L’intervento di Enzo Bianchi su “Vita Pastorale” di agosto/settembre 2026 — e ora riproposto nel suo blog (https://www.ilblogdienzobianchi.it/…/dopo-lo-scisma…) — contiene una frase che merita di essere isolata, osservata, contestata: «La costituzione “Gaudium et Spes” soprattutto, un testo frutto dell’ottimismo del tempo, non dei segni dei tempi, sociologico più che ispirato dalla parola di Dio, non può essere normativo». Assegnando poi, davvero in modo stupefacente, la paternità di una sorta addirittura di presunto rigetto della “Gaudium et spes” niente poco di meno che a Giuseppe Dossetti, il quale criticò, sì, la Costituzione pastorale del Concilio, ma per i motivi esattamente opposti a quelli che vorrebbe Bianchi: per essere risultata, cioè, alla fine, un testo troppo prudente, troppo preoccupato ancora di non entrare nel “mondo tutto sotto il maligno”. Il contrario esatto di quanto presume Bianchi. La sorpresa è tale che mozza il fiato.
A Enzo Bianchi ha già autorevolmente replicato il liturgista Andrea Grillo (https://www.cittadellaeditrice.com/…/saldi-estivi-sul…/).
Che Bianchi, da decenni celebrato come interprete del Vaticano II, arrivi a liquidare la sua Costituzione pastorale come un documento “sociologico”, “non normativo”, “frutto dell’ottimismo”, è un segnale che va ben oltre la sua polemica contro lo scisma lefebvriano. È un sintomo di un disagio più profondo: la difficoltà, ormai evidente, di una certa teologia asseritamente progressista, o che vorrebbe quasi ergersi a magistero parallelo, nel confrontarsi con la crisi del post‑concilio senza scaricare la responsabilità proprio sul Concilio.
La questione non è difendere “Gaudium et Spes” come un totem — nessun testo conciliare è un idolo — ma riconoscere che quella Costituzione rappresenta uno dei punti più alti della riflessione ecclesiale del Novecento: il tentativo, serio e drammatico, di pensare la fede cristiana dentro la storia, non fuori da essa. Ridurla a un documento “sociologico” significa non coglierne la struttura teologica: l’incarnazione come criterio, la dignità della persona come asse, la responsabilità del cristiano nel mondo come forma della sequela.
Bianchi, invece, sembra voler retrocedere. Il suo argomento è chiaro: se “Gaudium et Spes” è figlia dell’ottimismo, allora non può essere normativa; se non è normativa, allora non può essere usata come criterio per giudicare le derive tradizionaliste; se non può essere criterio, allora la Chiesa deve “interrogarsi” più sui propri errori che sulla rottura scismatica. È un rovesciamento sottile ma decisivo: la responsabilità dello scisma viene spostata dalla Fraternità San Pio X alla Chiesa conciliare, come se il problema non fosse il rifiuto del Concilio, ma il Concilio stesso.
Il punto è che questa lettura non regge. “Gaudium et Spes” non è un documento ingenuo: è un testo che nasce nel pieno della Guerra fredda, della minaccia nucleare, della crisi antropologica del mondo moderno. Parlare di “ottimismo” significa non aver letto la parte sulla pace, quella sulla cultura, quella sulla responsabilità politica. Significa ignorare la densità teologica del n. 22, dove l’antropologia cristiana viene formulata con una precisione che nessun documento precedente aveva raggiunto. Significa dimenticare che proprio quel testo ha permesso alla Chiesa di non chiudersi nella difesa identitaria, ma di assumere la storia come luogo teologico.
Che Bianchi, oggi, scelga di delegittimare “Gaudium et Spes” è dunque un gesto che pesa. Non perché sia scandaloso criticare un documento conciliare — la critica è legittima — ma perché la sua critica si inserisce in un clima di sfiducia verso il Vaticano II che rischia di diventare la nuova moda teologica: i tradizionalisti lo rifiutano apertamente, alcuni progressisti lo relativizzano, e nel mezzo la Chiesa fatica a riconoscere la propria identità conciliare.
Il risultato è paradossale: mentre si denuncia lo scisma lefebvriano, si finisce per indebolire proprio ciò che lo scisma contesta. E così, nel tentativo di mostrare equilibrio, si produce una forma di ambiguità che non aiuta né la comunione né la verità.
La verità è che “Gaudium et Spes” resta un testo decisivo. Non perché sia perfetto, ma perché ha indicato una direzione: la Chiesa non come fortezza, ma come presenza nel mondo; non come tribunale, ma come compagna di cammino; non come spettatrice della storia, ma come soggetto responsabile. È questo che oggi dà fastidio: la sua capacità di chiedere alla Chiesa di non rifugiarsi né nel passato né nell’astrazione spirituale.
Che anche Enzo Bianchi se la prenda con “Gaudium et Spes” è dunque un segnale da non sottovalutare. Non dice qualcosa sul Concilio: dice qualcosa sul nostro tempo. Dice che la crisi del post‑concilio non si risolve indebolendo il Concilio, ma tornando a leggerlo con serietà, senza nostalgie e senza paure. Dice che la Chiesa non può permettersi di perdere il suo testo più coraggioso proprio mentre il mondo chiede alla fede una parola che non sia né fuga né ideologia.
E dice, infine, che la responsabilità della comunione non consiste nel relativizzare ciò che fonda la comunione, ma nel riconoscere che senza “Gaudium et Spes” la Chiesa del XXI secolo non saprebbe più parlare né agli uomini né a se stessa.