Fratelli e sorelle, in questo giorno santo la liturgia ci fa contemplare la passione del Signore. L’abbiamo appena ascoltata nel canto. Davanti a questo mistero di morte e di gloria, è naturale per noi raccoglierci in silenzio e in preghiera. La croce di Cristo rischia però di rimanere incomprensibile se la guardiamo come un fatto isolato, come un evento improvviso. In realtà è il punto più alto di un cammino: il compimento di tutta una vita in cui Gesù ha imparato ad ascoltare e ad accogliere la voce del Padre, lasciandosi guidare giorno dopo giorno fino all’amore più grande. Per comprendere questo cammino, nei giorni della Settimana Santa, la liturgia ci ha fatto ascoltare i cosiddetti “canti” del Servo del Signore. Sono dei testi poetici in cui il profeta Isaia aveva tratteggiato la figura di un misterioso Servo attraverso cui Dio sarebbe stato capace di salvare il mondo dal male e dal peccato. La tradizione cristiana ha riconosciuto in questi canti una prefigurazione sorprendente e drammatica di quei passi che Gesù ha compiuto, identificandosi come quell’uomo «dei dolori che ben conosce il patire», che «ha spogliato sé stesso fino alla morte» portando su di sé «il peccato di molti».
Nel primo di questi canti, il Servo viene presentato come qualcuno che deve svolgere una missione importante, bella: aprire «gli occhi ai ciechi» e far «uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione quelli che abitano nelle tenebre» (Isaia 42, 6-7). È un compito tutto all’insegna della vita, rivolto a quanti stanno nella sofferenza, nell’ingiustizia, nel peccato. Tuttavia, il Servo dovrà svolgere questa missione in un modo ben preciso: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta» (Isaia 42, 2-3). Nessuna violenza, nessun ricorso alla forza, nessuna tentazione di distruggere tutto per ricominciare da capo. Il Servo dovrà cercare la vita in mezzo alle tenebre del male. Sappiamo come non sia facile abbracciare una simile missione. Siamo tutti tentati sempre, continuamente, di usare un po’ di aggressività, un po’ di violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non si risolvono mai. Il Servo del Signore non può cedere a questo istinto: dovrà custodire la mitezza come unica forza per affrontare le tenebre del male.
Nel secondo canto però qualcosa si incrina. Dopo aver provato a realizzare la sua missione, il Servo si accorge che tutto il suo tentativo di fare il bene sembra inutile. Dice: «Per nulla e invano ho consumato le mie forze» (Isaia 49, 4). Il bene seminato non sembra germogliare, tutto appare fermo, bloccato. È una crisi che, prima o poi, raggiunge chiunque abbia scelto di seguire il Signore: la sensazione di girare a vuoto, di non arrivare da nessuna parte, di rimanere fedeli a qualcosa che non porta frutto. In realtà è solo un’impressione, perché con la parola «invano», il profeta non dice che il Servo ha agito inutilmente, ma solo che il frutto del suo lavoro non lo può verificare. Entrando nelle tenebre, il Servo è come entrato in uno spazio dove le cose non si capiscono più con i nostri criteri, ma seguono un altro disegno: quello, paradossale, della salvezza che viene da Dio.
Nel terzo canto emerge una nuova sorpresa: il Servo si accorge che proprio coloro che lui vorrebbe aiutare reagiscono con ostilità, con rabbia, persino con violenza. Chi vive nelle tenebre, infatti, non sempre accoglie la luce: a volte la rifiuta e cerca di fermarla. Perché la luce non mette in evidenza solo quello che è bello, ma anche quello che noi vorremmo nascondere: le nostre ferite, le nostre menzogne, le nostre ambiguità. E questo fa paura. Il Servo, però, non si tira indietro. Continua il cammino indicato dal Signore, senza fuggire: «Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Isaia 50, 6).
Nel quarto canto, quello che abbiamo proclamato in questa Liturgia, accade qualcosa di sconcertante. La violenza che si abbatte sul Servo è così intensa da sfigurare il suo volto, fino a renderlo irriconoscibile, non ha apparenza, né bellezza. Eppure, proprio in questo cammino, il Servo ha imparato a non restituire il male ricevuto. Quando il male ci colpisce, il nostro istinto è sempre quello di reagire, di rimandarlo indietro, di pareggiare almeno i conti. Il Servo non si rassegna a questa logica: accoglie tutto senza restituire violenza. Il male arriva fino a lui e lì si arresta. Per questo «portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli» (Isaia 53,12).
Fratelli e sorelle, il Signore Gesù non si è limitato ad ascoltare questi canti. Li ha interpretati, li ha vissuti intensamente e con una piena fiducia nella volontà del Padre, fino a trasformare la sua crocifissione nella salvezza del mondo, quel mondo, davanti al male, conosce solo due strade: arrendersi o restituirlo. Lo vediamo continuamente nelle guerre, nelle divisioni, nelle ferite che segnano tutte le nostre relazioni. Il male continua a circolare perché trova sempre qualcuno disposto a restituirlo e a moltiplicarlo. Gesù ha spezzato questa catena non imponendosi con una forza superiore, ma accogliendo quello che gli è successo e riconoscendo in quegli eventi drammatici della sua Passione lo “spartito” dei canti di amore e di servizio che il Padre aveva affidato alla sua vita. Non ha eseguito questo “spartito” in modo meccanico: lo ha fatto suo, traducendo le parole profetiche in gesti concreti, in perdono, in silenzi pieni di compassione. Così, percorrendo la via della croce, ha imparato l’obbedienza più difficile: quella dell’amore per l’altro, anche quando l’altro si presenta come un nemico.
