Monsignor Renna e la scelta coraggiosa del no alle esequie: «Si sarebbero trasformate in una celebrazione del boss. La preghiera non mancherà, ma basta con la religione rovesciata di chi usa Dio con disinvoltura»
Nessuna celebrazione religiosa per il boss stragista di Cosa nostra. La morte di Benedetto “Nitto” Santapaola, capo storico della mafia catanese, ha riaperto una riflessione sul rapporto tra religiosità popolare e mentalità criminale. Dopo la sua scomparsa, avvenuta in regime di 41 Bis nel carcere di Opera di Milano, all’età di 87 anni, il questore di Catania ha vietato i funerali pubblici e l’Arcidiocesi ha disposto che non venga celebrata alcuna funzione religiosa. Una decisione netta assunta dall’arcivescovo Luigi Renna, che segna un cambio di passo in una Catania in cui la mafia resta una calamita per i giovanissimi (di ieri, il rapporto di Save the Children che indica nella città etnea il maggior numero di minorenni in Italia indagati per associazione mafiosa).
Monsignor Renna, perché non celebrare i funerali a Nitto Santapaola?
Le ragioni sono di opportunità, per quello che può diventare una celebrazione esequiale di un boss mafioso, ossia una celebrazione della persona a prescindere dal suo vissuto. Si trasformerebbe senza dubbio in un momento nel quale gli verrebbero resi onori, si manifesterebbe cordoglio ai suoi familiari con forme che possano rasentare conferme di alleanze antiche o nuove. Insomma, non sarebbe una celebrazione per pregare per la persona e affidarla alla misericordia di Dio. Già in condizioni normali alcune persone accompagnano il corteo funebre con sparo di petardi o cantate di neo-melodici, figuriamoci cosa accadrebbe nel funerale di un noto boss. Una celebrazione del genere non solo stravolgerebbe il senso del funerale cristiano, ma diverrebbe una contro testimonianza.
Come si concilia questa scelta con la misericordia cristiana?
La misericordia di Dio si chiede nella preghiera di suffragio e nella celebrazione eucaristica, o con opere di carità che vanno vissute nel segreto. In circostanze come queste la preghiera non deve mancare, ma in forma strettamente privata e senza alcuna pubblicità previa né postuma, e solo se la famiglia lo chiede. La pietà va esercitata anche verso chi è stato vittima di queste persone e ancora attende giustizia. Il Signore solo conosce quello che è avvenuto nella coscienza dei malavitosi negli ultimi istanti della loro vita: questo ci basta, senza dover indagare, giustificare, ostentare, presumere.
Che responsabilità hanno Chiesa e società nel contrasto alla cultura mafiosa?
Lo Stato ha messo in campo una legislazione che va difesa senza abbassare la guardia. La società civile resta divisa tra chi riconosce il cancro della mafia e le sue connivenze, anche nella politica, e chi ne resta succube, spesso per povertà culturale o dipendenza dai mafiosi considerati benefattori. La Chiesa si è schierata da tempo contro le mafie, e prova ne è che alcuni noti boss come Messina Denaro hanno dichiarato di non volere funerali religiosi. La mafia oggi percepisce che la Chiesa non è dalla sua parte.
Come spiegare che Nitto Santapaola, pur dicendosi devoto, non abbia percepito la mafia in contrasto con il Vangelo?
Come tanti cresciuti nell’oratorio salesiano di Nostra Signora de La Salette, nel quartiere San Cristoforo, aveva ricordi della parrocchia e una minima formazione religiosa, ma aveva presto abbandonato la pratica della fede, ridotta poi a momenti di pietà popolare che spesso diventano “passerelle” anche per alcuni politici. I riferimenti ai santi fatti da persone come Santapaola sono espressione di una religiosità naturale che ha perso ogni sentimento di pietà e di carità: è la “religione rovesciata” di chi usa e maneggia il nome di Dio con disinvoltura, senza mai riferirsi ai cambiamenti e alle esigenze etiche della vita cristiana.
Perché molte famiglie dei clan continuano a mandare i figli al catechismo?
Credo che per molti di loro la catechesi sia previa solo ad una cerimonia che ha una valenza sociale: battesimo, prima comunione, cresima. Per questo alcune diocesi hanno preso le distanze dalla figura del padrino proposto dalla famiglia nei sacramenti, che diveniva il luogo in cui esibire amicizie importanti che non avevano nulla da offrire in termini di testimonianza cristiana. Il nostro è un continuo tentare strade nuove, che portino ad un reale cammino di fede.
Come educare i giovani alla fede in un contesto segnato anche dalla mentalità mafiosa?
Il cammino sinodale ha posto al centro il rinnovamento della catechesi, perché in molte diocesi – anche a Catania – si è constatata la fragilità della trasmissione della fede alle nuove generazioni, spesso senza il sostegno della famiglia. Oggi si trasmettono più tradizioni che fede in Gesù Cristo. Servono tempo, pazienza e il coraggio di continuare ad annunciare il Vangelo a tutti.