati per il rischio di uno “Stato totalitario mondiale” che impedisca il progresso scientifico e tecnologico. Appaiono al tempo stesso antidemocratici e, in effetti, una sorta di fascisti liberali: di fatto sostengono la dittatura totale dell’intelligenza artificiale, fondata sulla religione e sul potere dello Stato, per mantenere la stabilità e la coesione sociale. Hanno ragione nel ritenere che nelle nostre società, che ancora mantengono un’apparenza di apertura, l’unità e la coesione non possono essere applicate attraverso misure statali e ideologiche forti e dirette (come in Russia e in Cina), quindi perché non farlo attraverso lo spazio digitale, controllando e regolando quello che le persone pensano e come agiscono attraverso l’utilizzo spietato dei loro desideri mimetici? In questo modo possono combinare il liberalismo totale al di fuori del controllo statale (dei signor neo-feudali dell’intelligenza artificiale) con il controllo degli individui esercitato dallo Stato e dalla religione.

Ecco un esempio estremo di questo atteggiamento: a metà aprile, la mega-azienda Palantir ha pubblicato un manifesto in 22 punti (vedi https://www.businessinsider.com/palantir-manifestoc-summary-2026-4) la cui premessa principale è che la Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ne ha reso possibile l’ascesa, ed è per questo che l’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo positivo di partecipare alla difesa della nazione: «Perché le società libere e democratiche riescano a prevalere serve qualcosa di più di un mero appello morale. Occorre il potere duro, e in questo secolo il potere duro sarà costruito sul software. La domanda non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale; è chi le costruirà e a quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno per indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni cruciali per la sicurezza militare e nazionale. Procederanno».

E Palantir (e non solo) lo sta già facendo, fornendo algoritmi per bombardare (a quanto pare senza preoccuparsi se anche i civili) nelle guerre del nostro tempo. Questo atteggiamento non è forse l’esatto contrario dell’esortazione del Papa perché l’intelligenza artificiale sia “disarmata”? Dal punto di vista del Papa, i temi che il manifesto di Palantir denuncia come minacce alle nostre libertà — le nostre preoccupazioni riguardo all’intelligenza artificiale incontrollata, le catastrofi ambientali e le prospettive di una nuova guerra globale — non sono forse giustificate preoccupazioni per tendenze che ci spingono verso l’autodistruzione? Qui non c’è terreno comune: occorre scegliere. Tuttavia, il Papa compie un fondamentale passo in più, verso il livello filosofico e teologico più profondo. Non basta analizzare il contesto sociale, economico e politico dell’intelligenza artificiale. La domanda cruciale è: esiste qualcosa nel profondo dell’essere umano che resiste alla logica dell’intelligenza artificiale? La risposta del Papa è: il ruolo costruttivo del fallimento e dei limiti.

«Tutto ciò che appare come “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite (…) Qui si trova [per i cristiani] la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici: ciò che salva l’umano non è l’autosufficienza potenziata, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma. (…) Una tecnologia che classifica e ottimizza ciò che già esiste può diventare, senza volerlo, un ostacolo al cambiamento e alla crescita. Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo».

Non potrò mai ribadire abbastanza la portata universale di queste intuizioni. Prendiamo The House of the Rising Sun, una vecchia canzone popolare inglese incisa decine di volte da molti artisti importanti, bianchi e di colore, da Pete Seeger a Nina Simone; la versione definitiva è stata realizzata dalla rock band britannica Animals nel 1964. Sono stati scritti dozzine di saggi e sono state condotte ricerche per determinare le origini storiche della canzone, oltre che per individuare la vera casa di New Orleans alla quale fa riferimento la versione del XX secolo della canzone. La prima ambiguità sta già nella natura del “peccato” menzionato nella canzone: ci sono riferimenti all’alcolismo (la casa come bar in cui ubriacarsi), alla prostituzione (un postribolo), al gioco d’azzardo (un casinò corrotto), al furto (il covo di una banda di rapinatori) e, perché no, alla combinazione di due o più di questi o anche di tutti e quattro. Tutte queste opzioni sono versioni dell’eccesso di piacere, sicché la stessa pluralità di possibili significati trae la propria forza dal continuare a non essere specificato: tutti i significati rimandano a una vaga e smisurata X di jouissance che non può essere direttamente nominata. È proprio questa indicibilità a far funzionare la casa come soggetto: l’X indicibile è come una parte aggiuntiva della Cosa eccessiva. E la mia ipotesi è che un agente di intelligenza artificiale non sia capace di percepire questo aspetto indicibile, sfocato come parte della realtà stessa: l’agente di intelligenza artificiale continuerebbe la ricerca di possibili significati definitivi della casa e considererebbe il fallimento della sua ricerca come semplice fallimento, non come un risultato positivo.