Viviamo in un mondo in cui la voce di Dio non orienta più, come un tempo, il cammino condiviso dell’umanità. Non perché la voce di Dio sia venuta meno, ma perché spesso è diventata una voce tra le tante, coperta da altre parole che promettono sicurezza, progresso, benessere. Sono queste, oggi, le indicazioni che guidano molte scelte e tracciano la direzione del vivere comune. Eppure, il mondo continua a essere un luogo in cui si soffre e si muore, spesso senza colpa e senza ragione. Le guerre non si fermano, le ingiustizie si moltiplicano, i più fragili sono quelli ne fanno le maggiori spese. È come se mancasse una parola capace di tenere insieme il cammino dell’umanità, un canto che sappia orientare i nostri passi verso un mondo più giusto fraterno. Eppure, in questo scenario, se guardiamo con attenzione possiamo scorgere qualcosa di sorprendente: una schiera silenziosa di persone che scelgono di dare ascolto a una voce diversa. Alcuni la riconoscono chiaramente come la volontà di Dio; altri la sentono come un appello profondo e irrinunciabile della propria coscienza. È una voce che non grida, che non si impone con forza, che non promette scorciatoie. È un canto discreto e ostinato che invita ad amare, a restare, a non restituire mai il male ricevuto.
Alcuni scelgono di ascoltare questo canto. Sono uomini e donne normali che percorrono, talvolta senza nemmeno saperlo, la stessa via del Servo del Signore. Non compiono gesti straordinari. Semplicemente ogni giorno si alzano e provano a fare della loro vita qualcosa che non serve solo a loro, ma anche agli altri. Portano pesi che non hanno scelto, accolgono ferite senza indurirsi, non smettono di cercare il bene anche quando sembra inutile. Non fanno rumore, non occupano la scena, ma tengono aperta la possibilità di un mondo diverso. È grazie a loro che il male non ha l’ultima parola e la storia non si sta chiudendo nella violenza. Questa moltitudine di persone attesta che i canti di quel Servo, di cui Dio si compiace, continuano a risuonare nel cuore umano, aspettando solo qualcuno disposto a tradurli nello spartito concreto della propria vita, anche quando questo significa portare la croce.
Tra pochi istanti noi la croce del Signore la adoreremo con gesti, silenzi, preghiere. Sarà un’occasione speciale per riconoscere il mistero di Dio e per riconciliarci con la qualità — debole e forte — del suo amore per noi e per tutti. Se non vogliamo correre il rischio di ridurre questa liturgia a un’esteriorità formale, forse potremo decidere, almeno nel profondo del cuore, di deporre quelle armi che ancora stringiamo tra le mani. Forse non ci sembrano così pericolose come quelle di cui dispongono i potenti del mondo. Eppure, anch’esse sono strumenti di morte, perché sono sufficienti a indebolire, a ferire, a svuotare di senso e di amore le nostre relazioni quotidiane.
Ieri come oggi, il mondo ha bisogno di essere salvato: dalla violenza del male, dall’ingiustizia che uccide, dalle divisioni che umiliano. Ma questa salvezza non calerà dall’alto, né potrà essere garantita da decisioni politiche, economiche o militari. Il mondo viene continuamente salvato da chi è disposto ad accogliere i canti del Servo del Signore come forma della propria vita. Questo è ciò che ha fatto il Signore Gesù: ha preso sul serio la volontà del Padre, accogliendola come uno spartito da eseguire fino in fondo, «con forti grida e lacrime» (Ebrei 5, 7-8). Per questo, nel momento decisivo in cui è stato arrestato, ha potuto dichiarare: «Sono io» (Giovanni 18, 5), per entrare liberamente nella sua passione d’amore.
Fratelli e sorelle, anche a noi, questa sera, è consegnato lo spartito della croce. Possiamo accoglierlo liberamente, se accettiamo che non c’è nessuna circostanza difficile che non possa essere affrontata, non c’è nessun colpevole su cui bisogna puntare il dito, non c’è nessun nemico che possa impedirci di amare e di servire. Ci siamo invece noi che, scegliendo di non restituire il male, di restare pazienti nelle tribolazioni, di credere nel bene anche quando le tenebre sembrano inghiottire tutto, possiamo diventare giorno dopo giorno quei servi di cui il Signore ha bisogno per portare salvezza nel mondo.
In un tempo come il nostro, così lacerato ancora dall’odio e dalla violenza, dove persino il nome di Dio viene invocato per giustificare guerre e decisioni di morte, noi cristiani siamo chiamati ad accostarci senza paura, anzi «con piena fiducia» (Ebrei 4, 16), alla croce del Signore, sapendo che essa è un trono sul quale ci si siede e si impara a regnare con Lui, mettendo la vita a servizio degli altri. Se sapremo mantenere «ferma la professione della nostra fede» (Ebrei 4,14), anche i nostri giorni sapranno dare voce ai canti della gioia e della sofferenza, quel misterioso spartito della croce in cui sono riconoscibili le note dell’amore più grande.
*Predicatore della Casa pontificia