Dalle ingerenze delle imprese funebri alle offerte economiche, dalla scelta tra Messa e liturgia della Parola ai discorsi dei familiari, fino alla custodia delle ceneri nelle chiese. Mons. Mario Delpini affronta con chiarezza sette questioni delicate della vita parrocchiale, offrendo indicazioni concrete che meritano di essere ascoltate ben oltre i confini dell’arcidiocesi di Milano.
Milano – Oggi l’arcivescovo di Milano, Monsignor Mario Enrico Delpini, ha diffuso una lettera in sette punti su come le parrocchie della diocesi devono celebrare i funerali. Si intitola «Lettera alle comunità cristiane sulla celebrazione delle esequie e la professione di fede nella risurrezione» ed è uscita a pochi giorni dal 2 novembre, la Commemorazione dei defunti, data scelta di proposito. Delpini precisa di non voler scrivere una nuova edizione del Direttorio diocesano per la celebrazione delle esequie, pubblicato il 23 giugno 2017, che resta il testo di riferimento per le norme e che invita a «rileggere».
La lettera affronta questioni molto concrete, che da anni suscitano tensioni e incomprensioni nelle parrocchie. E l’arcivescovo Mario, come spesso accade, ci offre un testo prezioso, utile ben oltre i confini della sua diocesi. Ha la capacità di affrontare con chiarezza, senza timori e senza aggirare i problemi, situazioni con cui tutti noi ci confrontiamo nella vita parrocchiale: gli interventi dei familiari durante le esequie, il ruolo delle agenzie di onoranze funebri, la gestione delle offerte in denaro e, soprattutto, la questione delle ceneri, particolarmente rilevante in una città dove la cremazione è ormai da tempo la scelta della grande maggioranza delle famiglie.
Il punto di partenza è il carico di lavoro dei preti. Quella di Milano è la diocesi più popolosa d’Italia e Delpini ricorda che l’impegno dei funerali si moltiplica «nei giorni dell’anno». Delpini scrive che il prete, «nel confronto così frequente con la morte e con i familiari feriti dalla morte, talora in modo drammatico, è provato emotivamente e spiritualmente», e che c’è il rischio che il funerale scivoli in «un generico e sbrigativo rito di condoglianze». Per alleggerire il calendario propone una soluzione concreta: nei giorni in cui c’è un funerale, la Messa feriale della parrocchia può essere sostituita da una liturgia della Parola o da un’altra forma di preghiera, e chi va abitualmente alla Messa del mattino viene invitato a quella del funerale.
Chiede inoltre che in ogni comunità ci sia un gruppo di persone che si occupi delle esequie: stare vicino alla famiglia, preparare canti e letture, guidare la preghiera nelle case del commiato e al cimitero. Delpini parla di laici capaci di assumere «il ministero della consolazione» e di animare la preghiera anche fuori dalla chiesa.
La lettera vuole anche mettere ordine. Le indicazioni, scrive Delpini, servono a «indicare una prassi che deve diventare uniforme in tutta la Diocesi», per evitare che scelte diverse da una parrocchia all’altra siano «motivo di antipatici confronti» e creino «ingiustificati disagi» a chi sta già vivendo un lutto. Ai decanati, i raggruppamenti di parrocchie in cui è organizzata la diocesi, viene chiesto di discutere insieme come applicarle.
Una parte particolarmente significativa della lettera riguarda il rapporto con le imprese di onoranze funebri, che oggi sono quasi sempre il primo interlocutore delle famiglie. Delpini chiede che il sacerdote, il diacono o gli altri ministri incaricati abbiano un rapporto diretto con i parenti del defunto: l’agenzia, scrive, «non deve rappresentare un filtro, quanto piuttosto un tramite». E qui il tono dell’Arcivescovo si fa decisamente più fermo. Se una famiglia chiede il funerale religioso, l’impresa deve «accogliere i criteri della comunità cristiana». La Chiesa, aggiunge Delpini, è «nella condizione di esigere e di pretendere» che venga reso possibile l’incontro con i familiari.
È una questione estremamente attuale, sulla quale troppo spesso si preferisce tacere. In alcune diocesi esiste un problema serio con determinate imprese di onoranze funebri che si comportano come se avessero acquisito una sorta di monopolio sulla morte, arrivando ad adottare metodi che non è esagerato definire mafiosi. Agenzie che esercitano una vera e propria egemonia sul defunto e sulla sua famiglia, pretendendo di decidere tutto: dove celebrare il funerale, quando celebrarlo, come organizzarlo e persino come il sacerdote debba comportarsi durante la liturgia. In certi contesti il prete viene trattato come un semplice prestatore d’opera, chiamato a eseguire disposizioni già concordate tra l’impresa e la famiglia, senza alcun rispetto per la responsabilità pastorale della Chiesa e per le norme liturgiche.
