Pubblichiamo un brano dal libro del cardinale, “La sorpresa della speranza. Meditazioni su una Chiesa in cammino”, Libreria Editrice Vaticana. In questo passaggio il teologo domenicano si interroga su come trasmettere il credo cristiano in una società che nutre profonda diffidenza verso ogni dottrina o dogma: “L’insegnamento comincia quando osiamo abbracciare le domande che bruciano nel cuore delle persone e renderle in qualche modo nostre, nella preghiera e nella riflessione”
Un buon insegnamento è frutto di questo cuore diviso. Questo è lo spazio in cui il Sinodo ha preso forma, piantandosi proprio nel mezzo di tale tensione fra le verità della nostra fede e le verità della vita complessa delle persone. Papa Francesco ha dichiarato che il Documento finale del Sinodo «partecipa del Magistero ordinario del Successore di Pietro (cfr. EC 18 § 1; CCC 892) e come tale chiedo che venga accolto. Esso rappresenta una forma di esercizio dell’insegnamento autentico del Vescovo di Roma». La sua autorità deriva da questa duplice fedeltà: al Vangelo e alle speranze e sofferenze del popolo di Dio.
È in questo spazio che avviene l’incontro con Dio, poiché Dio dimora nello spazio tra le ali dei cherubini sopra l’Arca dell’Alleanza. Oppure nello spazio vuoto di una tomba nella mattina di Pasqua. Il centro del nostro insegnamento è un uomo sospeso tra cielo e terra su una croce, le cui ultime parole, secondo i Vangeli di Marco e Matteo, furono una domanda.
Questo è lo spazio che noi sacerdoti occupiamo come insegnanti. È una posizione difficile, perché alcuni esigono una chiarezza che può impedirci di riconoscere la presenza di Dio nelle nostre lotte quotidiane, mentre altri respingono l’insegnamento della Chiesa come irrilevante o superato. Alcuni pretendono di sapere tutto con una certezza inquietante, mentre altri sono lacerati dal dubbio. Mi tornano in mente le parole del poeta irlandese W.B. Yeats, scritte dopo che la Prima guerra mondiale devastò il Belgio: «I migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori / sono colmi d’appassionata intensità».
E allora, come dobbiamo vivere questa tensione e insegnare la fede? Prima di tutto, con compassione. Nei Vangeli, l’insegnamento di Gesù era un atto di compassione. Marco ci racconta che prima della moltiplicazione dei pani per i cinquemila, Gesù vide la grande folla e «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). L’insegnamento compassionevole li nutre. Secondo la tradizione cattolica, insegnare è un atto di misericordia spirituale. Ogni insegnamento e predicazione scaturiscono dalla compassione verso la vita e le vicende delle persone.
Un maestro dei novizi domenicano della mia provincia disse un secolo fa: «Ama coloro ai quali predichi. Se non li ami non predicare a loro, predica a te stesso». Saremo buoni insegnanti solo se apriremo il nostro cuore a tutto ciò che vivono gli altri. Dobbiamo, in un certo senso, diventare uno di loro, conoscerne dall’interno lo smarrimento e i fallimenti, così come Dio è divenuto uno di noi, «in tutto simile a noi fuorché il peccato».
Abitare quel luogo tra l’incudine e il martello, tra l’insegnamento della Chiesa e la vita della nostra gente, significa fare nostre le domande dei suoi membri. Non dobbiamo pensare che insegnare sia soltanto fornire risposte alle domande altrui. Ho già citato l’episodio dell’arcivescovo che ammonì un gruppo di novizi domenicani a studiare la Summa di Tommaso perché forniva 56.000 risposte a tutte le domande che avrebbero mai incontrato. E lo ripeto: san Tommaso ne sarebbe rimasto scandalizzato!
L’insegnamento comincia quando osiamo abbracciare le domande che bruciano nel cuore delle persone e renderle in qualche modo nostre, nella preghiera e nella riflessione. Tomáš Halík sostiene che la difficile vocazione di santa Teresa di Lisieux fosse quella di unirsi agli atei. La Francia del XIX secolo era pervasa da un anticlericalismo e un ateismo radicali, ma quello era il suo mondo. Halík annota: «Teresa dichiara di sentire gli atei come fratelli, con i quali ora siede alla stessa tavola e mangia lo stesso pane, e supplica Dio di non scacciarla via da quella tavola». Lei voleva essere solidale con quegli increduli, bere il loro calice di sofferenza, condividere le loro domande mentre pregava Dio. Solo allora può iniziare un insegnamento veramente compassionevole.
L’insegnamento richiede, imprescindibilmente, di abbracciare domande a cui non si ha risposta immediata.
* da Tra l’incudine e il martello. Come insegnare oggi la fede? in Timothy Radcliffe, La sorpresa della speranza. Meditazioni su una Chiesa in cammino, Libreria Editrice Vaticana, 2026. Il capitolo riproduce una conferenza tenuta in occasione dell’incontro con gli operatori pastorali nella diocesi di Liegi, in Belgio, l’11 marzo 2025.