È una “storia interiore” a contraddistinguere il Salmo 51(50), “noto nella tradizione cristiana come Miserere”, “una profonda confessione” incentrata “sul riconoscimento del peccato e sulla richiesta di purificazione”, che evolve in una “invocazione di aiuto” e nella domanda “di una vera e propria nuova creazione della persona mediante la grazia divina”. L’ha descritta il cardinale Angelo De Donatis, penitenziere maggiore, nell’intervento di apertura, questo pomeriggio, 23 ottobre, del seminario di formazione “Celebrare il sacramento della Riconciliazione”, organizzato dalla Penitenzieria Apostolica a Roma, nel Palazzo della Cancelleria. Un seminario che, quest’anno in particolare, per la Penitenzieria vuol essere un’occasione di formazione “per tutti i fedeli che desiderano accostarsi con maggior consapevolezza e rinnovato entusiasmo al sacramento della Riconciliazione”. De Donatis ha offerto una riflessione sui “fondamenti biblici della contritio cordis” nel Salmo 50, ricordando che nel testo si legge la “confessione di Davide, avvenuta dopo che il profeta Natan lo ebbe accusato per la colpa commessa con Betsabea”, moglie di Uria. Si tratta quindi della “risposta del fedele che ha accolto la parola profetica, ha compreso la gravità della propria condizione ed è giunto alla piena consapevolezza del proprio peccato”. Il pentimento non si misura “soltanto sulle lacrime o sull’emozione”, ha chiarito de Donatis, perchè “si può piangere molto senza convertirsi, e ci si può convertire profondamente senza versare una lacrima”. “Ciò che conta è la verità del cuore che si rivolge a Dio e rifiuta il peccato”, “deve spezzarsi la durezza dell’orgoglio, quella corazza interiore che ci impedisce di riconoscere il male, di chiedere aiuto, di lasciarci perdonare”.
La contrizione
Il penitenziere maggiore ha spiegato che la contrizione comincia quando l’uomo riconosce le proprie responsabilità e “smette di costruire spiegazioni per difendersi”, e nasce quando il “giudizio sul male viene illuminato dall’incontro” con Dio. E “non consiste nel misurare quanto intensamente soffriamo, ma nel riconoscere, davanti al Signore, il male come male e nel desiderare sinceramente di distaccarcene” ha aggiunto il porporato, spiegando che “nella tradizione teologica si parla di contrizione perfetta quando il pentimento nasce dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa”. La contrizione imperfetta, invece, è quella scaturisce dalla sola consapevolezza della “bruttezza del peccato” o dal “timore delle sue conseguenze”.
Guardare alla misericordia divina
Nel Salmo 50 emerge che “il cammino del pentimento non comincia con il ricordo del peccato e con l’osservazione del proprio male, ma con lo sguardo rivolto alla misericordia divina”, “pietà di me, o Dio” e “purificami Signore, fa notare il cardinale. In pratica c’è anzitutto un appello “all’amore fedele e compassionevole di Dio”, “l’uomo osa guardare il proprio peccato perché si sa guardato da una misericordia più grande”. “Se invertiamo questo ordine, l’esame di coscienza rischia di trasformarsi in un tribunale senza speranza. Se invece partiamo da Dio, la verità, anche quando è dolorosa, diventa liberante” ha esplicitato il porporato, c’è cuore contrito non tanto nel disprezzo di sé “ma nel coraggio di lasciarsi amare nella verità”. È dopo aver invocato Dio che il protagonista del Salmo dichiara “di essersi macchiato di ogni forma di male” e implora guarigione. “Chiede a Dio anzitutto di ‘cancellare’ l’iniquità, di ‘lavare’ la colpa e infine di ‘purificare’ il peccato”. In tale prospettiva il perdono “non si riduce a un’amnistia esteriore, ma si configura come un’azione trasformatrice capace di rendere il peccatore giusto”.