È una situazione inaccettabile, che meriterebbe interventi decisi da parte dei vescovi. Le agenzie funebri svolgono un servizio importante e legittimo, ma questo non conferisce loro alcuna autorità sulla celebrazione delle esequie cristiane. Il funerale cattolico non è un prodotto commerciale di cui l’impresa possa stabilire condizioni, modalità e contenuti. E il sacerdote non è un dipendente dell’agenzia funebre. Su questo Delpini è chiarissimo. Le imprese devono rispettare i criteri della comunità cristiana e permettere un rapporto diretto tra la Chiesa e le famiglie. Un principio che dovrebbe essere ovvio. Poi ci sono le case del commiato, le sale private dove la salma viene esposta nei giorni prima delle esequie una consuetudine che la lettera definisce «ormai diffusa» e che chiede «un’alleanza con le agenzie». Lì «non è possibile celebrare il funerale cattolico». Preti e fedeli possono andarci per le condoglianze e per una preghiera, ma quella visita non potrà essere intesa «come un surrogato del funerale».
Le agenzie di onoranze funebri vengono chiamate in causa anche su un’altra questione particolarmente delicata: il denaro. Ed è proprio attorno agli interessi economici che spesso si costruiscono quei rapporti di potere e quelle forme di monopolio che finiscono per condizionare anche la vita delle parrocchie. Con conseguenze gravissime per l’immagine della Chiesa, soprattutto agli occhi di persone che non frequentano abitualmente la comunità cristiana e che vi si avvicinano soltanto in occasione di matrimoni o funerali. Persone che, magari già lontane dalla fede, finiscono per convincersi che anche la Chiesa abbia un tariffario e che persino la celebrazione delle esequie sia un servizio da acquistare. Delpini interviene con una precisazione chirurgica: per il funerale religioso non esiste alcuna tariffa da versare alla parrocchia e le imprese di onoranze funebri «sono pertanto tenute a non indicare nei loro tariffari l’offerta per la Chiesa». Un richiamo che lascia intendere quanto sia concreto il problema: l’offerta alla parrocchia può finire nei preventivi delle agenzie accanto al costo della bara, del carro funebre e degli altri servizi, come se la celebrazione della Messa fosse una prestazione commerciale da saldare. È un meccanismo perverso, perché trasforma agli occhi delle famiglie un’offerta libera in una spesa obbligatoria e attribuisce alla Chiesa una richiesta economica che la Chiesa stessa non ha avanzato.
Allo stesso tempo, però, anche le comunità cristiane e le famiglie devono acquisire una maggiore consapevolezza: la parrocchia ha delle spese da sostenere e anche la celebrazione di un funerale, pur non essendo una prestazione d’opera, comporta inevitabilmente dei costi. Ci sono le utenze, la manutenzione della chiesa, il personale, il sostentamento del clero e tutte quelle necessità quotidiane che troppo spesso vengono ignorate, come se una parrocchia potesse mantenersi senza alcuna risorsa economica. Per questo la Chiesa non dovrebbe neppure trovarsi nella condizione di dover chiedere un’offerta. Dovrebbe essere la maturità dei fedeli, il loro senso di appartenenza e di responsabilità verso la comunità a far comprendere spontaneamente l’importanza di contribuire, ciascuno secondo le proprie possibilità. La gratuità della celebrazione non significa che mantenere una chiesa sia gratuito. E sarebbe ora che anche questo venisse compreso, perché, come diceva qualcuno con molto realismo, «non si campa di Ave Maria». La libertà dell’offerta deve essere salvaguardata, ma non può diventare un alibi per dimenticare che la comunità cristiana vive anche grazie alla generosità concreta di chi ne fa parte.
Il rito cattolico prevede due forme di funerale: la Messa esequiale e la liturgia della Parola, che non comprende l’eucaristia e può essere presieduta anche da un diacono. Sulla scelta fra le due, Delpini scrive che non può nascere «dall’imposizione di uno schema uniforme» né essere compiuta «soltanto dal ministro che presiede», e che va concordata con la famiglia. Il criterio che indica però è chiaro. Per chi ha partecipato alla vita della parrocchia la Santa Messa è il «compimento di una vita di fede» e va valorizzata; quando invece c’è stata «indifferenza della persona defunta e dei familiari nei confronti della vita della comunità cristiana e della Messa», è meglio proporre la liturgia della Parola. In quel caso il defunto conserva comunque il diritto a una Messa di suffragio, da celebrare in un altro giorno, come stabilisce il rituale.