Alcuni seguaci di Nietzsche sostengono che l’essere umano sia un passaggio fallito dall’essere animale a uno stadio superiore (“superuomo”), un progresso vanificato, e che quelli che solitamente percepiamo come segni della grandezza o della creatività umana siano proprio reazioni a questo fallimento fondamentale. Possiamo dunque immaginare uno stadio di un’umanità che in qualche modo ha superato il proprio fallimento costitutivo, un’umanità senza sesso e mortalità? Oggi possiamo farlo facilmente: sarebbe un essere umano pienamente immerso nell’intelligenza artificiale e, per questa ragione, privato della dimensione spirituale. Questo ci riporta al tema del ruolo costruttivo del limite nell’essere umani: i nostri [dell’umanità] “più grandi” successi affondano le radici nei nostri limiti più profondi (fallimento, mortalità e la concomitante sessualità), vale a dire in ciò che possiamo solo sperimentare come ostacolo alla nostra esistenza spirituale “più alta”. Non solo è vero che l’essere umano non è mai pienamente trasparente a se stesso, ma questa non-trasparenza lo definisce anche ontologicamente.

L’idea che lo stadio “superiore” possa sopravvivere senza ostacolo, senza ciò che impedisce la sua piena realizzazione, è un’illusione che può essere spiegata in termini del paradosso di ciò che Lacan definiva objet petit a , un ostacolo inquietante alla perfezione che genera la nozione stessa di perfezione alla quale si oppone, di modo che se eliminiamo l’ostacolo, perdiamo anche ciò a cui si oppone. Questo paradosso si manifesta a diversi livelli, fino alla bellezza femminile.

Una formosa signora portoghese una volta mi ha raccontato uno strano aneddoto: quando il suo amante l’aveva vista per la prima volta completamente nuda, le aveva detto che se avesse perso solo uno o due chili il suo corpo sarebbe stato perfetto. La verità, naturalmente, era che se avesse perso quei chili probabilmente avrebbe avuto un aspetto più comune. Proprio l’elemento che sembra turbare la perfezione stessa crea l’illusione della perfezione che turba: se togliamo l’elemento eccessivo perdiamo la perfezione stessa. Che cosa accade quindi quando si nota l’imperfezione del proprio partner? Una delle reazioni è: ci si innamora. L’amore sessuale significa dover imparare ad affrontare il fallimento ultimo del sesso, il fatto che “non esiste rapporto sessuale” (Lacan).

È per questo che un soggetto umano emerge solo quando si trova di fronte un Altro impenetrabile: essere umani è una domanda senza risposta; oppure, parafrasando ciò che ha detto Claude Lévi-Strauss riguardo al divieto d’incesto che è alla base della sessualità umana, è la risposta a una domanda, ma non sappiamo a quale. Per noi, umani, i limiti e i fallimenti non sono semplicemente ostacoli da superare ma aprono anche lo spazio alla trascendenza. Se togli il limite perdi la trascendenza stessa, ciò che balugina dietro.

E quindi, che cosa c’entra con il cristianesimo? Tutto. L’unicità del cristianesimo è che applica questa comprensione della finitezza come unica via verso la trascendenza a Dio stesso. Da non cattolico, mi piace pensare che in Cristo, Dio è diventato un essere umano mortale finito, non solo per lasciare un messaggio agli umani mortali ma anche per diventare pienamente Dio. La divinità non è qualcosa che sta lassù, fuori dal nostro mondo, bensì qualcosa per qui dobbiamo lottare in questo misero mondo.

Quindi, chiunque voi siate, leggete Magnifica humanitas, rileggetela e rifletteteci su: imparerete di più da essa di quanto potete immaginare.