Questi sono i pensieri che nascono dal profondo e che indicano, se persistenti, che stiamo mettendo la nostra ricerca di felicità contro il Signore, quasi che lui sia assetato delle nostre frustrazioni e scontentezze (certo in cambio della salvezza eterna!). E così il cristiano si sente religiosamente appagato all’interno di un circolo vizioso difficilmente estirpabile: Dio vuole che io sacrifichi la mia umanità; lo faccio e mi sento abbattuto, frustrato, scontento, e di conseguenza mi sento insoddisfatto delle mie scelte, quindi il Signore mi ama perché aiuta gli infelici.
Come Erode, abbiamo paura di Cristo, ma reagiamo in modi differenti: lui fa strage dei bambini sotto i due anni; noi per anni facciamo strage della nostra voglia di vivere e di quella degli altri. Quanto sia frequente questa paura soprattutto nei religiosi, Dio solo lo sa! Ma il Verbo di Dio è veramente nato per toglierci qualcosa?
Il Signore sa che il demonio si serve dell’arma della paura per abbatterci, e allora, prima di iniziare il ministero in Galilea, chiarisce la sua identità.
Sospinto dallo Spirito nel deserto (cfr. Lc 4,1-13), Gesù è sottoposto alle note tentazioni da Satana: non sono piccole tentazioni comuni. Ciò che è in gioco è la scelta di come fare il Messia. In una parola, possiamo dire che Gesù è tentato nella sua stessa identità. Satana gli propone di essere un salvatore che convince gli uomini con grandi miracoli (trasformare le pietre in pani: v. 3), che piega le volontà con la forza (dominare su tutti i regni della terra: v. 6), che meraviglia con prodigi spettacolari (buttarsi giù dal pinnacolo più alto del Tempio: v. 9).
Attenzione: la proposta del diavolo è molto intelligente. Egli non chiede a Gesù di non essere Dio, ma di fare dio a modo suo.
Se Gesù avesse accettato di fare il Messia con lo stile suggeritogli da Satana, allora la paura di Erode sarebbe stata giustificata! Ma Cristo sceglie di non essere un fenomeno da baraccone, per quanto potente e meraviglioso, bensì un Messia povero e umile, che propone e non impone, che dona invece di chiedere, che perdona invece di punire. Se capissimo questo avremmo scacciato per sempre dall’anima l’insidioso sospetto che Dio ci abbia tolto qualcosa, o che non ci abbia donato tutto di quello che poteva darci (è il sospetto che Satana insinua in Adamo e Eva per persuaderli a mangiare dei frutti dell’albero: cfr. Gen 3,1-7).
Se ciò non bastasse potremmo riandare ancora una volta a quel passo evangelico in cui Gesù, ormai fermo nella sua identità, apre il cuore alle folle radunate davanti a lui, quasi a presentarsi e a rassicurare gli incerti: <<Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi… imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero>> (Mt 11,28-30).
Per capire appieno questa parola è utile spiegare chi siano questi uomini e donne stanchi e oppressi: sono coloro che desiderano avere un rapporto con Dio improntato alla confidenza, all’abbandono, alla fiducia nella sua bontà. Sono gli uomini di tutti i tempi che hanno sperato in una religione non fondata sui divieti, ma sul sacrificio amabile dell’amore gratuito e della carità. Ma queste persone agli occhi di Gesù sono ostacolate nel loro rapporto con Jhwh da eccessive pratiche legali, da una cattiva interpretazione della legge di Mosè (cfr. Mt 19,8-9), da osservanze cultuali che coprono la dignità del credente riducendo la fede a contrattazione da mercato (il Tempio divenuto <<spelonca di ladri>>: cfr. Mc 11,17), e infine dai cosiddetti professionisti della fede che chiudono con le loro prescrizioni le porte del Regno, <<così voi non entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci>> (Mt 23,13).
A chi è stanco di tutto ciò, il Messia fa un invito: <<vieni con me e portiamo insieme (il “giogo” ha due posti!) il peso e la gioia della vita, la ricchezza e la fatica del credere. Per venire da me non c’è bisogno di percorrere chilometri, di svuotarsi le tasche, di fare bagni rituali. Io sono il Dio della compagnia, non la statua da adorare; io sono il Dio del dono gratuito, non della contrattazione. Vieni a vivere la vita con me in pienezza, non sentirti monco, sfortunato, vittima della religione del “no”, della legge contro l’uomo, non aver paura di me. Io ho scelto di essere umile e mite, non sono venuto per condannarti ma per darti la vita; con me puoi essere veramente uomo, perché il Padre mio sa meglio di ogni altro cosa serve alla tua gioia>>.
Invitando a guardare il suo Cuore, Gesù emancipa il credente da ogni sospetto, e soprattutto da quella paura che per tanti studiosi laicisti sarebbe l’alimento e il movente principale della fede. Così Erode non ha più ragione di esistere e il cristiano può smettere di far strage davanti al dio della paura di ciò che il Padre celeste ha creato per la gloria e l’onore dei suoi figli.