È un’indicazione che riguarda una situazione molto comune: famiglie che in chiesa non vanno quasi mai, chiedono il funerale religioso per consuetudine o per rispetto verso chi è morto, e si ritrovano a una Messa di cui non conoscono né il significato, né le risposte, né i gesti.
Il passaggio che probabilmente avrà più effetti pratici riguarda i discorsi di commiato. Secondo il rituale, la celebrazione si chiude con una breve monizione del celebrante seguita subito dalla benedizione. Da anni però è normale che parenti e amici prendano la parola per ricordare il defunto, leggere una lettera, raccontare episodi della sua vita. Delpini scrive che questi interventi risultano spesso «troppo numerosi, troppo lunghi, troppo sgraziati» e chiede che numero, durata e contenuti vengano concordati prima con chi presiede. Poi aggiunge, «a mio parere», che sarebbe meglio farli a celebrazione conclusa, dopo che il prete e i chierichetti sono rientrati in sacrestia, così che sia evidente che non fanno parte del rito.
Il punto più articolato è quello sulla cremazione. A Milano è la scelta prevalente da almeno un decennio: già nel 2016, secondo i dati presentati dal direttore dei Servizi funebri del Comune in una commissione di Palazzo Marino, 10.184 funerali su 13.542 con sepoltura in città prevedevano la cremazione, il 75,2 per cento. La legge italiana permette di disperdere le ceneri o di affidarle ai familiari, che possono tenere l’urna in casa, e il Comune di Milano offre entrambe le possibilità.
La Chiesa cattolica ammette la cremazione dal 1963 ma continua a preferire la sepoltura, e non accetta né la dispersione né la conservazione domestica. Lo ha ribadito nell’ottobre del 2016 l’istruzione Ad resurgendum cum Christo della Congregazione per la Dottrina della Fede: le ceneri vanno custodite in un luogo sacro, come il cimitero o un’area destinata dall’autorità ecclesiastica, e tenerle in casa non è consentito salvo circostanze gravi ed eccezionali. Nel dicembre del 2023 il Dicastero per la Dottrina della Fede, rispondendo a due domande del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, ha aggiunto due possibilità: un luogo sacro dove raccogliere insieme le ceneri di più defunti, con l’indicazione del nome di ciascuno (il cosiddetto «accumulo commisto»), e la conservazione di una «minima parte» delle ceneri in un luogo significativo per la storia del defunto, se l’autorità ecclesiastica lo valuta possibile.
Delpini richiama queste «indicazioni recentemente formulate» e scrive che servono a evitare che la cremazione venga praticata «quasi come una dichiarazione di indifferenza verso la fede nella risurrezione della carne». Sulle urne in casa non lascia margini: tenerle lì «contraddice la dimensione comunitaria della vita, della morte, della preghiera dei fedeli». Le ceneri dovrebbero restare nel cimitero del paese, dove si può andare a pregare.
Le proposte nuove sono due. La prima è un appuntamento fisso settimanale, per esempio il sabato mattina, in cui accogliere e benedire nel cimitero le urne arrivate nei giorni precedenti, così che anche quel passaggio, che avviene a distanza dal funerale, abbia una forma comunitaria. La seconda riguarda le città, dove i cimiteri sono lontani dalle case e difficili da raggiungere per chi si sposta con fatica: le ceneri potrebbero essere custodite «in uno spazio adatto della chiesa parrocchiale o di una chiesa sussidiaria», da individuare con gli uffici della Curia. La lettera non entra nel merito delle autorizzazioni civili che una soluzione del genere richiederebbe.
L’ultimo punto riguarda il tempo dopo la sepoltura. Delpini chiede di ricordare i morti della settimana nella preghiera dei fedeli delle Messe domenicali e propone una Messa mensile per tutti i defunti del mese. Chiede anche che la parrocchia non si dilegui una volta finite le esequie e trovi il modo di stare accanto ai familiari, nei quali la morte apre «un vuoto che non si può colmare». Il testo si chiude con un’espressione della prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Non siamo come coloro che non hanno speranza».
Domenica 1° novembre, per Ognissanti, l’Arcivescovo Delpini presiederà il pontificale in Duomo alle 11; nel pomeriggio pregherà al Cimitero Maggiore alle 14.30 e celebrerà la Messa per i defunti al Monumentale alle 15.30. Lunedì 2 novembre celebrerà alle 9.30 nella basilica di Sant’Ambrogio, con i rappresentanti delle Forze Armate, alle 15.30 al cimitero di Chiaravalle e alle 17.30 in Duomo, e durante la giornata passerà anche dai cimiteri di Greco, Bruzzano, Lambrate e Baggio.