L’anima e la cetra. Per conoscere il peso di Dio (Luigino Bruni)

Articoli home page


«Al mio grido sei tu, mio Dio, la risposta che salva! Dagli spazi ristretti portami in spazi liberi; pietà di me, ascolta la mia preghiera» (Salmo 4,2). Dagli spazi ristretti salvami o Dio. Le parole si imparano una alla volta. Nei nostri spazi divenuti improvvisamente ristretti in tempo di pandemia, possiamo capire la metafora con cui inizia il Salmo 4. Forse solo chi è abituato agli orizzonti liberi e si ritrova nell’angustia forzata scopre il valore infinito degli «interminati spazi».

Questo salmo è la preghiera di un uomo che attraversa una grande difficoltà che lo mette alle strette: «O gente dal cuore duro, fino a quando il nulla adorerete? Cultori di illusioni, fino a quando offenderete la mia gloria?» (4,3). Fino a quando? È la domanda, frequente nella Bibbia, di chi si trova in una condizione non transitoria di angoscia. È la domanda della sentinella che ancora nel pieno della notte attende l’aurora lontana; di chi, incastrato in una trappola, precipitato nella sventura, riesce solo a chiedere a Dio e alla vita: fino a quando? Quanto manca al giorno? Quando questa violenza avrà fine? Quest’uomo orante era attaccato da calunniatori, da gente bugiarda che lo accusava di colpe inesistenti e gravi. L’uomo del salmo è una vittima.

La parola chiave è gloria: kavod/kabod in ebraico. È una delle parole più importanti della Bibbia, della sua teologia, che nel salmo diventa anche una parola della sua antropologia. Quest’uomo si sente offeso nella sua gloria, si sente spogliato del suo onore (sinonimo di gloria). La gloria è ciò che si vede, che appare, che quindi ha a che fare con gli altri che ci guardano. È una parola della vista. Per l’uomo antico, più radicalmente che per noi, l’identità è costitutivamente relazionale. Io sono ciò che gli altri riescono a vedere e a riconoscere. La fama è una dimensione fondamentale della vita, come lo sono l’onore e la gloria. Al tempo stesso, la negazione dell’onore è negazione di qualcosa di intimo: anche se riguarda il vedere, l’onore non ha a che fare con l’apparire ma con l’essere, è un attributo dell’anima. Ecco perché la calunnia e la menzogna che toglievano onore e gloria denudavano l’uomo e la donna della loro dignità. Ieri, e oggi, quando la privazione dell’onore passa anche dalla negazione del lavoro, quando la gloria scompare insieme alla propria azienda fallita. L’onore è forse ciò che abbiamo di più intimo, ma è anche ciò che più risente e dipende dalle parole e dagli occhi dell’altro. È il mistero della persona, che vive dentro un legame essenziale tra interno ed esterno. La natura sostanziale della relazione rende la persona umana radicalmente vulnerabile ed esposta allo sguardo dell’altro. Perché se “io sono tu che mi fai”, allora il tuo “farmi male” può arrivare alla stessa profondità del tuo “farmi bene”.

Nella Bibbia kavod rimanda al peso. La gloria di Dio pesa perché YHWH è consistente, è vero. Dall’altra parte c’è il vuoto, il soffio, la vanitas, l’hevel di Qoelet, che è ciò che non pesa perché inconsistente. Kavod è l’anti-Hevel. L’idolo è un nulla (l’altra semantica di hevel nei profeti), non pesa niente, non è degno di gloria perché non ha sostanza. In quel mondo antico solo ciò che esiste pesa. Dio è spirito eppure la sua gloria è pesante.
Questo salmo ci ricorda però che anche l’uomo ha la sua gloria, non solo Dio. Ogni negazione del rispetto dell’onore e della gloria dell’altro inizia negando la sua consistenza, il suo valore – le prime monete antiche erano misure di peso (lira, talento…). Sulla terra ogni persona ha lo stesso peso morale, nessun uomo pesa più o meno di un altro, perché l’onore di ogni essere umano è infinito.

Per questo la Bibbia usa la stessa parola per dire la gloria di Dio e la gloria dell’uomo. Per capirlo occorre tornare alla Genesi. Nell’umanesimo biblico l’Adam ha gloria, onore, peso, kavod perché prima ce l’ha Dio che tutto questo trasmette nell’atto creativo. L’uomo va rispettato e onorato perché egli per Dio ha un peso. È «immagine e somiglianza» di Elohim, e l’immagine di un valore infinito ha valore infinito. È un’immagine pesante perché consistente, perché non è ombra e vento. È ciò che più pesa “sotto il sole”. Al tempo stesso, disonorare l’uomo è disonorare Dio; negare agli uomini e alle donne la loro gloria significa negarla a Dio. Perché se è vero che noi abbiamo imparato a glorificare e onorare le persone dal glorificare e onorare Dio, è altrettanto vero che è stato guardando la dignità e l’onore degli esseri umani che abbiamo imparato a riconoscere la dignità e l’onore di Dio – la religione di un popolo è anche un indicatore del suo umanesimo: le parole vere più belle e alte su Dio nascono solo da comunità che sanno dire parole belle e alte sugli uomini e le donne. E quando le buone parole per Dio non sono accompagnate da parole altrettanto buone per gli uomini e le donne, le religioni si tramutano in disumanesimo, dove per lodare gli dèi umiliano gli esseri umani. Dio è la gloria dell’uomo, l’uomo e la gloria di Dio.

