Gli strascichi di ciò che è accaduto a Capodanno in Svizzera resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Ma noi adulti non dobbiamo smettere di augurare ai nostri ragazzi di non avere paura della vita, anche quando si fa terribile e spaventosa
Il dolore mediatico
In queste ore, tutti i media ci bombardano di notizie e immagini, testimonianze e resoconti che amplificano il dolore, lo stratificano nella mente e nel cuore di tutti. Ci sentiamo mamme e papà di quei ragazzi uccisi, dispersi, ustionati. Ci viene da piangere e sentiamo un brivido correrci lungo la schiena. Perché dentro di noi si accende la consapevolezza di quanto facciamo ogni giorno per assicurare protezione e sicurezza ai nostri figli e di come eventi del genere ci obblighino a renderci conto che la vita, a volte, segue le regole del gioco d’azzardo, fa avvenire cose che sfuggono a ogni logica e legge delle probabilità, diventando un territorio in cui il controllo di tutto è solo un ingrediente inefficace, che non può nulla di fronte all’avversità del destino.
Proprio noi, la generazione dei genitori geolocalizzatori, ci troviamo di fronte ad una tragedia in cui tutto è stato deciso dal caso fortuito e da condizioni di sicurezza imprecise che mai ci saremmo aspettati in una Nazione così ligia al dovere e così rispettosa delle leggi, come la Svizzera.
Adolescenti e iperprotezione
Gli adolescenti del terzo millennio stanno combattendo contro la tentazione di rimanere chiusi in vite ultraprotette. Molti genitori faticano a far uscire i figli dalle loro stanze. Vorremmo mandarli fuori nel mondo, ma al tempo stesso siamo i genitori che più temono che, una volta fuori nel mondo, i nostri figli possano farsi male e andare incontro a rischi di cui non sanno calcolare la portata e le implicazioni. In questo inizio di terzo millennio, il mondo adulto ha messo controllo e iperprotezione al centro di un modello educativo che ha reso molti figli fragili e riparati in vite poco esplorative, spesso rifugiate nella cameretta. La strage di Crans Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo.
Visionare di continuo, come sta accadendo in questi giorni, le immagini della strage ci fa sperimentare tutto il dolore e tutta l’ansia del mondo. La psicologia chiama questo fenomeno traumatizzazione indiretta. Anche se noi non siano dentro i fatti di cronaca, i fatti di cronaca entrano dentro le nostre vite e la nostra psiche, sollecitando un’angoscia che diventa pervasiva e divorante. Sentiamo il dolore dei genitori che hanno perso i figli come se fosse il nostro. E ci immaginiamo quanto gigantesca sia la disperazione e lo stordimento di quelle mamme e quei papà i cui figli risultano dispersi. Non si sa nulla di loro perché non appaiono in alcune lista ufficiale: non sono tra i feriti e i ricoverati, non sono tra i tornati a casa. Forse appartengono alla lista dei deceduti irriconoscibili che richiederà tempi lunghi e analisi complesse effettuate sul Dna, per accertarne un’identità e per poterne decretare il decesso. È questo un dolore amplificato che tiene chi lo vive sospeso sul filo dell’incertezza angosciante, della traumatizzazione senza fine e che anche per noi terapeuti risulta essere di estrema difficoltà nel maneggiarla sul piano clinico.
Psicologia e limiti del conforto
È difficile usare la psicologia per affrontare stragi come quelle di Crans Montana, perché essa non è in grado di fornire alcun conforto. Può solo raccontare il dolore della mente di chi si trova dentro a questo incubo e di chi lo osserva da fuori. Gli strascichi di ciò che è accaduto a Crans Montana resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Saranno respiri mozzati quando li cercheremo al telefono e lo sentiremo squillare senza risposta. Si trasformeranno in risvegli improvvisi di notte quando avremo figli partiti per brevi vacanze insieme ai loro amici e proveremo l’impulso di geolocalizzarne la posizione, certificarne in modo diretto o indiretto il loro essere vivi.
Il coraggio di vivere
Invece, l’unica cosa che a loro, ai nostri figli, serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro. Che raramente e purtroppo è tragico, come in questo caso. Ma che quasi sempre sa accoglierti con opportunità che non coglieresti mai se rinunciassi ad andarlo a cercare, rimanendo nel territorio ultraprotetto della tua comfort zone.