Riscoprire la vita come vocazione significa corrispondere a un dono che chiama a plasmare la propria identità, assumendosi il compito di diventare sé stessi e di trasformare la società e il mondo secondo il disegno di Dio. Non si tratta semplicemente di fare progetti, di programmare il futuro, di trovare un lavoro per guadagnare di che vivere e migliorare il mondo. La questione seria nella vita, intesa come vocazione, è di realizzare la propria identità personale come dono per gli altri.
Oggi, in particolare, le sfide derivanti dai progressi delle biotecnologie, della robotica e dell’intelligenza artificiale, ma anche dall’immaginario culturale diffuso, mettono in questione l’esperienza elementare che l’essere umano fa di sé stesso nel concreto, cioè quell’esperienza in cui plasma la sua identità. Eppure, la risposta a domande come «chi sono e chi siamo? Chi voglio essere e chi vogliamo essere? Cosa voglio fare di me e cosa vogliamo fare di noi come famiglia umana?» è costitutiva dell’esperienza di ogni persona.
Le condizioni propizie per trovare la propria identità personale sono racchiuse in tre parole strategiche: dono, amore e libertà.
All’origine del cammino dell’identità si trova un dono che accende nel cuore la ricerca della felicità, ossia della vita in pienezza. Il dono riconosciuto e accolto diventa il compito nel quale ciascuno si scopre affidato a sé stesso. Nessun essere umano può essere felice se non sa chi è. Non si può volere qualcosa, neppure la felicità, se non ci si scopre autorizzati a volere sé stessi incondizionatamente in virtù di un riconoscimento donato.
L’atmosfera più adatta in cui maturare la propria identità è quella dell’amore, a cominciare dalla famiglia, che è all’origine della nostra esistenza. Infatti, tante povertà, anche materiali, nascono alla radice dell’isolamento, dal non essere amati o dalla difficoltà ad amare. Il riconoscimento del dono che precede implica quindi una dinamica affettiva: ci si vuole bene, perché si è voluti e amati e ci si sente voluti e amati.
La realizzazione dell’identità è affidata alla libertà, una libertà che però deve essere liberata da condizionamenti negativi e da tante ferite. Proprio questa dimensione della libertà ci ricorda che non si tratta di indossare una divisa preconfezionata, ma di cucire un abito su misura, che esprima la propria originalità e il nome unico che Dio conosce e ci ha affidato, perché ognuno di noi è un essere originale e irripetibile, chiamato a esprimere un contributo unico.
Già la presenza di queste condizioni dell’identità ci rendono avvertiti della sua complessità. Gli esseri umani sono consapevoli che le loro identità, se da una parte sono individuali e intrasferibili, dall’altra sono relazionali, plasmate dalle comunità di appartenenza e dalle circostanze della vita. Il processo dell’identificazione ha luogo a diversi livelli, sia naturali che culturali, per cui quanto più complessa è una società, in termini di classi o professioni o interessi comuni o religioni, tanto più sarà complesso formare l’identità a partire dal sovrapporsi di diverse fonti di identificazione. Ma ciò implica anche la possibilità di sbagliare, di modo che la nostra capacità di darci un’identità o di re-immaginare la nostra identità non è infallibile e può confondersi nell’identificare la propria realtà.
I diversi fattori che entrano a costituire l’identità vanno però considerati nella loro unità. La ricerca dell’identità è sempre accompagnata dall’esigenza di unità, di totalità e di sintesi che armonizzi gli elementi, evitando dispersione e frammentazione. In tal senso la ricerca della propria identità si gioca nel “cuore”, ossia in quel centro della persona che sa unire i frammenti.
Per la fede cristiana, tra i molti elementi che entrano a costituire l’identità umana, uno spicca come un vero principio formale, in grado di ordinare gli altri aspetti. Si tratta del dono di essere non solo creature di Dio, ma chiamati ad essere figli e figlie del Padre, portando a compimento in noi l’immagine e somiglianza di Dio.
L’identità si gioca nelle relazioni. In particolare tre relazioni sono qualificanti nel processo di identificazione.
All’inizio c’è la relazione col proprio corpo, nel quale siamo consegnati a noi stessi e impariamo ad abitare il mondo. Oggi, in particolare, una delle più grandi sfide della cultura è proprio l’accettazione del proprio corpo sessuato, visto come un dono e non come una prigione che ci impedisce di essere veramente noi stessi, o come materiale biologico da modificare.
L’identità che si afferma nel dono di sé è al centro delle relazioni interpersonali, in cui si realizza la persona. Non è isolandosi che l’uomo valorizza sé stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri. L’identità autentica chiede un’esperienza reale dell’alterità. In questa direzione, occorre costruire legami solidi mediante il dialogo sociale, inteso come capacità di ascoltare l’altro in quanto altro, cioè per le ragioni che lo rendono irriducibile e differente.
Tra queste relazioni non va trascurato il valore della relazione con Dio, origine e fine della vita. L’essere umano non è un atomo sperduto in un universo casuale, ma è una creatura di Dio, a cui Egli ha voluto donare un’anima immortale e che ha da sempre amato come figlio/figlia in Cristo.
La ricerca della propria identità personale rivela la singolare posizione nel cosmo dell’essere umano rispetto a tutte le altre creature. Ciò non significa però che gli altri esseri viventi debbano essere considerati come meri oggetti di dominio o di sfruttamento. Secondo la Sacra Scrittura, le altre creature meritano uno sguardo positivo, degno di custodia e di rispetto. Occorre però evitare gli eccessi di certe società avanzate, che tendono a considerare alcuni animali, soprattutto domestici, come persone. Gli esseri umani hanno il ruolo di amministratori responsabili del creato e di questa amministrazione del mondo, ricevuto come dono, devono rendere conto a Colui che gliel’ha affidato.
Proprio l’avventura dell’identità rivela, dunque, la grande dignità dell’essere umano personale e la profondità della sua vocazione ad essere immagine di Dio nella sua unicità e novità.
*Facoltà di Teologia dell’Italia Settentrionale, Milano