Non ci deve stupire allora che la stessa parola (kavod), la troviamo nel cuore del decalogo: «Onora tuo padre e tua madre» (Dt 5,16). Onora, dai gloria, dai peso ai tuoi genitori: ricordati che, anche qui, sei creatura. Durante questa pandemia, nonostante tutti gli errori, abbiamo cercato davvero di onorare i nostri padri e madri. Non li abbiamo considerati un peso ma abbiamo dato loro peso. E, senza saperlo, nel restringere tutti insieme i nostri spazi abbiamo riscoperto e fatto risorgere lo spazio collettivo e il bene comune del Quarto comandamento – avevamo dimenticato la Bibbia, ma la Bibbia non si era dimenticata di noi.
Giobbe, nel culmine della sua notte, esclamò: «Egli mi ha spogliato della mia gloria!» (Gb 19,9). Questo suo grido Giobbe lo indirizza a Dio, che sente come suo carnefice. E mentre sono sempre molti che, ieri e oggi, gridano a Dio per imputargli la perdita del loro onore, e così non perdono la fede (anche per loro c’è un buon posto nella Bibbia), il Salmo 4 ci mostra un’altra forma di grido, quello di chi nel mezzo della sciagura sente che c’è Qualcuno che ancora crede nella sua gloria e nel suo onore: «Sappiatelo: il Signore mi ascolta quando lo invoco» (4,4). La fede è anche la fiducia che quando nessuno vede più la nostra dignità c’è ancora un luogo dove il suo peso non ha perso neanche un grammo. Qui emerge la natura di dono della fede: ritrovarsi dentro l’anima questo sguardo che vede un onore negato da tutti, sentire che qualcuno riconosce la nostra gloria mentre gli altri vedono solo vanitas, è un patrimonio di un valore inestimabile.

Molte persone attraversano la propria vita accompagnate da alcuni pochi sguardi diversi – da uno almeno – capaci di vedere una dignità, onore e gloria che altri non vedono. Senza questi sguardi speciali la vita sarebbe troppo triste per essere sopportata. Ma tutti sappiamo che lo sguardo “orizzontale” di chi ci sta accanto non è per sempre. Alcuni ci lasciano, “cambiano” occhi, si perdono o noi li perdiamo; e anche per quei pochi che hanno la sorte di morire sotto uno di questi sguardi, se l’esistenza è abbastanza lunga e vera comprendono che c’è un fondo del fondo dell’anima che nessun sguardo umano può raggiungere – neanche il nostro. È il luogo dove sono custodite le nostre parole prime e ultime, dove riposano i dolori non raccontati a nessuno, le gioie ineffabili, gemiti troppo delicati e preziosi per poterli raccontare, neanche al nostro cuore.
È questa “cella vinaria” che l’occhio della fede riesce a raggiungere. La preghiera è ritrovarsi nelle condizioni di mitezza che consentono a questo sguardo diverso di raggiungerci in quel territorio interiore sconosciuto. Prima di chiedere, di implorare, di supplicare, di ringraziare, la preghiera è un essere raggiunti e guardati in un’altra intimità. E anche chi non chiama questo occhio col nome di Dio, può qualche volta avvertire questo sguardo «nella parte migliore e più profonda del mio essere, quella che io chiamo Dio» (Etty Hillesum). Ogni persona può sentirsi toccata in questa profondità insondabile. Il mondo sarebbe troppo ingiusto se solo coloro che hanno ricevuto il dono della fede potessero sentirsi visti in questo abisso del cuore. Gli oranti sono molti di più dei credenti, perché fare l’esperienza di Dio è cosa ben diversa dal nome con cui la chiamiamo. Non mi interesserebbe un Dio che guardasse solo coloro che lo guardano, perché sarebbe meno degno di quei padri e madri che continuano per tutta la vita a chiamare per nome e a guardare anche quei figli che li hanno dimenticati e non li chiamano più. Anche questo è fraternità universale.


La preghiera è una dimensione essenziale e universale della vita umana
Il salmo 4 ce la rivela, e ci offre il senso di una grande speranza in questi tempi difficili


«Hai messo più felicità nel mio cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza» (4,8). La felicità che nasce da una interiorità abitata è forse la ricchezza più grande. Come sa molto bene chi si è ritrovato in questi giorni precipitato in una corsia di ospedale, senza affetti, senza amici, senza certezze. E lì, in quegli abissi di solitudine e di paura, ha sentito affiorare dentro, all’improvviso, quella spiritualità coltivata per una vita intera. Coltivata perché potesse fiorire in quei momenti tremendi, per molti gli ultimi, quando diventa un bene che non ha sostituti. Chissà quanti angeli invisibili, mescolati ai demoni, stanno riempiendo i nostri ospedali. Alcuni hanno visto questi angeli e li hanno riconosciuti, perché non li avevano fatti fuggire via dopo la giovinezza, quando gli angeli e Dio facilmente svaniscono. Perché li avevano pregati di restare da qualche parte del loro cuore adulto, li hanno legati al comodino con l’ultima Ave Maria che ricordavano e non avevano mai smesso di recitare. Possiamo dimenticare tutto ma non dobbiamo dimenticare tutte le preghiere, perché una ci servirà per dire bene l’ultimo amen: «In pace mi corico e subito mi addormento, perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare» (4,9).