Riparare e ricostruire
Soffermandosi sui singoli versetti del Salmo 50, il penitenziere maggiore ha fatto notare che “la contrizione autentica” porta a domandare a Dio non solo di rimuovere le conseguenze del peccato, ma di raggiungere “la sorgente” delle proprie “scelte”, perchè porta a dire: “Ho fatto il male; non voglio più difenderlo, perché sono chiamato a vivere nell’amore”. Il cuore contrito, insomma, ha affermato il cardinale, “non è un cuore distrutto dalla disperazione: è un cuore che rinuncia a giustificarsi per lasciarsi ricostruire”. E allora “il vero esame di coscienza non è una fredda analisi psicologica” ma un dialogo in cui l’uomo osserva se stesso e “si lascia illuminare da Colui che lo conosce e lo ama”. De Donatis ha specificato, inoltre che “non c’è autentica contrizione se la relazione con il Signore diventa un modo per dimenticare la giustizia dovuta al prossimo”. E infatti “il dolore dei peccati, quando è vero, apre alla riparazione, alla restituzione, alla richiesta di perdono e al cambiamento concreto”.
Riconoscere la fragilità e chiedere aiuto a Dio
Altro aspetto che emerge nel Miserere è il riconoscimento “della fragilità umana”. “Il fedele riconosce di essere peccatore fin dalla nascita – ha fatto notare De Donatis – mostrando così che il peccato non è la mera somma aritmetica di azioni sbagliate, ma una condizione esistenziale profonda che segna gli esseri umani fin dalle origini”, nonostante la quale Dio guarda l’“intimo” dell’uomo, stabilendo con lui “una relazione”, “istruendolo e facendolo crescere nella sapienza”. E ci sono poi immagini dalla grande forza simbolica nel testo, ha proseguito il cardinale, che rimandano alla volontà di un cambiamento radicale. L’issopo, “pianta usata nei riti levitici per la purificazione dei lebbrosi”, con la quale il salmista chiede di essere purificato, vuole “ricordare il gesto con cui Dio riammette la persona all’interno della comunità”. E la neve, il cui candore si vuole superare, “fenomeno raro in Israele”, indica una purezza “che supera ogni misura umana”. Quanto alla richiesta a Dio di poter “sentire gioia e letizia”, ha sottolineato il cardinale, mostra “che la sofferenza e la crisi interiore generate dalla colpa” hanno un “esito salutare”: “la persona torna ad accogliere l’amore e la comunione”.
Un rinnovamento interiore radicale
Quanto all’invocazione “crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”, è una preghiera che implora “un rinnovamento interiore radicale”. “L’uomo riconosce che non basta una semplice correzione di comportamento: occorre una nuova creazione” ha rimarcato il porporato, considerando che la promessa “di essere più attenti, più pazienti, più fedeli” non basta. “Il salmista chiede a Dio ciò che non può produrre con le proprie forze”. E infatti “la confessione non è una semplice dichiarazione delle nostre mancanze – ha proseguito il penitenziere maggiore -. È il luogo in cui l’uomo consegna la propria verità alla misericordia operante di Cristo, attraverso il ministero della Chiesa”.
Desiderare la conversione
Infine il Salmo 50 mostra che “l’esperienza della misericordia divina” non resta un fatto privato, ma diventa “un principio di missione”: “Insegnerò ai ribelli le tue vie”. Dunque, dopo aver riconosciuto “la propria fragilità e la grandezza di Dio, il peccatore perdonato diventa maestro”, “va incontro ai lontani per insegnare loro le ‘vie di Dio’ e favorirne in questo modo il ritorno, forte della certezza che nessuna situazione è irrecuperabile”. Insomma “il cuore contrito genera un modo nuovo di guardare gli altri”, ha rilevato de Donatis. “La contrizione non è il prezzo del perdono: è la disposizione con cui smettiamo di opporre resistenza al perdono” e ha focalizzato il suo discorso sulla “pratica della confessione”. “A volte ci preoccupiamo di trovare l’elenco esatto delle colpe, di ricordare ogni circostanza, di esprimere una formula appropriata” ha ammesso il cardinale, “ma il sacramento domanda anche il cuore: il dolore dei peccati e il proposito di non peccare più. Un’accusa accurata senza desiderio di conversione resterebbe incompleta; un pentimento sincero, invece, conduce a nominare il male senza scuse e ad accogliere il cammino di riparazione possible”. Tuttavia occorre riconoscere che “il cuore contrito non è necessariamente un cuore già guarito da ogni fragilità”, è, semmai, un cuore che “può conoscere ancora tentazioni, paure e ricadute; ma desidera non giustificarle, vuole rialzarsi e domanda a Dio la forza di ricominciare”, con il proposito sincero “di non voler più scegliere il male” e di servirsi di “mezzi concreti che aiutano a evitarlo”.