In questi giorni in molti hanno commentato quanto è accaduto in merito alla scelta di don Alberto Ravagnani di lasciare il ministero sacerdotale.
Analisi, opinioni, letture di ogni genere si sono già susseguite. Non sento il bisogno di aggiungermi a tutto questo. Avverto piuttosto il desiderio di lasciare una parola a chi si sente disorientato, soprattutto ai più giovani. Una parola che nasce non da uno sguardo esterno ma da ciò che questo episodio ha mosso dentro di me e dalla domanda che pone alla mia vita di prete.
Anche io, come molti, mi sono fermato a pensare. Non tanto all’evento in sé – perché siamo solo all’inizio – ma a ciò che questo episodio sta dicendo sul senso del sacerdozio che vivo ogni giorno.
Ho letto tanti commenti su come dovrebbe essere un prete e su quello che deve o non deve fare. Mi sono chiesto, allora, che cosa significhi per me essere prete oggi e che cosa regga davvero quando emergono fragilità, limiti e ferite; perché anche noi preti possiamo cadere nella trappola moderna dell’essere performanti a tutti i costi, quando il chi sei lo definisce il cosa fai.
Io ho la consapevolezza di non essere un bravo prete o quantomeno di non corrispondere all’immagine che gli altri hanno di me. Per quanto mi impegni, come ogni uomo porto con me limiti, stanchezze, ferite. So anche di non essere sempre stato all’altezza delle attese delle persone che ho incontrato. Non dico questo per autoassolvermi nè per leggere la realtà altrui attraverso la mia, ma per affermare con semplicità che il ministero passa sempre attraverso l’umanità di chi lo vive. Eppure, proprio dentro questa verità, faccio ogni giorno un’esperienza che mi sorprende: Dio continua ad operare. Nonostante me. Attraverso di me.
Il sacerdozio mi ha insegnato che non siamo padroni della grazia che annunciamo. Siamo – e anche Alberto lo è stato e può continuare ad esserlo – uno strumento fragile di un progetto che ci precede e ci supera. Come ricorda san Paolo: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2Cor 4,7). Fin dal tempo del Seminario ho imparato che la mia vita non appartiene più solo a me. Non perché la mia individualità non conti ma perché ho scelto di consegnarmi a una storia più grande. Appartengo a Dio e, attraverso Lui, a un popolo. Per questo ogni mia scelta, anche la più intima, ha sempre un volto davanti.
È un po’ come accade nel matrimonio: uno sposo resta se stesso, con le sue domande e le sue fragilità ma impara a non ragionare più al singolare. Le sue decisioni diventano relazionali e coinvolgono inevitabilmente – e a volte tragicamente – la vita dell’altro. Così è anche per me nel ministero: quello che vivo non riguarda solo me ma una comunità, dei giovani, delle persone che mi sono affidate e che guardano a me come ad un testimone di una realtà più grande. Da una responsabilità del genere può nascere quella fatica che diventa insopportabile se vivo il ministero fuori da questa dimensione plurale.
Le vocazioni non sono storie perfette ma cammini veri, che hanno bisogno di tempo, di verità e di comunità che sappiano ascoltare e sostenere. Perciò, senza entrare nel merito di storie personali che solo Dio conosce fino in fondo, credo che anche da episodi come quello di don Alberto possiamo imparare qualcosa. Ringraziamo il Signore per quanto ha operato per mezzo di lui e attraverso il suo carisma. Ai giovani, soprattutto a voi che in questi giorni vi sentite confusi, vorrei dire questo: non smettete di fidarvi di Dio. Alberto non è il primo e purtroppo non sarà l’ultimo ma le fragilità degli uomini non cancellano la bellezza del Vangelo. Per me prete la sua storia è diventata un invito a tornare all’essenziale. A ricordarmi ogni giorno per chi vivo. Perché la fede, come l’amore, cresce solo quando diventa dono.
Spero che quello che ho scritto possa aiutare ad accompagnare, a pensare e a pregare insieme. Solo così ha senso. Altrimenti scusatemi per la lungaggine e se mi sono aggiunto alle tante cose che avete già letto.